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Riconoscersi umanamente “malati” per essere guariti

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Ripercorrendo l’esperienza dei discepoli di Emmaus riscopriamo il senso autentico della nostra umana debolezza

Il libro “Solo i malati guariscono. L’umano del (non) credente” (San Paolo edizioni) di don Luigi Maria Epicoco fonda la sua riflessione sull’episodio del Vangelo di Luca dedicato ai discepoli di Emmaus.

Il libro si caratterizza per il nobile intento di rimettere al centro l’umanità e la debolezza dell’uomo, che nella società attuale appaiono come limiti, “sventure” da eliminare e nascondere, mentre rappresentano per l’autore  quella “malattia” che salva la nostra vita perché permette l’intervento di Gesù Cristo, “venuto per i malati e non per i sani”. Infatti ad accomunare credenti e increduli vi è, secondo don Luigi Maria Epicoco, la meraviglia di essere umani:

«Abbiamo tutti un sentiero di ritorno. Sono quei sentieri che percorriamo a testa bassa con la coda tra le gambe, con addosso l’amara espressione della tristezza e la smorfia della sconfitta. Io li conosco fin da piccolo, cioè da quando magari perdevo tutte le mie figurine con gli amici, o quando smarrivo qualche biglia nella concitazione di una corsa. Abbassavo la testa come a volermi condannare a guardare solo i piedi, e stringevo i pugni chiusi nelle tasche. Rallentavo quasi sempre il passo, e sceglievo la strada più lunga per tornare a casa. Forse volevo darmi anch’io il tempo di elaborare il mio lutto. (…) Insomma, fin da piccoli facciamoesperienza dei sentieridi ritorno. Alcuni le chiamano delusioni. A me piace chiamarle esperienze di autenticità».

Esperienza di un sentiero di ritorno è anche quella narrata nell’incipit del Vangelo di Luca – «Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus…» (Lc 24,13) – che l’autore sceglie come paradigma di due tempi consecutivi: quello dell’incredulità e quello della fede.

“IL SENTIERO DI RITORNO” DEI DUE DISCEPOLI DI EMMAUS È ANCHE IL NOSTRO

«(…) In loro c’è un miscuglio di delusione e confusione. La confusione è l’effetto immediato delle esperienze forti. Non solo del dolore, ma anche della gioia. Solo che nella gioia quella confusione ci dà l’aria stralunata; nel dolore, invece, la confusione coincide con il buio dentro. Non sai più dove andare. Non sai più cosa è giusto o cosa è sbagliato. Tutto ti appare un pericolo. Tutto ti appare inutile. Per questo non bisogna mai prendere decisioni quando si è confusi, perché quelle non sono decisioni, ma mere reazioni. Dopo la delusione e la confusione, c’è la contusione. Cioè tutta quell’esperienza che ti fa male dentro e ti fa male anche fuori. Quel dolore diventa anche fisico. C’è una bellissima espressione di Elias Canetti che riassume bene questa terza caratteristica: «L’anima mi fa male fino al corpo». Le nostre gastriti o ulcere, i nostri disturbi alimentari, le nostre abbuffate o i nostri stomaci chiusi sono l’effetto della contusione provocata da questo sentiero di ritorno. Il nostro dolore dentro va a sbattere contro il nostro corpo. Ma (…) possiamo evitare queste esperienze? La risposta è no. Certe esperienze sono inevitabili, come inevitabili sono le cadute di un bambino che impara a camminare. Il nostro problema è che non ragioniamo come i bambini ma come gli adulti. Per noi le cadute sono tragedie, per i bambini sono tentativi. Noi costruiamo fiumi di ragionamenti, i bambini non perdono di vista la cosa più semplice che è rialzarsi. Noi problematizziamo, loro riprovano. (…)Forse ci farà male ammetterlo ma queste esperienze di delusione, di dolore, di ritorno non solo ci feriscono, ma ci rendono anche e soprattutto autentici».

LA DEBOLEZZA È LEGATA A DOPPIO FILO ALL’AUTENTICITÀ

«L’autenticità è ciò che rimane di te quando hai perduto tutto. È bellissima l’espressione che usa il libro della Sapienza per descrivere ciò: «Li ha saggiati come oro nel crogiuolo» (Sap 3,6). Di fondo, a noi manca la convinzione che dentro siamo oro puro. E che non siamo tutte quelle sovrastrutture sedimentate su di noi con il tempo. (…)Non vorrei forzare la mano a san Paolo, ma quando egli afferma che «quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10), credo che con questa affermazione egli si avvicini tantissimo a ciò che è il concetto di autenticità. La debolezza non è una cosa brutta. Non è una cosa sbagliata. La debolezza è la modalità con cui si dà il nostroio più profondo, il nostro oro sepolto sotto tutto quello che noi, invece, credevamo fosse prezioso e che per un motivo o per un altro non abbiamo più, e che ha così rivelato la sua natura effimera».

