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Quando il “grazie” della vita diventa eucaristia

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di: Maurizio Rossi

L’Angelus di Jean-François Millet è un dipinto che, pur nelle sue dimensioni contenute (55 x 66 cm), sorprende e affascina per il carattere ieratico e quasi monumentale della composizione.

Il soggetto ci rimanda al mondo contadino tanto amato dal pittore francese: la linea dell’orizzonte, molto alta, fa sì che la superficie del quadro sia occupata per due terzi dal morbido colore verde brunito della terra, mentre la parte superiore è invasa dalla luce, proveniente da sinistra. In primo piano si stagliano due figure: un uomo e una donna immobili, in piedi, con il capo chinato e le mani raccolte nell’atto della preghiera. Terra. Luce. Presenze umane. Silenzio. Preghiera.

È l’artista stesso, attraverso il titolo dell’opera, a spiegarci quale sia il motivo di tanto raccoglimento: l’Angelus era la preghiera che, recitata nei tre momenti più significativi della giornata – mattino, mezzogiorno e sera –, scandiva nelle civiltà agricole il ritmo del quotidiano.

In lontananza si intravede il campanile di una chiesa: mentre nell’aria vibrano ancora i rintocchi dell’Angelus della sera, il contadino e la sua sposa hanno deposto gli attrezzi del lavoro, la forca, la carriola, il cesto con le patate appena raccolte, e si sono fermati per celebrare la liturgia serale di ringraziamento.

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Angelus Domini nuntiavit Mariae. Il lavoro nei campi, così faticoso, duro e ripetitivo, vive un momento di pausa e il tempo si fa sospeso, immobile. Se “religioso” è – come sosteneva Lattanzio – ciò che sa fare legame tra terra e cielo, tra umano e divino,[1] il fermo-immagine del quadro di Millet coglie la qualità profondamente religiosa di questa sospensione temporale.

In questa dimensione religiosa, le campane non battono le ore in funzione di una contabilizzazione del tempo e di una sua fruizione in chiave economica; il tocco della campana non governa il tempo dall’esterno, ma si fa espressione di un tempo interiorizzato in cui la vita stessa diviene templum per il divino.

Et concepit de Spiritu Sancto. Quasi possiamo seguire il dialogo a fior di labbra fra i due personaggi, in un latino probabilmente un po’ storpiato; forse è la donna, con quella postura così intimamente compresa nel gesto della preghiera, a guidare l’orazione dialogata; ma certo il giovane uomo che le è accanto, diritto e quasi ascetico nella sua magrezza, non ne è meno intensamente partecipe.

Le patate, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, sono lì, nella cesta che si trova ai piedi dei due contadini, nel mezzo della composizione; e la preghiera dell’Angelus, di per sé ringraziamento per il mistero dell’Incarnazione – Et Verbum caro factum est/ Et habitavit in nobis –, viene ad accogliere in sé un grazie che abbraccia la vita intera in tutta la sua tremenda semplicità e nobiltà: grazie per le patate nel cesto, per gli zoccoli pieni di terra, per il giorno che è passato, per il giorno che verrà. In alto, nel cielo, volano a stormo degli uccelli. Tutto è grazie. Anche la fatica, anche il dolore.

Potremmo cedere alla tentazione di liquidare il quadro di Millet come testimonianza di una visione idilliaca e idealizzata di una civiltà contadina, basata su ritmi vicini alla natura, che ormai da decenni non esiste più. Ma i contadini di Millet sono tutt’altro che idealizzati: basta guardare un quadro come Le spigolatrici per rendersene conto. Millet non idealizza, testimonia.

Resto in silenzio davanti a questo quadro, che mi tocca l’anima perfino nella piatta bidimensionalità di una riproduzione virtuale. Cosa manca, mi chiedo, alla nostra postmodernità, per riuscire a vivere la qualità così squisitamente religiosa del tempo espressa dall’Angelus di Millet?

Ripenso alle riflessioni su cui vado portando i pensieri in questo ultimo periodo. La difficoltà di dire grazie mi sembra uno dei sintomi più inquietanti del nostro male di vivere.

