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Riformare restando dentro

Migliorare la realtà ecclesiale creando “profeticamente” qualcosa di nuovo?

- Advertisement -

di: Massimo Nardello

Migliorare la realtà ecclesiale creando “profeticamente” qualcosa di nuovo? Sì, se questo avviene superando la tentazione dell’autoreferenzialità.

Una delle esperienze più difficili che può capitare ad un operatore pastorale, e più ancora a chi lavora a tempo pieno nelle comunità cristiane, come un presbitero o un vescovo, è la percezione di fare parte di una realtà ecclesiale profondamente fragile e caotica, in quanto segnata da divisioni e caratterizzata da dinamiche disgregative e distruttive.

Per chi è realmente credente, però, esiste una sensazione ancora peggiore, cioè che non solo la vita delle persone della propria comunità sia caratterizzata da molte debolezze, ma che l’ideale che viene loro proposto non sia realmente quello evangelico. Ad esempio, si può avere l’impressione di vivere in un contesto ecclesiale in cui ciò che conta è offrire servizi alle persone bisognose o fare animazione ai più giovani, ma in cui manca la proposta della vita cristiana nella sua ricchezza e drammaticità.

In effetti, soprattutto se si ha l’occasione di fare studi teologici o si hanno le capacità intellettuali per accostarsi ad autori di rilievo, si può dover prendere atto che, nella propria comunità, diversi aspetti fondamentali del Vangelo sono ignorati, come il primato della grazia di Dio, la centralità della sacra Scrittura nella vita dei singoli credenti e della Chiesa, il riferimento all’eucaristia come culmine e fonte della vita cristiana, lo stare dalla parte dei poveri, e così via.

Il pericolo è l’autoreferenzialità

Quando si sperimentano queste situazioni, soprattutto se si ha una personalità molto forte e si è naturalmente portati alla leadership, si può essere tentati di rinunciare a spendersi per migliorare la realtà ecclesiale già esistente, convincendosi che ormai non sia più possibile, per cercare di creare qualcosa di nuovo.

Nascono così molteplici correnti e movimenti all’interno delle comunità parrocchiali, delle associazioni, dei presbiteri e delle congregazioni di vita consacrata che, paradossalmente, cercano di riformare la realtà ecclesiale di cui fanno parte facendone un’altra. In qualche misura, cercano di ricominciare da capo, ripromettendosi di tornare alle origini o comunque di dar vita a qualcosa di rigorosamente evangelico.

Gruppi di questo genere finiscono per prendere le distanze in modo sempre più marcato dalla propria comunità di riferimento, con atteggiamenti di svalutazione e di giudizio per le sue carenze e i suoi tradimenti, per reinventarsi un modo più autentico di vivere l’esperienza cristiana alla luce di un discernimento e di una riflessione del tutto autoreferenziali.

In effetti, per creare qualcosa di nuovo, occorrono delle idee, delle intuizioni teologiche, pastorali o spirituali che possano giustificare il “fare diversamente”. Ovviamente queste intuizioni, una volta identificate, vengono qualificate come profetiche, magari canonizzando anzitempo colui che le ha concepite, e sottintendendo parimenti che metterle in discussione significherebbe chiudersi all’azione dello Spirito.

Per fare un sano discernimento su queste pretese profetiche di gruppi ecclesiali, mi sembra prezioso un passaggio del padre Y. Congar: «Il riformismo trae la sua forza dal profetismo: il riformatore, anche se non è profeta nel senso forte del termine, possiede qualche cosa del carattere del profeta. […] Occorre che la percezione del “profeta” si sviluppi, ma che non si sviluppi in maniera astratta in un sistema; che essa non si trasformi da se stessa e per se stessa in una tradizione, in una scuola. Essa diventerebbe infatti una setta.

Che essa non diventi da se stessa e per sé stessa un corpo, ma che si incorpori al corpo ecclesiale della Chiesa. La percezione profetica deve certo svilupparsi; ma non bisogna che essa abbia un suo sviluppo indipendente, perseguito per se stesso; deve svilupparsi nella Chiesa, nel corpo e nella vita della Chiesa concreta. Essa non deve dare origine ad una realtà nuova; ma rinnovare la Chiesa, cioè una realtà che è preesistente, e che, per conseguenza, non è da ricrearsi, ritrovarsi o da costituirsi». (Y. Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1972, pp. 191-192).

