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Quel “ruolo pubblicoˮ della Chiesa in difesa degli ultimi

Vita Ecclesiale

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Un saggio di Faggioli indaga sulla recezione del Vaticano II: i residui dell’era costantiniana sono ancora utili contro il “paradigma tecnocraticoˮ
 

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

C’è ancora molto cammino da fare perché il Concilio Ecumenico Vaticano II e in particolare l’ecclesiologia della costituzione conciliare Gaudium et spes vengano recepiti e assimilati. E questo appare evidente in un tempo di crisi quale quello che stiamo vivendo. Lo sostiene Massimo Faggioli, professore ordinario nel dipartimento di Teologia e Scienze religiose di Villanova University (Philadelphia), nel libro “Cattolicesimo, nazionalismo, cosmopolitismoˮ (Armando Editore, 176 pagine, 15 euro), dedicato al rapporto tra Chiesa, società e politica dal Vaticano II al pontificato di Francesco. 

Secondo lo studioso, la Chiesa cattolica come istituzione «ha recepito solo parzialmente l’ecclesiologia del Vaticano II: alcune eredità chiave del cristianesimo europeo sono ancora presenti come caratteristiche della Chiesa cattolica globale. La più celebre, ma non l’unica, è il contributo finanziario che la Chiesa riceve annualmente dai contribuenti grazie a un concordato (ad esempio in Italia e in Germania». Faggioli osserva che le riforme post-conciliari non hanno modificato il sistema complessivo delle relazioni tra Chiesa e Stato e dunque «si sbagliavano coloro i quali credevano che il tempo dei concordati sarebbe finito con il Concilio». 
  
Nel libro il professore, di origini ferraresi ma da molti anni trapiantato in America, ricorda la disillusione ideologica e politica «patita dal cristianesimo post-conciliare: negli anni successivi al 1989-1991, ad occupare lo spazio lasciato dal comunismo in Europa orientale non fu la Chiesa conciliare ma il libero mercato». Nei 25 anni successivi alla fine del comunismo «Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno percorso una linea sottile: per un verso, la Chiesa cattolica è diventata il più importante difensore dei diritti umani e della libertà religiosa del mondo globale. Per un altro, il papato non aveva alcuna intenzione di rinunciare a determinate prerogative accumulate nel secolo precedenteattraverso la diplomazia vaticana e una sapiente gestione delle eredità (simboliche e materiali) del potere temporale». 
  
Secondo Faggioli, con il pontificato di Francesco – che pure non ha mai parlato in termini generali del tipo di trattamento legale e costituzionale che i cattolici dovrebbero ottenere o cercare in un Paese – emerge più distintamente un’ecclesiologia che «fa appello a una Chiesa cattolica libera dalle protezioni della Chiesa nazionale negli Stati confessionali, come dimostrano le dichiarazioni apertamente a favore di uno Stato laico e contro la nostalgia dello Stato confessionale». 
  
Lo studioso definisce «singolare» il modo con cui Papa Bergoglio affronta le questioni sociali e politiche. Francesco «non cessa di denunciare le ingiustizie del sistema economico, ma è molto consapevole dei rischi di manipolazione politica del papato» e «intende mantenere i politici a debita distanza» pur cercando di «riabilitare la politica in un’epoca» in cui la sua legittimazione è in crisi. 
  
«La visione che Francesco ha della Chiesa – scrive Faggioli – non è liberale né liberal: è una Chiesa che ascolta, ma non cessa di chiedere di essere ascoltata per il ruolo che ricopre nello spazio pubblico. In altre parole, il radicalismo di Francesco non deve essere scambiato per una teologia politica che sostiene la drastica fine della Chiesa istituzionale nei luoghi in cui essa esiste e opera». Per questo «in un cattolico radicato nella teologia dal Vaticano II come Papa Francesco, la riluttanza nell’eliminare del tutto le vestigia della Chiesa established» di costantiniana memoria «è legata al ruolo che la Chiesa cattolica romana gioca nel mondo globale investita dal “paradigma tecnocraticoˮ. Ci si deve chiedere oggi – continua lo studioso – se la Chiesa established non sia forse uno dei pochi baluardi rimasti contro la distruzione dello stato sociale, il turbo-capitalismo, l’individualizzazione radicale della vita umana, il neo-imperialismo e l’eccezionalismo americano». 
  
