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Religione non significa devozionalismo o facile ed ingenuo pietismo

“La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee”

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Nel Documento “La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee” il linguaggio è chiaro, come chiara è l’impostazione. La difficoltà risiede nella complessità dell’argomento e nell’accezione del linguaggio quando venga collocato, secondo il documento stesso, non in una zona di confine in un qualche modo da superare ma sulla soglia della porta da cui osservare quanto accade per poter intervenire con la propria vita

La densità del Documento recentemente emanato – “La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee” (Commissione teologica internazionale) – risulta immediatamente al solo scorrere la successione dei sette capitoli in cui si articola.

Il linguaggio è chiaro, come chiara è l’impostazione. La difficoltà risiede nella complessità dell’argomento e nell’accezione del linguaggio quando venga collocato, secondo il documento stesso, non in una zona di confine in un qualche modo da superare ma sulla soglia della porta da cui osservare quanto accade per poter intervenire con la propria vita.

Non si può prescindere da un’accurata riflessione che, all’istante, denuncia come la fede non possa essere che riflessa e non tacciata di irrazionalità.

Il credente non è per il fatto di essere credente, isolato o avulso dal suo preciso contesto storico e sociale.
La polis – non i partiti politici – è sempre stata una cura che ha richiamato le forze della Chiesa ad impegnarsi nei diversi ambiti in cui si declinava. Con rigore quindi il Documento rifiuta una postura che voglia dirsi neutrale, quasi vissuta fra le nuvole piuttosto che con i piedi ancorati saldamente nel presente: “La pretesa neutralità ideologica di una cultura politica che dichiara di volersi costruire sulla formazione di regole meramente procedurali di giustizia, rimuovendo ogni giustificazione etica e ogni ispirazione religiosa, mostra la tendenza ad elaborare una ideologia della neutralità che, di fatto, impone l’emarginazione, se non l’esclusione, dell’espressione religiosa dalla sfera pubblica. E quindi, dalla piena libertà di partecipazione alla formazione della cittadinanza democratica”.

Negare o imporre una partecipazione attiva in nome della religione in cui si crede, svilisce la stessa persona e la riduce ad un’ameba che si accontenta di sopravvivere invece di considerarla parte attiva e ricettiva del vivere politico.

La riflessione teologica è uno scalpello che non risparmia neppure la selce. In realtà è riuscita a gettare luce su quelle ambiguità che portano l’etichetta del “ritorno della religione”. Segno irrispettoso e carente di limpidezza mentale.

“Questo cosiddetto ‘ritorno’, infatti, presenta anche aspetti di ‘regressione’ nei confronti dei valori personali e della convivenza democratica che stanno alla base della concezione umanistica dell’ordine politico e del legame sociale”.

Il confronto o anche solo il rapporto, se si vuole, con la tradizione passata getta un segnale inquietante: “Molti fenomeni associati alla nuova presenza del fattore religioso nella sfera politica e sociale appaiono del tutto eterogenei – se non contraddittori – rispetto alla tradizione autentica e allo sviluppo culturale delle grandi religioni storiche”.

Tuttavia, religione non significa devozionalismo o facile ed ingenuo pietismo.

Al credente è richiesta una ricerca inesausta della verità e della trascendenza per dare vita ad una cultura che proprio oggi sappia accogliere stimoli e vivacità e sia in grado di sbriciolare i pregiudizi.

Non in forza di argomentazioni patetiche o apodittiche ma in forza di un impegno, sia intellettuale-riflessivo, sia pratico-concreto “capace di attivare la circolazione di una cultura adeguata della religione”.
La cultura però deve essere creata, lavorata e intrisa di quella “dinamica dell’inculturazione del Vangelo che è un’immersione libera della Parola di Dio nelle culture per trasformarle dall’interno, illuminandole alla luce della rivelazione, in modo tale che anche la fede stessa si lasci interpellare dalle realtà storiche contingenti – interculturalità – come spunto per poter discernere significati più profondi della verità rivelata che deve, a sua volta, essere ricevuta nella cultura del contesto”.

Si tratta di accogliere “il filo conduttore – quello che scorre in tutto il Documento – ispirato all’utilità di tenere strettamente collegati, in chiave sia antropologica sia teologica, i principi personalistici, comunitari e cristiani della libertà religiosa di tutti”.