I «(…)discepoli di Emmaus sono reduci dalla devastazione di una delusione, di un’esperienza di dolore. Sono dei sopravvissuti che pensano di aver solo perso. Ma non sanno che ciò che hanno perduto è solo quella sovrastruttura che non permetteva loro di incontrare davvero ciò che poteva cambiare loro la vita. È lo schema che avevano distrutto e solo così l’Imprevisto ora può farsi spazio».

È PEGGIO LA DUREZZA DEL CUORE CHE LA MANCANZA DI FEDE!

“Ciò che conta normalmente non è mai evidente. In una casa le fondamenta non sono visibili, eppure senza di esse noi non potremmo avere nemmeno una casa. (…)Ciò che conta nella vita non lo si vede con gli occhi, ma c’è in una parte di noi, nascosta al fondo di noi stessi, che è capace di accorgersi di esso: è il cuore. Il cuore è per noi il senso numero zero. Quello che fa da fondamento a tutto. (…)Pur nell’oscurità più fitta, la sete stessa fa da bussola. Il cuore è la nostra sete di felicità, la nostra sete di verità, la nostra sete di senso. (…)Il cuore è questa fedeltà alla Verità, alla Felicità, alla Bellezza, all’Amore, seppellita dentro di noi. Si può non avere fede, ma il cuore ce l’abbiamo tutti. È a quella parte invisibile di noi che Cristo si rivolge travestito da straniero. Gli occhi vedono uno straniero, ma «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» diranno alla fine del racconto i due amici di Emmaus. Il cuore che arde è segno che Cristo ci sta passando accanto, e anche se non si ha la fede per riconoscerlo, il cuore si infuoca comunque, tornando a riscaldare e a illuminare la tua vita. Per questo non sono mai preoccupato quando qualcuno mi dice di non avere fede. Mi fa più paura quando qualcuno mi dice di non avere più cuore. Mi fa più paura lasklerokardia (la durezza di cuore). Tutta la storia della salvezza è un tornare ad avere un cuore che funziona: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26)”.

L’autore ci invita a guardare in modo diverso alla nostra umanità, rievocando il testo evangelico in cui Gesù afferma di essere venuto per i malati e non per i sani. Attraverso l’ammissione della nostra umana debolezza il Salvatore può guarirci e riconciliarci con noi stessi e con gli altri. Solo chi riconosce di essere “malato” può essere curato e sanato, mentre chi – come i farisei – crede di essere sempre giusto e perfetto, non otterrà la grazia della vera guarigione.

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Riconoscersi umanamente “malati” per essere guariti

  

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Il libro “Solo i malati guariscono. L’umano del (non) credente” (San Paolo edizioni) di don Luigi Maria Epicoco fonda la sua riflessione sull’episodio del Vangelo di Luca dedicato ai discepoli di Emmaus.

Il libro si caratterizza per il nobile intento di rimettere al centro l’umanità e la debolezza dell’uomo, che nella società attuale appaiono come limiti, “sventure” da eliminare e nascondere, mentre rappresentano per l’autore  quella “malattia” che salva la nostra vita perché permette l’intervento di Gesù Cristo, “venuto per i malati e non per i sani”. Infatti ad accomunare credenti e increduli vi è, secondo don Luigi Maria Epicoco, la meraviglia di essere umani:

«Abbiamo tutti un sentiero di ritorno. Sono quei sentieri che percorriamo a testa bassa con la coda tra le gambe, con addosso l’amara espressione della tristezza e la smorfia della sconfitta. Io li conosco fin da piccolo, cioè da quando magari perdevo tutte le mie figurine con gli amici, o quando smarrivo qualche biglia nella concitazione di una corsa. Abbassavo la testa come a volermi condannare a guardare solo i piedi, e stringevo i pugni chiusi nelle tasche. Rallentavo quasi sempre il passo, e sceglievo la strada più lunga per tornare a casa. Forse volevo darmi anch’io il tempo di elaborare il mio lutto. (…) Insomma, fin da piccoli facciamoesperienza dei sentieridi ritorno. Alcuni le chiamano delusioni. A me piace chiamarle esperienze di autenticità».

Esperienza di un sentiero di ritorno è anche quella narrata nell’incipit del Vangelo di Luca – «Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus…» (Lc 24,13) – che l’autore sceglie come paradigma di due tempi consecutivi: quello dell’incredulità e quello della fede.