Dunque, Congar riconosce che nella Chiesa ci sono dei veri riformatori che hanno in qualche misura un’indole profetica, cioè che sanno cogliere la verità meglio degli altri e che quindi possono diventare un punto di riferimento originale.

Vera profezia o semplice insofferenza?

Il teologo francese, però, afferma parimenti che, per riformare davvero la Chiesa, le loro idee non possono diventare un sistema a sé stante, cioè costituire una visione del cristianesimo autoreferenziale e compiuta in sé stessa, perché, in questo caso, essa non potrebbe alimentare la Chiesa che c’è già, ma finirebbe per creare qualcosa di diverso. Da idee strutturalmente differenti, infatti, non possono che nascere comunità eterogenee e non componibili tra loro. A quel punto, l’invito all’amore reciproco non servirebbe a nulla.

Ovviamente è molto difficile stabilire se dietro ad una nuova realtà ecclesiale vi sia un carisma, cioè un dono dello Spirito che la abilita ad una speciale ministerialità o a vivere l’esperienza cristiana secondo un’angolatura particolare, o se sia invece originata dall’insofferenza per la Chiesa che c’è e dal bisogno di dar vita a qualcosa di migliore.

In quest’ultimo caso, però, si ha l’assoluta certezza che, presto o tardi, si andrà fuori strada, cioè che si fraintenderanno aspetti fondamentali del Vangelo e il senso complessivo della vita cristiana, nonostante si seguano maestri spirituali di fama o si faccia riferimento a studi teologici di grande importanza.

Anche se, inizialmente, esperienze di questo genere possono segnalarsi per la loro vivacità e rigore, se si differenziano dalla parrocchia, dall’associazione, dal presbiterio o dalla congregazione non in ragione di un carisma specifico ma per l’incapacità di accettarne la radicale fragilità, si mettono nella condizione di non capire più la voce dello Spirito. Questi infatti parla alla Chiesa che c’è, con la sua miseria e la sua fatica a comprendere il Vangelo, e non a quella che qualcuno ha deciso di inventarsi.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Migliorare la realtà ecclesiale creando “profeticamente” qualcosa di nuovo? Sì, se questo avviene superando la tentazione dell’autoreferenzialità.

Una delle esperienze più difficili che può capitare ad un operatore pastorale, e più ancora a chi lavora a tempo pieno nelle comunità cristiane, come un presbitero o un vescovo, è la percezione di fare parte di una realtà ecclesiale profondamente fragile e caotica, in quanto segnata da divisioni e caratterizzata da dinamiche disgregative e distruttive.

Per chi è realmente credente, però, esiste una sensazione ancora peggiore, cioè che non solo la vita delle persone della propria comunità sia caratterizzata da molte debolezze, ma che l’ideale che viene loro proposto non sia realmente quello evangelico. Ad esempio, si può avere l’impressione di vivere in un contesto ecclesiale in cui ciò che conta è offrire servizi alle persone bisognose o fare animazione ai più giovani, ma in cui manca la proposta della vita cristiana nella sua ricchezza e drammaticità.

In effetti, soprattutto se si ha l’occasione di fare studi teologici o si hanno le capacità intellettuali per accostarsi ad autori di rilievo, si può dover prendere atto che, nella propria comunità, diversi aspetti fondamentali del Vangelo sono ignorati, come il primato della grazia di Dio, la centralità della sacra Scrittura nella vita dei singoli credenti e della Chiesa, il riferimento all’eucaristia come culmine e fonte della vita cristiana, lo stare dalla parte dei poveri, e così via.

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Il pericolo è l’autoreferenzialità

Quando si sperimentano queste situazioni, soprattutto se si ha una personalità molto forte e si è naturalmente portati alla leadership, si può essere tentati di rinunciare a spendersi per migliorare la realtà ecclesiale già esistente, convincendosi che ormai non sia più possibile, per cercare di creare qualcosa di nuovo.