Dunque, spiega Faggioli, «la riluttanza a liberarsi dal ruolo pubblico della Chiesa non deriva solo dalla quantità di opere sociali e di assistenza che può offrire con i soldi dei contribuenti che affluiscono grazie ai concordati; né si tratta soltanto di iniziative di beneficienza e di filantropia, ma anche del lavoro che il governo ha esternalizzato alle Chiese molto tempo fa, e che ora è parte del sistema socioeconomico dei Paesi più ricchi d’Europa. Si tratta anche, se non soprattutto, delle ripercussioni del “paradigma tecnocraticoˮ su un sistema sociale e politico globale senza la voce e il ruolo della Chiesa cattolica». Un ritiro radicale della Chiesa dalla sfera pubblica implicherebbe una perdita del “pulpitoˮ con sui essa interviene a favore e per conto degli esclusi del sistema economico».  
  
Questa difficoltà ad abbandonare quel pulpito rappresenta secondo Faggioli una delle questioni trasversali che segnano una differenza tra il cattolicesimo euro-latinoamericano e il cattolicesimo del mondo anglosassone emersa in questo pontificato. «Nel mondo anglosassone, è percepita come ridicola non soltanto l’idea che dei contribuenti versino del denaro ad una Chiesa che si oppone agli elementi chiave del sistema capitalistico. Vi è anche una questione teologica e ideologica precisa: nel mondo anglosassone il liberalismo politico e il liberalismo teologico sono molto più allineati e sovrapponibili che in Europa o altrove». 
  
In Francesco esiste dunque «un’ambivalenza sul ruolo della Chiesa nella sfera pubblica: una Chiesa che non vuole essere politicizzata, ma che reclama il diritto e il dovere di essere “politicaˮ, almeno nella misura richiesta ad una Chiesa profetica». Più che un’ambivalenza, un dilemma causato dai profondi cambiamenti nel ruolo della Chiesa nel nostro mondo globalizzato. 

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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C’è ancora molto cammino da fare perché il Concilio Ecumenico Vaticano II e in particolare l’ecclesiologia della costituzione conciliare Gaudium et spes vengano recepiti e assimilati. E questo appare evidente in un tempo di crisi quale quello che stiamo vivendo. Lo sostiene Massimo Faggioli, professore ordinario nel dipartimento di Teologia e Scienze religiose di Villanova University (Philadelphia), nel libro “Cattolicesimo, nazionalismo, cosmopolitismoˮ (Armando Editore, 176 pagine, 15 euro), dedicato al rapporto tra Chiesa, società e politica dal Vaticano II al pontificato di Francesco. 

Secondo lo studioso, la Chiesa cattolica come istituzione «ha recepito solo parzialmente l’ecclesiologia del Vaticano II: alcune eredità chiave del cristianesimo europeo sono ancora presenti come caratteristiche della Chiesa cattolica globale. La più celebre, ma non l’unica, è il contributo finanziario che la Chiesa riceve annualmente dai contribuenti grazie a un concordato (ad esempio in Italia e in Germania». Faggioli osserva che le riforme post-conciliari non hanno modificato il sistema complessivo delle relazioni tra Chiesa e Stato e dunque «si sbagliavano coloro i quali credevano che il tempo dei concordati sarebbe finito con il Concilio». 
  
Nel libro il professore, di origini ferraresi ma da molti anni trapiantato in America, ricorda la disillusione ideologica e politica «patita dal cristianesimo post-conciliare: negli anni successivi al 1989-1991, ad occupare lo spazio lasciato dal comunismo in Europa orientale non fu la Chiesa conciliare ma il libero mercato». Nei 25 anni successivi alla fine del comunismo «Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno percorso una linea sottile: per un verso, la Chiesa cattolica è diventata il più importante difensore dei diritti umani e della libertà religiosa del mondo globale. Per un altro, il papato non aveva alcuna intenzione di rinunciare a determinate prerogative accumulate nel secolo precedenteattraverso la diplomazia vaticana e una sapiente gestione delle eredità (simboliche e materiali) del potere temporale». 
  
