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Reliquie: che potere hanno?

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Contemplando i resti di una persona che ha dedicato la sua vita a Dio in modo così speciale da diventare santa nasce il desiderio di una vita simile

L’incontro con le reliquie deve cambiare qualcosa in me. Non si tratta di un potere magico, non è il culto per il culto. Non adoriamo le ossa, ma riconosciamo la santità della persona, spiega in questa intervista il domenicano Jacek Szymczak.

Da dove deriva il culto delle reliquie?

È una forma di devozione che è nata tra i fedeli e si è formata dal basso. È presente nella Chiesa fin dall’inizio, dai primi secoli, anche dai primi decenni, dell’esistenza del cristianesimo.

All’epoca abbiamo avuto molti martiri. La gente ha iniziato ad accorrere spontaneamente sulla loro tomba per onorare i resti che vi erano sepolti.

Non tutti, però, avevano questa opportunità. Da ciò è derivata l’idea che le parti del corpo viaggiassero per il mondo e in un certo senso peregrinassero fino a noi.

Tutti i cattolici dovrebbero venerare le reliquie?

Non c’è alcun ordine da parte della Chiesa. Questa forma di culto non è obbligatoria.

Quando una reliquia arriva nella propria parrocchia e ad esempio c’è una processione o l’adorazione e ci si sente distanti, si sente che non è una cosa che attira, non succede niente se si resta seduti.

Sentirsi distanti è dire poco. Molti cattolici semplicemente non lo capiscono, e alcuni la ritengono addirittura una forma di sciamanesimo.

Il culto delle reliquie, contrariamente a quello che credono molti, è profondamente cristiano, e questo per il fatto che, paradossalmente, mostra come il corpo umano non sia un sacco o una gabbia per l’anima da cui ci libera solo la morte.

No, il cristianesimo attribuisce un valore enorme al corpo. Ricordiamo San Paolo, che nella prima lettera ai Corinzi scrive: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo (…)? Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

Questa è la prima prospettiva del culto: del corpo vivo. Ce n’è anche un’altra, però, che è quella della resurrezione.

Non si può contemplare in modo maturo l’adorazione delle reliquie senza la resurrezione. Senza di essa, tutto si spezza. Diventa teatro, o una compagnia di circo ambulante.

La questione della resurrezione, secondo quanto mostrano alcuni studi, ci è abbastanza estranea…

Ho l’impressione che la dottrina della resurrezione, che dopo tutto è la base della nostra fede, venga insegnata a malapena dalla Chiesa.

Anche se possiamo parlarne dal pulpito in modo intelligente e interessante, i fedeli non ritengono la verità della resurrezione fondamentale per la loro fede.

Ma perché la questione della resurrezione è importante per una buona comprensione del culto delle reliquie?

Ricordiamo che dopo la morte di ogni corpo il santo, il meno santo e anche il grande peccatore avranno la loro resurrezione. Si tratta della prospettiva sia di chi andrà in cielo che di chi può andare all’inferno.

Se Dio ha voluto che i nostri corpi dopo la morte in qualche modo risorgessero, significa che meritano la dovuta attenzione.

La dottrina della resurrezione ci conduce quindi lungo la via del rispetto per i resti dei nostri cari deposti nelle tombe.

Se veneriamo le ceneri dei membri delle nostre famiglie, possiamo venerare anche le reliquie o i resti dei santi.

A volte, però, succede che ci troviamo ad avere a che fare con oggetti appartenenti ai santi, non solo con il loro corpo…

Sono scettico su questo tipo di cose, come la canoa sulla quale navigava San Giovanni Paolo II.

Mi vengono un po’ i brividi vedendo le persone che cercano di celebrare in qualche modo un oggetto come qualcosa di magico.

Se dietro il culto delle reliquie non c’è l’insegnamento della Chiesa a spiegarlo in modo pastorale e dalla giusta prospettiva, la gente inizia a entrare in terreni che non hanno nulla a che vedere con la fede.

E per le persone che guardano dall’esterno, in effetti, può sembrare un atto di sciamanesimo.

Ho notato che nelle nostre chiese le reliquie godono di grande popolarità. Vengono sempre più collocate in modo permanente nelle cappelle laterali e la gente si inginocchia davanti a loro per pregare come davanti al tabernacolo…

È molto importante che il culto delle reliquie non eclissi il culto eucaristico. Non incolpo i fedeli, ma noi, i membri del clero.

Se si insiste tanto, ad esempio, sul fatto che un’Eucaristia si celebri con un calice di San Giovanni Paolo II e allo stesso tempo la consapevolezza dell’Eucaristia tra i fedeli non è molta, non ci dobbiamo sorprendere per il fatto che per alcuni quel calice sia più importante dei contenuti della Messa.