“IL SENTIERO DI RITORNO” DEI DUE DISCEPOLI DI EMMAUS È ANCHE IL NOSTRO

«(…) In loro c’è un miscuglio di delusione e confusione. La confusione è l’effetto immediato delle esperienze forti. Non solo del dolore, ma anche della gioia. Solo che nella gioia quella confusione ci dà l’aria stralunata; nel dolore, invece, la confusione coincide con il buio dentro. Non sai più dove andare. Non sai più cosa è giusto o cosa è sbagliato. Tutto ti appare un pericolo. Tutto ti appare inutile. Per questo non bisogna mai prendere decisioni quando si è confusi, perché quelle non sono decisioni, ma mere reazioni. Dopo la delusione e la confusione, c’è la contusione. Cioè tutta quell’esperienza che ti fa male dentro e ti fa male anche fuori. Quel dolore diventa anche fisico. C’è una bellissima espressione di Elias Canetti che riassume bene questa terza caratteristica: «L’anima mi fa male fino al corpo». Le nostre gastriti o ulcere, i nostri disturbi alimentari, le nostre abbuffate o i nostri stomaci chiusi sono l’effetto della contusione provocata da questo sentiero di ritorno. Il nostro dolore dentro va a sbattere contro il nostro corpo. Ma (…) possiamo evitare queste esperienze? La risposta è no. Certe esperienze sono inevitabili, come inevitabili sono le cadute di un bambino che impara a camminare. Il nostro problema è che non ragioniamo come i bambini ma come gli adulti. Per noi le cadute sono tragedie, per i bambini sono tentativi. Noi costruiamo fiumi di ragionamenti, i bambini non perdono di vista la cosa più semplice che è rialzarsi. Noi problematizziamo, loro riprovano. (…)Forse ci farà male ammetterlo ma queste esperienze di delusione, di dolore, di ritorno non solo ci feriscono, ma ci rendono anche e soprattutto autentici».

LA DEBOLEZZA È LEGATA A DOPPIO FILO ALL’AUTENTICITÀ

«L’autenticità è ciò che rimane di te quando hai perduto tutto. È bellissima l’espressione che usa il libro della Sapienza per descrivere ciò: «Li ha saggiati come oro nel crogiuolo» (Sap 3,6). Di fondo, a noi manca la convinzione che dentro siamo oro puro. E che non siamo tutte quelle sovrastrutture sedimentate su di noi con il tempo. (…)Non vorrei forzare la mano a san Paolo, ma quando egli afferma che «quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10), credo che con questa affermazione egli si avvicini tantissimo a ciò che è il concetto di autenticità. La debolezza non è una cosa brutta. Non è una cosa sbagliata. La debolezza è la modalità con cui si dà il nostroio più profondo, il nostro oro sepolto sotto tutto quello che noi, invece, credevamo fosse prezioso e che per un motivo o per un altro non abbiamo più, e che ha così rivelato la sua natura effimera».

I «(…)discepoli di Emmaus sono reduci dalla devastazione di una delusione, di un’esperienza di dolore. Sono dei sopravvissuti che pensano di aver solo perso. Ma non sanno che ciò che hanno perduto è solo quella sovrastruttura che non permetteva loro di incontrare davvero ciò che poteva cambiare loro la vita. È lo schema che avevano distrutto e solo così l’Imprevisto ora può farsi spazio».

È PEGGIO LA DUREZZA DEL CUORE CHE LA MANCANZA DI FEDE!

“Ciò che conta normalmente non è mai evidente. In una casa le fondamenta non sono visibili, eppure senza di esse noi non potremmo avere nemmeno una casa. (…)Ciò che conta nella vita non lo si vede con gli occhi, ma c’è in una parte di noi, nascosta al fondo di noi stessi, che è capace di accorgersi di esso: è il cuore. Il cuore è per noi il senso numero zero. Quello che fa da fondamento a tutto. (…)Pur nell’oscurità più fitta, la sete stessa fa da bussola. Il cuore è la nostra sete di felicità, la nostra sete di verità, la nostra sete di senso. (…)Il cuore è questa fedeltà alla Verità, alla Felicità, alla Bellezza, all’Amore, seppellita dentro di noi. Si può non avere fede, ma il cuore ce l’abbiamo tutti. È a quella parte invisibile di noi che Cristo si rivolge travestito da straniero. Gli occhi vedono uno straniero, ma «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» diranno alla fine del racconto i due amici di Emmaus. Il cuore che arde è segno che Cristo ci sta passando accanto, e anche se non si ha la fede per riconoscerlo, il cuore si infuoca comunque, tornando a riscaldare e a illuminare la tua vita. Per questo non sono mai preoccupato quando qualcuno mi dice di non avere fede. Mi fa più paura quando qualcuno mi dice di non avere più cuore. Mi fa più paura lasklerokardia (la durezza di cuore). Tutta la storia della salvezza è un tornare ad avere un cuore che funziona: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26)”.

L’autore ci invita a guardare in modo diverso alla nostra umanità, rievocando il testo evangelico in cui Gesù afferma di essere venuto per i malati e non per i sani. Attraverso l’ammissione della nostra umana debolezza il Salvatore può guarirci e riconciliarci con noi stessi e con gli altri. Solo chi riconosce di essere “malato” può essere curato e sanato, mentre chi – come i farisei – crede di essere sempre giusto e perfetto, non otterrà la grazia della vera guarigione.

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