Nascono così molteplici correnti e movimenti all’interno delle comunità parrocchiali, delle associazioni, dei presbiteri e delle congregazioni di vita consacrata che, paradossalmente, cercano di riformare la realtà ecclesiale di cui fanno parte facendone un’altra. In qualche misura, cercano di ricominciare da capo, ripromettendosi di tornare alle origini o comunque di dar vita a qualcosa di rigorosamente evangelico.

Gruppi di questo genere finiscono per prendere le distanze in modo sempre più marcato dalla propria comunità di riferimento, con atteggiamenti di svalutazione e di giudizio per le sue carenze e i suoi tradimenti, per reinventarsi un modo più autentico di vivere l’esperienza cristiana alla luce di un discernimento e di una riflessione del tutto autoreferenziali.

In effetti, per creare qualcosa di nuovo, occorrono delle idee, delle intuizioni teologiche, pastorali o spirituali che possano giustificare il “fare diversamente”. Ovviamente queste intuizioni, una volta identificate, vengono qualificate come profetiche, magari canonizzando anzitempo colui che le ha concepite, e sottintendendo parimenti che metterle in discussione significherebbe chiudersi all’azione dello Spirito.

Per fare un sano discernimento su queste pretese profetiche di gruppi ecclesiali, mi sembra prezioso un passaggio del padre Y. Congar: «Il riformismo trae la sua forza dal profetismo: il riformatore, anche se non è profeta nel senso forte del termine, possiede qualche cosa del carattere del profeta. […] Occorre che la percezione del “profeta” si sviluppi, ma che non si sviluppi in maniera astratta in un sistema; che essa non si trasformi da se stessa e per se stessa in una tradizione, in una scuola. Essa diventerebbe infatti una setta.

Che essa non diventi da se stessa e per sé stessa un corpo, ma che si incorpori al corpo ecclesiale della Chiesa. La percezione profetica deve certo svilupparsi; ma non bisogna che essa abbia un suo sviluppo indipendente, perseguito per se stesso; deve svilupparsi nella Chiesa, nel corpo e nella vita della Chiesa concreta. Essa non deve dare origine ad una realtà nuova; ma rinnovare la Chiesa, cioè una realtà che è preesistente, e che, per conseguenza, non è da ricrearsi, ritrovarsi o da costituirsi». (Y. Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1972, pp. 191-192).

Dunque, Congar riconosce che nella Chiesa ci sono dei veri riformatori che hanno in qualche misura un’indole profetica, cioè che sanno cogliere la verità meglio degli altri e che quindi possono diventare un punto di riferimento originale.

Vera profezia o semplice insofferenza?

Il teologo francese, però, afferma parimenti che, per riformare davvero la Chiesa, le loro idee non possono diventare un sistema a sé stante, cioè costituire una visione del cristianesimo autoreferenziale e compiuta in sé stessa, perché, in questo caso, essa non potrebbe alimentare la Chiesa che c’è già, ma finirebbe per creare qualcosa di diverso. Da idee strutturalmente differenti, infatti, non possono che nascere comunità eterogenee e non componibili tra loro. A quel punto, l’invito all’amore reciproco non servirebbe a nulla.

Ovviamente è molto difficile stabilire se dietro ad una nuova realtà ecclesiale vi sia un carisma, cioè un dono dello Spirito che la abilita ad una speciale ministerialità o a vivere l’esperienza cristiana secondo un’angolatura particolare, o se sia invece originata dall’insofferenza per la Chiesa che c’è e dal bisogno di dar vita a qualcosa di migliore.

In quest’ultimo caso, però, si ha l’assoluta certezza che, presto o tardi, si andrà fuori strada, cioè che si fraintenderanno aspetti fondamentali del Vangelo e il senso complessivo della vita cristiana, nonostante si seguano maestri spirituali di fama o si faccia riferimento a studi teologici di grande importanza.

Anche se, inizialmente, esperienze di questo genere possono segnalarsi per la loro vivacità e rigore, se si differenziano dalla parrocchia, dall’associazione, dal presbiterio o dalla congregazione non in ragione di un carisma specifico ma per l’incapacità di accettarne la radicale fragilità, si mettono nella condizione di non capire più la voce dello Spirito. Questi infatti parla alla Chiesa che c’è, con la sua miseria e la sua fatica a comprendere il Vangelo, e non a quella che qualcuno ha deciso di inventarsi.

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