È possibile mostrare positivamente le reliquie all’uomo moderno e dargli un’idea innovativa per utilizzarle?

Noi stessi custodiamo vari oggetti appartenuti ai nostri defunti. Tutti coloro che hanno vissuto la morte di una persona cara sanno quanto sia difficile disfarsi delle sue cose.

Poco tempo fa una persona mi ha mostrato un bel ventaglio della sua bisnonna. Sappiamo che la storia di quell’oggetto non è quella del ventaglio, ma della bisnonna.

Se un oggetto di quel tipo ci aiuta a ricordare la persona, lo faranno ancor di più delle ossa umane.

Contemplando le ossa, o a volte tutto il corpo, di una persona che ha dedicato la sua vita a Dio in modo così speciale da diventare santa nasce il desiderio di una vita simile.

L’incontro con le reliquie deve cambiare qualcosa in me. Non è la presa magica del potere, non è un culto per il culto. Non rendiamo culto alle ossa, ma alla santità della persona.

E come trattare occasioni come il pellegrinaggio delle reliquie del beato Pier Giorgio Frassati in Polonia?

Si potrebbe dire che è come se ci regalassero degli occhiali. Suppongo che questi occhiali della marca Frassati abbiano il potere di aiutarci a mettere a fuoco correttamente la prospettiva adeguata per guardare in due dimensioni: in quella di Dio presente nella vita della persone di cui adoro le reliquie e in quella della mia vita.

E ancor di più, ci si riferisce a uno sguardo su di te a livello totale. Se nel contesto del culto ai santi, insieme alla preghiera, all’imitazione della loro vita, all’apprendimento della loro biografia e dei loro preziosi scritti e pensieri veneriamo anche le loro reliquie, o i loro corpi, questo significa qualcosa.

È una chiamata alla saggia cura del nostro corpo.

Vale la pena di trattare questo tipo di eventi, come quello collegato al pellegrinaggio delle reliquie del beato Frassati, come l’incontro con qualcuno che ha vissuto pienamente in Dio.

In questo modo diventa una guida per me, una bussola che mi può mostrare come vivere per camminare nella santità. Perché questa persona si trova già nel luogo che è anche il mio obiettivo.

[Venerare le reliquie] non consiste nel guardare un osso attraverso un vetro, né nell’adorare una bara. Si dovrebbe fare dicendo “Voglio arrivare nello stesso luogo in cui ti trovi tu”.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Reliquie: che potere hanno?

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L’incontro con le reliquie deve cambiare qualcosa in me. Non si tratta di un potere magico, non è il culto per il culto. Non adoriamo le ossa, ma riconosciamo la santità della persona, spiega in questa intervista il domenicano Jacek Szymczak.

Da dove deriva il culto delle reliquie?

È una forma di devozione che è nata tra i fedeli e si è formata dal basso. È presente nella Chiesa fin dall’inizio, dai primi secoli, anche dai primi decenni, dell’esistenza del cristianesimo.

All’epoca abbiamo avuto molti martiri. La gente ha iniziato ad accorrere spontaneamente sulla loro tomba per onorare i resti che vi erano sepolti.

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Non tutti, però, avevano questa opportunità. Da ciò è derivata l’idea che le parti del corpo viaggiassero per il mondo e in un certo senso peregrinassero fino a noi.

Tutti i cattolici dovrebbero venerare le reliquie?

Non c’è alcun ordine da parte della Chiesa. Questa forma di culto non è obbligatoria.

Quando una reliquia arriva nella propria parrocchia e ad esempio c’è una processione o l’adorazione e ci si sente distanti, si sente che non è una cosa che attira, non succede niente se si resta seduti.

Sentirsi distanti è dire poco. Molti cattolici semplicemente non lo capiscono, e alcuni la ritengono addirittura una forma di sciamanesimo.

Il culto delle reliquie, contrariamente a quello che credono molti, è profondamente cristiano, e questo per il fatto che, paradossalmente, mostra come il corpo umano non sia un sacco o una gabbia per l’anima da cui ci libera solo la morte.

No, il cristianesimo attribuisce un valore enorme al corpo. Ricordiamo San Paolo, che nella prima lettera ai Corinzi scrive: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo (…)? Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

Questa è la prima prospettiva del culto: del corpo vivo. Ce n’è anche un’altra, però, che è quella della resurrezione.

Non si può contemplare in modo maturo l’adorazione delle reliquie senza la resurrezione. Senza di essa, tutto si spezza. Diventa teatro, o una compagnia di circo ambulante.

La questione della resurrezione, secondo quanto mostrano alcuni studi, ci è abbastanza estranea…

Ho l’impressione che la dottrina della resurrezione, che dopo tutto è la base della nostra fede, venga insegnata a malapena dalla Chiesa.

