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Redaelli nuovo presidente della Caritas italiana

La più attesa tra le nomine dell’Assemblea generale della Cei.

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L’arcivescovo di Gorizia nuovo presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e della Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali

La più attesa tra le nomine dell’Assemblea generale della Cei riguardava quella di presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e, di conseguenza, presidente della Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali e di Caritas italiana. Il nome scelto è stato quello di Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia, sessantadue anni, originario dell’arcidiocesi di Milano, di cui è stato anche vescovo ausiliare. Succede nel nuovo incarico al cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, dimissionario lo scorso dicembre, e a Corrado Pizziolo, vescovo di Vittorio Veneto, che aveva assunto la presidenza ad interim. «Non me l’aspettavo sinceramente, pensavo ci fossero altri candidati» dice Redaelli, «ma essendo stato negli ultimi quattro anni uno dei due vice-presidenti di Caritas italiana vedo questa nomina come la prosecuzione di un impegno già avviato».

Lo sguardo di Redaelli parte da un Nord Est che “tiene” per molti versi più di altre parti di Italia, ma in cui non manca l’ombra della povertà: «A Gorizia abbiamo quasi 500 tessere dell’Emporio della solidarietà (un luogo dove poter acquistare generi di prima necessità ndr) e la maggior parte sono italiani» spiega il presule, «la richiesta che viene dalle persone in difficoltà è generalmente di soldi e di lavoro, è una povertà dietro cui c’è il disagio di intere famiglie, provate non solo economicamente ma anche da separazioni, divorzi, figli con problemi. Situazioni molto pesanti. Per fortuna qui come in tante altre realtà italiane c’è una buona collaborazione con i servizi sociali».

«Quello che la Caritas vuole fare è prendersi carico delle situazioni delle persone, non solo essere un distributore di soldi o beni» dice sempre l’arcivescovo, che insiste su questo punto anche guardando alle sfide dei prossimi anni: «L’azione della Caritas italiana ha una specificità rispetto a Caritas per esempio del Nord Europa, ovvero un taglio educativo, pedagogico. Sono importanti le “opere segno”, capaci di lasciare un’indicazione da seguire, di avere una funzione educativa per le comunità cristiane e non solo. Opera-segno vuol dire per esempio andare incontro a situazioni a cui nessuno aveva pensato prima. A Milano, quando nessuno faceva nulla per i malati di Aids, fu la Caritas a iniziare la prima comunità. Un invito che faccio spesso alle nostre Caritas, subissate di richieste, è di non rimanere passive ma di guardarsi attorno, con discernimento, per capire dove c’è bisogno di un intervento che riaffermi la dignità della persona».

Redaelli vede quindi per il futuro una Caritas italiana decisa «ad andare incontro ai bisogni della gente, senza pretese di salvare il mondo, e con una presenza che sia lievito cristiano».

Originale: Avvenire.it
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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La più attesa tra le nomine dell’Assemblea generale della Cei.

  

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La più attesa tra le nomine dell’Assemblea generale della Cei riguardava quella di presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e, di conseguenza, presidente della Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali e di Caritas italiana. Il nome scelto è stato quello di Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia, sessantadue anni, originario dell’arcidiocesi di Milano, di cui è stato anche vescovo ausiliare. Succede nel nuovo incarico al cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, dimissionario lo scorso dicembre, e a Corrado Pizziolo, vescovo di Vittorio Veneto, che aveva assunto la presidenza ad interim. «Non me l’aspettavo sinceramente, pensavo ci fossero altri candidati» dice Redaelli, «ma essendo stato negli ultimi quattro anni uno dei due vice-presidenti di Caritas italiana vedo questa nomina come la prosecuzione di un impegno già avviato».

Lo sguardo di Redaelli parte da un Nord Est che “tiene” per molti versi più di altre parti di Italia, ma in cui non manca l’ombra della povertà: «A Gorizia abbiamo quasi 500 tessere dell’Emporio della solidarietà (un luogo dove poter acquistare generi di prima necessità ndr) e la maggior parte sono italiani» spiega il presule, «la richiesta che viene dalle persone in difficoltà è generalmente di soldi e di lavoro, è una povertà dietro cui c’è il disagio di intere famiglie, provate non solo economicamente ma anche da separazioni, divorzi, figli con problemi. Situazioni molto pesanti. Per fortuna qui come in tante altre realtà italiane c’è una buona collaborazione con i servizi sociali».

«Quello che la Caritas vuole fare è prendersi carico delle situazioni delle persone, non solo essere un distributore di soldi o beni» dice sempre l’arcivescovo, che insiste su questo punto anche guardando alle sfide dei prossimi anni: «L’azione della Caritas italiana ha una specificità rispetto a Caritas per esempio del Nord Europa, ovvero un taglio educativo, pedagogico. Sono importanti le “opere segno”, capaci di lasciare un’indicazione da seguire, di avere una funzione educativa per le comunità cristiane e non solo. Opera-segno vuol dire per esempio andare incontro a situazioni a cui nessuno aveva pensato prima. A Milano, quando nessuno faceva nulla per i malati di Aids, fu la Caritas a iniziare la prima comunità. Un invito che faccio spesso alle nostre Caritas, subissate di richieste, è di non rimanere passive ma di guardarsi attorno, con discernimento, per capire dove c’è bisogno di un intervento che riaffermi la dignità della persona».

Redaelli vede quindi per il futuro una Caritas italiana decisa «ad andare incontro ai bisogni della gente, senza pretese di salvare il mondo, e con una presenza che sia lievito cristiano».

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