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Quei “conservatori carenti di tradizione” che fanno gli esami di dottrina a Ratzinger

Vita Ecclesiale

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Dagli scritti sul Concilio del futuro Benedetto XVI emergono giudizi utili per leggere l’attuale stagione ecclesiale: le critiche al Vaticano II e ai Papi conciliari e post-conciliari che accomunano molti degli accusatori di Francesco
 
ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO
 

Il libro di Enrico Maria Radaelli sul pensiero teologico di Joseph Ratzinger, avallato dal teologo Antonio Livi,  nel quale si sostiene che proprio il futuro Benedetto XVI e la sua opera “Introduzione al cristianesimo” abbiano aiutato a diffondere e consolidare la «teologia modernista» con «la sua evidente deriva ereticale», contribuisce a fare chiarezza. Confermando che molti dei critici dell’attuale pontificato non soltanto sono e sono stati critici del pontificato dei predecessori ma contestano il Concilio Ecumenico Vaticano II. 

Nel VII volume dell’Opera Omnia di Joseph Ratzinger, pubblicato poco più di un anno fa, che contiene gli scritti del futuro Papa dal Concilio e sul Concilio, si può trovare un giudizio quanto mai attuale per leggere non soltanto il dibattito interno al Vaticano II ma anche l’attuale stagione ecclesiale. Nel resoconto che il giovane teologo bavarese dedica al terzo periodo conciliare ci sono alcune pagine sulla famosa alla “Nota esplicativa previa”, il testo aggiunto in coda alla Costituzione apostolica Lumen Gentium, firmato dal cardinale Pericle Felici per spiegare i criteri con cui andavano letti i passaggi sulla collegialità episcopale che la minoranza conciliare contestava considerandoli un possibile depotenziamento dell’autorità del Pontefice.
 
 

Il professor Ratzinger, che mostra di non apprezzare la “Nota previa”, scrive che in Concilio si erano manifestate chiaramente due opzioni a confronto. Da un lato «un pensiero che parte da tutta la vastità della Tradizione cristiana, e in base a essa cerca di descrivere la costante ampiezza delle possibilità ecclesiali». Dall’altro «un pensiero puramente sistematico, che ammette soltanto la presente forma giuridica della Chiesa come criterio delle sue riflessioni, e quindi necessariamente teme che qualsiasi movimento al di fuori di essa sia cadere nel vuoto». Il «conservatorismo» di questa seconda opzione, secondo Ratzinger, si radicava «nella sua estraneità alla storia e quindi in fondo in una “carenza” di Tradizione, cioè di apertura verso l’insieme della storia cristiana».  

Questa descrizione del futuro Benedetto XVI capovolge già all’epoca lo schema secondo il quale il Concilio sarebbe stato caratterizzato da un conflitto tra “conservatori” preoccupati per i possibili “strappi” dalla Tradizione e “progressisti” da tendenze moderniste. Per Ratzinger la situazione era l’esatto contrario: erano i cosiddetti “progressisti”, o almeno «la parte prevalente di loro» che lavorava per un «ritorno all’ampiezza e alla ricchezza di ciò che è stato tramandato». Ritrovando le sorgenti dell’atteso rinnovamento proprio nella «intrinseca larghezza propria della Chiesa». 

«La Tradizione e il magistero» scriveva allora Joseph Ratzinger, «devono sempre sviluppare il germe contenuto nella Scrittura». Perché la Chiesa, Sposa di Cristo, non è un’entità sacrale autosufficiente, al di fuori del tempo e dello spazio. Essa riconosce sé stessa come una realtà che cammina nella storia rimanendo dipendente passo dopo passo dalla grazia operante di Cristo, «continuamente bisognosa di rinnovamento», posta «sotto il segno della debolezza e del peccato», e che per questo «ha sempre bisogno della tenerezza di Dio che la perdona».  

Colpisce, nelle parole con cui Ratzinger descrive le due posizioni contrapposte in Concilio, quel riferimento al «pensiero puramente sistematico» che sembra caratterizzare anche molti dei critici di oggi. Una fede ridotta ad assiomi, a pensiero filosofico, a dimostrazione razionale che rischia di essere disincarnata e che diventa «pensiero puramente sistematico» usato per fare gli esami di dottrina persino al Papa. 