Anche se possiamo parlarne dal pulpito in modo intelligente e interessante, i fedeli non ritengono la verità della resurrezione fondamentale per la loro fede.

Ma perché la questione della resurrezione è importante per una buona comprensione del culto delle reliquie?

Ricordiamo che dopo la morte di ogni corpo il santo, il meno santo e anche il grande peccatore avranno la loro resurrezione. Si tratta della prospettiva sia di chi andrà in cielo che di chi può andare all’inferno.

Se Dio ha voluto che i nostri corpi dopo la morte in qualche modo risorgessero, significa che meritano la dovuta attenzione.

La dottrina della resurrezione ci conduce quindi lungo la via del rispetto per i resti dei nostri cari deposti nelle tombe.

Se veneriamo le ceneri dei membri delle nostre famiglie, possiamo venerare anche le reliquie o i resti dei santi.

A volte, però, succede che ci troviamo ad avere a che fare con oggetti appartenenti ai santi, non solo con il loro corpo…

Sono scettico su questo tipo di cose, come la canoa sulla quale navigava San Giovanni Paolo II.

Mi vengono un po’ i brividi vedendo le persone che cercano di celebrare in qualche modo un oggetto come qualcosa di magico.

Se dietro il culto delle reliquie non c’è l’insegnamento della Chiesa a spiegarlo in modo pastorale e dalla giusta prospettiva, la gente inizia a entrare in terreni che non hanno nulla a che vedere con la fede.

E per le persone che guardano dall’esterno, in effetti, può sembrare un atto di sciamanesimo.

Ho notato che nelle nostre chiese le reliquie godono di grande popolarità. Vengono sempre più collocate in modo permanente nelle cappelle laterali e la gente si inginocchia davanti a loro per pregare come davanti al tabernacolo…

È molto importante che il culto delle reliquie non eclissi il culto eucaristico. Non incolpo i fedeli, ma noi, i membri del clero.

Se si insiste tanto, ad esempio, sul fatto che un’Eucaristia si celebri con un calice di San Giovanni Paolo II e allo stesso tempo la consapevolezza dell’Eucaristia tra i fedeli non è molta, non ci dobbiamo sorprendere per il fatto che per alcuni quel calice sia più importante dei contenuti della Messa.

È possibile mostrare positivamente le reliquie all’uomo moderno e dargli un’idea innovativa per utilizzarle?

Noi stessi custodiamo vari oggetti appartenuti ai nostri defunti. Tutti coloro che hanno vissuto la morte di una persona cara sanno quanto sia difficile disfarsi delle sue cose.

Poco tempo fa una persona mi ha mostrato un bel ventaglio della sua bisnonna. Sappiamo che la storia di quell’oggetto non è quella del ventaglio, ma della bisnonna.

Se un oggetto di quel tipo ci aiuta a ricordare la persona, lo faranno ancor di più delle ossa umane.

Contemplando le ossa, o a volte tutto il corpo, di una persona che ha dedicato la sua vita a Dio in modo così speciale da diventare santa nasce il desiderio di una vita simile.

L’incontro con le reliquie deve cambiare qualcosa in me. Non è la presa magica del potere, non è un culto per il culto. Non rendiamo culto alle ossa, ma alla santità della persona.

E come trattare occasioni come il pellegrinaggio delle reliquie del beato Pier Giorgio Frassati in Polonia?

Si potrebbe dire che è come se ci regalassero degli occhiali. Suppongo che questi occhiali della marca Frassati abbiano il potere di aiutarci a mettere a fuoco correttamente la prospettiva adeguata per guardare in due dimensioni: in quella di Dio presente nella vita della persone di cui adoro le reliquie e in quella della mia vita.

E ancor di più, ci si riferisce a uno sguardo su di te a livello totale. Se nel contesto del culto ai santi, insieme alla preghiera, all’imitazione della loro vita, all’apprendimento della loro biografia e dei loro preziosi scritti e pensieri veneriamo anche le loro reliquie, o i loro corpi, questo significa qualcosa.

È una chiamata alla saggia cura del nostro corpo.

Vale la pena di trattare questo tipo di eventi, come quello collegato al pellegrinaggio delle reliquie del beato Frassati, come l’incontro con qualcuno che ha vissuto pienamente in Dio.

In questo modo diventa una guida per me, una bussola che mi può mostrare come vivere per camminare nella santità. Perché questa persona si trova già nel luogo che è anche il mio obiettivo.

[Venerare le reliquie] non consiste nel guardare un osso attraverso un vetro, né nell’adorare una bara. Si dovrebbe fare dicendo “Voglio arrivare nello stesso luogo in cui ti trovi tu”.

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