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Regno di Dio e mondo secolare: compagnia e profezia

Modernità secolarizzata: un kàiros, non una tragedia

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Riscoprire una nuova immagine di Dio

Come detto all’inizio, è necessario disfarsi delle immagini di Dio che altro non sono se non una sua deformazione.

L’unica vera immagine di Dio che nel tempo secolare può scaldare il cuore dell’uomo e della donna è quella che ci viene proposta da Gesù: un Dio, onnipotente nella misericordia e nel perdono, al quale stanno a cuore la cura e la crescita dell’umano.

All’immagine di Dio il prof. Cosentino attribuisce fondamentale importanza, in quanto, alla base di ogni concezione ateistica o incredula o di ogni disaffezione alla fede cristiana, vi è, non di rado, una distorta immagine di Dio.

Proprio a questo riguardo, non si può non pensare a quanto era solito ripetere David Maria Turoldo: sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sulla storia e sul mondo, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte.

Sull’importanza di «avere un’idea vera di Dio» anche papa Francesco ha parole illuminanti.

Promuovere un cristianesimo critico-profetico

Ma per rendere presente nel mondo il Regno di Dio, occorre un cristianesimo che abita il mondo esercitando un atteggiamento ospitale dell’umano e della storia (compagnia) e, contemporaneamente, capace di indicare l’oltre e l’altrove(profezia).

Occorre un cristianesimo di donne e uomini con gli occhi aperti. Per vedere il male presente nel mondo in tutte le sue forme personali e strutturali e contrastarlo con determinazione. Per vedere la sofferenza e il bisogno delle persone che si incontrano e, come il samaritano della parabola, farsene carico. Perché non si può credere in Dio e restare ciechi al dolore del mondo.

I cristiani sono «mistici con gli occhi aperti». La loro – come scrive un grande teologo contemporaneo ultranovantenne – è «una mistica che cerca il volto, che porta prima di tutto all’incontro con gli altri che soffrono, all’incontro con la faccia degli infelici e delle vittime».

La compagnia e la profezia, opponendosi tanto alla fuga dalla storia quanto all’acritica contaminazione in essa, permettono ai cristiani di vivere la tensione propria del Vangelo e della logica del Regno di Dio, di fuggire la tentazione della ghettizzazione in categorie religiose che riducono la fede e la Chiesa in cittadelle difensive rispetto alla vita reale.

Oggi i cristiani – ha concluso Francesco Cosentino – non possono limitarsi a restare fedeli al passato. Hanno il compito impegnativo di stare dentro il tempo secolare liberandosi di ogni moralismo negativo e animandosi, invece, di atteggiamenti propositivi di incontro, di dialogo e di annuncio. Certo, mettendo anche in discussione i propri linguaggi, l’organizzazione delle strutture ecclesiali e lo stesso modello parrocchiale, superando così ogni forma di rassegnazione o di pessimismo, abbracciando una visione audace e creativa. Soprattutto ai cristiani è chiesto di dare il loro contributo per vincere l’accidia pastorale che sembra serpeggiare nelle comunità e che, se non contrastata, mina come un male oscuro il compito fondamentale della Chiesa: testimoniare, in parole e opere, nel presente tempo secolare le potenzialità umanizzanti del Regno di Dio.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica
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All’immagine di Dio il prof. Cosentino attribuisce fondamentale importanza, in quanto, alla base di ogni concezione ateistica o incredula o di ogni disaffezione alla fede cristiana, vi è, non di rado, una distorta immagine di Dio.

Proprio a questo riguardo, non si può non pensare a quanto era solito ripetere David Maria Turoldo: sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sulla storia e sul mondo, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte.

Sull’importanza di «avere un’idea vera di Dio» anche papa Francesco ha parole illuminanti.

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Occorre un cristianesimo di donne e uomini con gli occhi aperti. Per vedere il male presente nel mondo in tutte le sue forme personali e strutturali e contrastarlo con determinazione. Per vedere la sofferenza e il bisogno delle persone che si incontrano e, come il samaritano della parabola, farsene carico. Perché non si può credere in Dio e restare ciechi al dolore del mondo.

I cristiani sono «mistici con gli occhi aperti». La loro – come scrive un grande teologo contemporaneo ultranovantenne – è «una mistica che cerca il volto, che porta prima di tutto all’incontro con gli altri che soffrono, all’incontro con la faccia degli infelici e delle vittime».

La compagnia e la profezia, opponendosi tanto alla fuga dalla storia quanto all’acritica contaminazione in essa, permettono ai cristiani di vivere la tensione propria del Vangelo e della logica del Regno di Dio, di fuggire la tentazione della ghettizzazione in categorie religiose che riducono la fede e la Chiesa in cittadelle difensive rispetto alla vita reale.

Oggi i cristiani – ha concluso Francesco Cosentino – non possono limitarsi a restare fedeli al passato. Hanno il compito impegnativo di stare dentro il tempo secolare liberandosi di ogni moralismo negativo e animandosi, invece, di atteggiamenti propositivi di incontro, di dialogo e di annuncio. Certo, mettendo anche in discussione i propri linguaggi, l’organizzazione delle strutture ecclesiali e lo stesso modello parrocchiale, superando così ogni forma di rassegnazione o di pessimismo, abbracciando una visione audace e creativa. Soprattutto ai cristiani è chiesto di dare il loro contributo per vincere l’accidia pastorale che sembra serpeggiare nelle comunità e che, se non contrastata, mina come un male oscuro il compito fondamentale della Chiesa: testimoniare, in parole e opere, nel presente tempo secolare le potenzialità umanizzanti del Regno di Dio.

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