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il libro di Enrico Maria Radaelli sul pensiero teologico di Joseph Ratzinger, avallato dal teologo Antonio Livi,  nel quale si sostiene che proprio il futuro Benedetto XVI e la sua opera “Introduzione al cristianesimo” abbiano aiutato a diffondere e consolidare la «teologia modernista» con «la sua evidente deriva ereticale», contribuisce a fare chiarezza. Confermando che molti dei critici dell’attuale pontificato non soltanto sono e sono stati critici del pontificato dei predecessori ma contestano il Concilio Ecumenico Vaticano II. 

Nel VII volume dell’Opera Omnia di Joseph Ratzinger, pubblicato poco più di un anno fa, che contiene gli scritti del futuro Papa dal Concilio e sul Concilio, si può trovare un giudizio quanto mai attuale per leggere non soltanto il dibattito interno al Vaticano II ma anche l’attuale stagione ecclesiale. Nel resoconto che il giovane teologo bavarese dedica al terzo periodo conciliare ci sono alcune pagine sulla famosa alla “Nota esplicativa previa”, il testo aggiunto in coda alla Costituzione apostolica Lumen Gentium, firmato dal cardinale Pericle Felici per spiegare i criteri con cui andavano letti i passaggi sulla collegialità episcopale che la minoranza conciliare contestava considerandoli un possibile depotenziamento dell’autorità del Pontefice.
 
 

Il professor Ratzinger, che mostra di non apprezzare la “Nota previa”, scrive che in Concilio si erano manifestate chiaramente due opzioni a confronto. Da un lato «un pensiero che parte da tutta la vastità della Tradizione cristiana, e in base a essa cerca di descrivere la costante ampiezza delle possibilità ecclesiali». Dall’altro «un pensiero puramente sistematico, che ammette soltanto la presente forma giuridica della Chiesa come criterio delle sue riflessioni, e quindi necessariamente teme che qualsiasi movimento al di fuori di essa sia cadere nel vuoto». Il «conservatorismo» di questa seconda opzione, secondo Ratzinger, si radicava «nella sua estraneità alla storia e quindi in fondo in una “carenza” di Tradizione, cioè di apertura verso l’insieme della storia cristiana».  

Questa descrizione del futuro Benedetto XVI capovolge già all’epoca lo schema secondo il quale il Concilio sarebbe stato caratterizzato da un conflitto tra “conservatori” preoccupati per i possibili “strappi” dalla Tradizione e “progressisti” da tendenze moderniste. Per Ratzinger la situazione era l’esatto contrario: erano i cosiddetti “progressisti”, o almeno «la parte prevalente di loro» che lavorava per un «ritorno all’ampiezza e alla ricchezza di ciò che è stato tramandato». Ritrovando le sorgenti dell’atteso rinnovamento proprio nella «intrinseca larghezza propria della Chiesa». 

«La Tradizione e il magistero» scriveva allora Joseph Ratzinger, «devono sempre sviluppare il germe contenuto nella Scrittura». Perché la Chiesa, Sposa di Cristo, non è un’entità sacrale autosufficiente, al di fuori del tempo e dello spazio. Essa riconosce sé stessa come una realtà che cammina nella storia rimanendo dipendente passo dopo passo dalla grazia operante di Cristo, «continuamente bisognosa di rinnovamento», posta «sotto il segno della debolezza e del peccato», e che per questo «ha sempre bisogno della tenerezza di Dio che la perdona».  

Colpisce, nelle parole con cui Ratzinger descrive le due posizioni contrapposte in Concilio, quel riferimento al «pensiero puramente sistematico» che sembra caratterizzare anche molti dei critici di oggi. Una fede ridotta ad assiomi, a pensiero filosofico, a dimostrazione razionale che rischia di essere disincarnata e che diventa «pensiero puramente sistematico» usato per fare gli esami di dottrina persino al Papa. 

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