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Quando soffri ti serve qualcuno come Dio. Che resti, ti ascolti e ti consoli

È lo stile di amare di Dio stesso che ci insegna come essere genitori e anche amici e fratelli.

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E’ lo stile di amare di Dio stesso che ci insegna come essere genitori e anche amici e fratelli.

Il Piccinaccolo è malato. Dall’alto dei suoi 19 mesi, una stomatite erpetica, sta gettando tutta la famiglia nello sconforto. Sono notti pesanti e il povero Piccinaccolo è esausto. Noi con lui.

Quando una persona all’interno di un nucleo familiare, sta poco bene, si crea una situazione di disagio per tutti. Accade per gli adulti, figuriamoci per un bambino. I più piccoli e i più deboli, quando sono malati o posseggono già una patologia che contribuisce tanto alla loro fragilità e, in più, si aggiunge l’episodio acuto, gettano nello sconforto tutta la famiglia.

Ciò accade perché siamo tutti legati e nessuno può essere insensibile al dolore altrui. Le lacrime del Piccinaccolo che non riesce a mangiare nulla (santa poppa che ci salvi sempre!), fanno dispiacere tutti. Tutti siamo coinvolti in questo ‘sentire’ che riguarda la famiglia: i fratelli perché si agitano (al ritorno dal pediatra, Lannina, tra le lacrime trattenute con evidente difficoltà, mi ha chiesto se fosse una malattia mortale con conseguente pianto di sollievo quando le ho spiegato che no, è solo fastidiosa), non dormono bene (Lillo è sceso un paio di volte dalla sua piccionaia, per vedere se avessimo bisogno), si agitano preoccupandosi (la Figlia G, che c’è passata, vive la situazione con estrema compassione)… Checcolens abbraccia il fratellino guardandolo con tristezza.

La loro compartecipazione a questo dolore estremamente fastidioso è quella che ognuno di noi potrebbe mostrare di più quando un amico soffre: non è difficile, basta guardare la persona e ascoltarla con serenitàdandole il tempo di sfogarsi un po’. Oggigiorno dedichiamo tempo solo a noi, ma non ci farebbe male ‘guardare al di là del nostro naso’ come suggerisce Bert al signor Banks (da noi “Mary Poppins” è un’istituzione) efar sentire gli altri più accolti.
Io provo tale sensazione di accoglimento, quando mi accosto alla Riconciliazione: il mio sacerdote mi ascolta e sente ciò che dico. Lo comprende proprio, ciò che sento (o forse sono noiosa e si assopisce?) e poi mi consola, prima di darmi l’assoluzione
Ora, quando un bambino piange, va consolato. Non importa il motivo. Se è un capriccio, magari un “No!” più che giustificato, glielo si spiega, ma soprattutto se è malato e soffre, non lo si abbandona. È difficile stare con un bambino -soprattutto piccolo che ancora non sa esprimersi bene- che sta male e non sa comprenderne il motivo. È talmente complesso che la cosa migliore è la presenza. Mi ripeto costantemente ultimamente, ma nulla fa, ai figli, come l’esserci, lo stare, il presenziare. Essere un genitore talvolta significa tacere, ma abbracciare: senza dire le classiche frasi da post-sbucciatura-di-ginocchio-dopo-150-avvertimenti, senza grilloparlanteggiare stile Signorina Rottermeier (più o meno come me) che alza l’indice e afferma il classico «Te l’avevo detto»…
In realtà dovremmo tutti essere come Nostro Padre, che è nei Cieli e ci ama tanto. Dio con noi fa così: è paziente, presente, ma non invadente. Quando ci capitano avversità anche tanto pesanti (alcune delle quali ce le andiamo abbondantemente a cercare), Lui non scappa, non dice «Te l’avevo detto», non sgrida né mercanteggia soluzioni: Lui sta. È lì. Non ci abbandona. Non ci agevola né modifica la realtà perché ci disperiamo, ma è lì con noi e non ci lascia per nulla al mondo.
In effetti, quando noi genitori non sappiamo come fare, l’unica è ispirarci al Padre Nostro, dal quale possiamo solo imparare e sul quale possiamo sempre contare.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il Piccinaccolo è malato. Dall’alto dei suoi 19 mesi, una stomatite erpetica, sta gettando tutta la famiglia nello sconforto. Sono notti pesanti e il povero Piccinaccolo è esausto. Noi con lui.