Secondo Faggioli, con il pontificato di Francesco – che pure non ha mai parlato in termini generali del tipo di trattamento legale e costituzionale che i cattolici dovrebbero ottenere o cercare in un Paese – emerge più distintamente un’ecclesiologia che «fa appello a una Chiesa cattolica libera dalle protezioni della Chiesa nazionale negli Stati confessionali, come dimostrano le dichiarazioni apertamente a favore di uno Stato laico e contro la nostalgia dello Stato confessionale». 
  
Lo studioso definisce «singolare» il modo con cui Papa Bergoglio affronta le questioni sociali e politiche. Francesco «non cessa di denunciare le ingiustizie del sistema economico, ma è molto consapevole dei rischi di manipolazione politica del papato» e «intende mantenere i politici a debita distanza» pur cercando di «riabilitare la politica in un’epoca» in cui la sua legittimazione è in crisi. 
  
«La visione che Francesco ha della Chiesa – scrive Faggioli – non è liberale né liberal: è una Chiesa che ascolta, ma non cessa di chiedere di essere ascoltata per il ruolo che ricopre nello spazio pubblico. In altre parole, il radicalismo di Francesco non deve essere scambiato per una teologia politica che sostiene la drastica fine della Chiesa istituzionale nei luoghi in cui essa esiste e opera». Per questo «in un cattolico radicato nella teologia dal Vaticano II come Papa Francesco, la riluttanza nell’eliminare del tutto le vestigia della Chiesa established» di costantiniana memoria «è legata al ruolo che la Chiesa cattolica romana gioca nel mondo globale investita dal “paradigma tecnocraticoˮ. Ci si deve chiedere oggi – continua lo studioso – se la Chiesa established non sia forse uno dei pochi baluardi rimasti contro la distruzione dello stato sociale, il turbo-capitalismo, l’individualizzazione radicale della vita umana, il neo-imperialismo e l’eccezionalismo americano». 
  
Dunque, spiega Faggioli, «la riluttanza a liberarsi dal ruolo pubblico della Chiesa non deriva solo dalla quantità di opere sociali e di assistenza che può offrire con i soldi dei contribuenti che affluiscono grazie ai concordati; né si tratta soltanto di iniziative di beneficienza e di filantropia, ma anche del lavoro che il governo ha esternalizzato alle Chiese molto tempo fa, e che ora è parte del sistema socioeconomico dei Paesi più ricchi d’Europa. Si tratta anche, se non soprattutto, delle ripercussioni del “paradigma tecnocraticoˮ su un sistema sociale e politico globale senza la voce e il ruolo della Chiesa cattolica». Un ritiro radicale della Chiesa dalla sfera pubblica implicherebbe una perdita del “pulpitoˮ con sui essa interviene a favore e per conto degli esclusi del sistema economico».  
  
Questa difficoltà ad abbandonare quel pulpito rappresenta secondo Faggioli una delle questioni trasversali che segnano una differenza tra il cattolicesimo euro-latinoamericano e il cattolicesimo del mondo anglosassone emersa in questo pontificato. «Nel mondo anglosassone, è percepita come ridicola non soltanto l’idea che dei contribuenti versino del denaro ad una Chiesa che si oppone agli elementi chiave del sistema capitalistico. Vi è anche una questione teologica e ideologica precisa: nel mondo anglosassone il liberalismo politico e il liberalismo teologico sono molto più allineati e sovrapponibili che in Europa o altrove». 
  
In Francesco esiste dunque «un’ambivalenza sul ruolo della Chiesa nella sfera pubblica: una Chiesa che non vuole essere politicizzata, ma che reclama il diritto e il dovere di essere “politicaˮ, almeno nella misura richiesta ad una Chiesa profetica». Più che un’ambivalenza, un dilemma causato dai profondi cambiamenti nel ruolo della Chiesa nel nostro mondo globalizzato. 

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