Originale: AgenSIR
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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“La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee”

  

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Nel Documento “La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee” il linguaggio è chiaro, come chiara è l’impostazione. La difficoltà risiede nella complessità dell’argomento e nell’accezione del linguaggio quando venga collocato, secondo il documento stesso, non in una zona di confine in un qualche modo da superare ma sulla soglia della porta da cui osservare quanto accade per poter intervenire con la propria vita

La densità del Documento recentemente emanato – “La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee” (Commissione teologica internazionale) – risulta immediatamente al solo scorrere la successione dei sette capitoli in cui si articola.

Il linguaggio è chiaro, come chiara è l’impostazione. La difficoltà risiede nella complessità dell’argomento e nell’accezione del linguaggio quando venga collocato, secondo il documento stesso, non in una zona di confine in un qualche modo da superare ma sulla soglia della porta da cui osservare quanto accade per poter intervenire con la propria vita.

Non si può prescindere da un’accurata riflessione che, all’istante, denuncia come la fede non possa essere che riflessa e non tacciata di irrazionalità.

Il credente non è per il fatto di essere credente, isolato o avulso dal suo preciso contesto storico e sociale.
La polis – non i partiti politici – è sempre stata una cura che ha richiamato le forze della Chiesa ad impegnarsi nei diversi ambiti in cui si declinava. Con rigore quindi il Documento rifiuta una postura che voglia dirsi neutrale, quasi vissuta fra le nuvole piuttosto che con i piedi ancorati saldamente nel presente: “La pretesa neutralità ideologica di una cultura politica che dichiara di volersi costruire sulla formazione di regole meramente procedurali di giustizia, rimuovendo ogni giustificazione etica e ogni ispirazione religiosa, mostra la tendenza ad elaborare una ideologia della neutralità che, di fatto, impone l’emarginazione, se non l’esclusione, dell’espressione religiosa dalla sfera pubblica. E quindi, dalla piena libertà di partecipazione alla formazione della cittadinanza democratica”.

Negare o imporre una partecipazione attiva in nome della religione in cui si crede, svilisce la stessa persona e la riduce ad un’ameba che si accontenta di sopravvivere invece di considerarla parte attiva e ricettiva del vivere politico.

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La riflessione teologica è uno scalpello che non risparmia neppure la selce. In realtà è riuscita a gettare luce su quelle ambiguità che portano l’etichetta del “ritorno della religione”. Segno irrispettoso e carente di limpidezza mentale.

“Questo cosiddetto ‘ritorno’, infatti, presenta anche aspetti di ‘regressione’ nei confronti dei valori personali e della convivenza democratica che stanno alla base della concezione umanistica dell’ordine politico e del legame sociale”.

Il confronto o anche solo il rapporto, se si vuole, con la tradizione passata getta un segnale inquietante: “Molti fenomeni associati alla nuova presenza del fattore religioso nella sfera politica e sociale appaiono del tutto eterogenei – se non contraddittori – rispetto alla tradizione autentica e allo sviluppo culturale delle grandi religioni storiche”.

Tuttavia, religione non significa devozionalismo o facile ed ingenuo pietismo.

Al credente è richiesta una ricerca inesausta della verità e della trascendenza per dare vita ad una cultura che proprio oggi sappia accogliere stimoli e vivacità e sia in grado di sbriciolare i pregiudizi.

Non in forza di argomentazioni patetiche o apodittiche ma in forza di un impegno, sia intellettuale-riflessivo, sia pratico-concreto “capace di attivare la circolazione di una cultura adeguata della religione”.
La cultura però deve essere creata, lavorata e intrisa di quella “dinamica dell’inculturazione del Vangelo che è un’immersione libera della Parola di Dio nelle culture per trasformarle dall’interno, illuminandole alla luce della rivelazione, in modo tale che anche la fede stessa si lasci interpellare dalle realtà storiche contingenti – interculturalità – come spunto per poter discernere significati più profondi della verità rivelata che deve, a sua volta, essere ricevuta nella cultura del contesto”.

Si tratta di accogliere “il filo conduttore – quello che scorre in tutto il Documento – ispirato all’utilità di tenere strettamente collegati, in chiave sia antropologica sia teologica, i principi personalistici, comunitari e cristiani della libertà religiosa di tutti”.

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