Quando una persona all’interno di un nucleo familiare, sta poco bene, si crea una situazione di disagio per tutti. Accade per gli adulti, figuriamoci per un bambino. I più piccoli e i più deboli, quando sono malati o posseggono già una patologia che contribuisce tanto alla loro fragilità e, in più, si aggiunge l’episodio acuto, gettano nello sconforto tutta la famiglia.

Ciò accade perché siamo tutti legati e nessuno può essere insensibile al dolore altrui. Le lacrime del Piccinaccolo che non riesce a mangiare nulla (santa poppa che ci salvi sempre!), fanno dispiacere tutti. Tutti siamo coinvolti in questo ‘sentire’ che riguarda la famiglia: i fratelli perché si agitano (al ritorno dal pediatra, Lannina, tra le lacrime trattenute con evidente difficoltà, mi ha chiesto se fosse una malattia mortale con conseguente pianto di sollievo quando le ho spiegato che no, è solo fastidiosa), non dormono bene (Lillo è sceso un paio di volte dalla sua piccionaia, per vedere se avessimo bisogno), si agitano preoccupandosi (la Figlia G, che c’è passata, vive la situazione con estrema compassione)… Checcolens abbraccia il fratellino guardandolo con tristezza.

La loro compartecipazione a questo dolore estremamente fastidioso è quella che ognuno di noi potrebbe mostrare di più quando un amico soffre: non è difficile, basta guardare la persona e ascoltarla con serenitàdandole il tempo di sfogarsi un po’. Oggigiorno dedichiamo tempo solo a noi, ma non ci farebbe male ‘guardare al di là del nostro naso’ come suggerisce Bert al signor Banks (da noi “Mary Poppins” è un’istituzione) efar sentire gli altri più accolti.
Io provo tale sensazione di accoglimento, quando mi accosto alla Riconciliazione: il mio sacerdote mi ascolta e sente ciò che dico. Lo comprende proprio, ciò che sento (o forse sono noiosa e si assopisce?) e poi mi consola, prima di darmi l’assoluzione
Ora, quando un bambino piange, va consolato. Non importa il motivo. Se è un capriccio, magari un “No!” più che giustificato, glielo si spiega, ma soprattutto se è malato e soffre, non lo si abbandona. È difficile stare con un bambino -soprattutto piccolo che ancora non sa esprimersi bene- che sta male e non sa comprenderne il motivo. È talmente complesso che la cosa migliore è la presenza. Mi ripeto costantemente ultimamente, ma nulla fa, ai figli, come l’esserci, lo stare, il presenziare. Essere un genitore talvolta significa tacere, ma abbracciare: senza dire le classiche frasi da post-sbucciatura-di-ginocchio-dopo-150-avvertimenti, senza grilloparlanteggiare stile Signorina Rottermeier (più o meno come me) che alza l’indice e afferma il classico «Te l’avevo detto»…
In realtà dovremmo tutti essere come Nostro Padre, che è nei Cieli e ci ama tanto. Dio con noi fa così: è paziente, presente, ma non invadente. Quando ci capitano avversità anche tanto pesanti (alcune delle quali ce le andiamo abbondantemente a cercare), Lui non scappa, non dice «Te l’avevo detto», non sgrida né mercanteggia soluzioni: Lui sta. È lì. Non ci abbandona. Non ci agevola né modifica la realtà perché ci disperiamo, ma è lì con noi e non ci lascia per nulla al mondo.
In effetti, quando noi genitori non sappiamo come fare, l’unica è ispirarci al Padre Nostro, dal quale possiamo solo imparare e sul quale possiamo sempre contare.

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