Non educhiamo più, o educhiamo male, i nostri figli a pronunciare la parola “grazie” nelle normali occasioni quotidiane, come se potessimo ridurre un “grazie” a puro formalismo, a buona educazione posticcia e perciò da eliminare, da rimuovere.

Abdichiamo al compito educativo a partire dall’esercizio-base, che prevede di insegnare a dire grazie sempre e comunque, fosse anche solo “per buona educazione”, e così lasciamo che nei nostri figli germini e si radichi il pensiero che tutto sia loro dovuto.

E mentre li abituiamo alla pretesa quotidiana e costante di questo “tutto dovuto”, fatichiamo ad accompagnarli nel viaggio, entusiasmante, faticoso, doloroso a tratti, che li porterà a scoprire che, in realtà, niente è dovuto, ma tutto è dato.

Ci vuole coraggio per dire grazie. Coraggio, e ardore e affetto, e l’umiltà di non sentirsi il termine ultimo e primo della propria esistenza. Il coraggio di essere riconoscenti.

La parola “grazie” nasce da un habitus di riconoscenza, e l’esercizio alla parola “grazie” costruisce e dà forma a quest’habitus. Non c’è grazie senza riconoscenza, non c’è riconoscenza senza grazie.

Mi chiedo se anche la disaffezione manifesta nei confronti di quel rendimento di grazie che è l’eucaristia non partecipi, in qualche modo, di questa perdita del senso della riconoscenza che caratterizza l’umanità post-moderna: l’autoreferenzialità che ci qualifica è in sé negazione di quella capacità di riconoscere – ciò che l’altro/Altro è per me, ciò che l’altro/Altro fa per me – che sola può stare alla base di una disposizione d’animo riconoscente.

E, forse, prima di chiederci come mai i cristiani non vadano più a messa e che cosa dovremmo fare per riportarli fra i banchi delle nostre chiese, dovremmo mettere seriamente a tema la questione dell’eucharizein[2] come qualità dell’essere da cui soltanto può trovare linfa il gesto cristiano dell’eucaristia.

[1] Lattanzio, Divinarum Institutionum liber IV 28,2: Hoc vinculo pietatis obstricti Deo et religati sumus; unde ipsa religio nomen accepit, non ut Cicero interpretatus est, a relegendo. (A motivo di questo legame di pietà noi siamo stretti e legati a Dio; e da ciò ha preso il nome la religione stessa non, come sostenne Cicerone, dal verbo relegere).
[2]
 Il verbo greco eucharizo significa ringraziare

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L’Angelus di Jean-François Millet è un dipinto che, pur nelle sue dimensioni contenute (55 x 66 cm), sorprende e affascina per il carattere ieratico e quasi monumentale della composizione.

Il soggetto ci rimanda al mondo contadino tanto amato dal pittore francese: la linea dell’orizzonte, molto alta, fa sì che la superficie del quadro sia occupata per due terzi dal morbido colore verde brunito della terra, mentre la parte superiore è invasa dalla luce, proveniente da sinistra. In primo piano si stagliano due figure: un uomo e una donna immobili, in piedi, con il capo chinato e le mani raccolte nell’atto della preghiera. Terra. Luce. Presenze umane. Silenzio. Preghiera.

È l’artista stesso, attraverso il titolo dell’opera, a spiegarci quale sia il motivo di tanto raccoglimento: l’Angelus era la preghiera che, recitata nei tre momenti più significativi della giornata – mattino, mezzogiorno e sera –, scandiva nelle civiltà agricole il ritmo del quotidiano.

In lontananza si intravede il campanile di una chiesa: mentre nell’aria vibrano ancora i rintocchi dell’Angelus della sera, il contadino e la sua sposa hanno deposto gli attrezzi del lavoro, la forca, la carriola, il cesto con le patate appena raccolte, e si sono fermati per celebrare la liturgia serale di ringraziamento.

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Angelus Domini nuntiavit Mariae. Il lavoro nei campi, così faticoso, duro e ripetitivo, vive un momento di pausa e il tempo si fa sospeso, immobile. Se “religioso” è – come sosteneva Lattanzio – ciò che sa fare legame tra terra e cielo, tra umano e divino,[1] il fermo-immagine del quadro di Millet coglie la qualità profondamente religiosa di questa sospensione temporale.

In questa dimensione religiosa, le campane non battono le ore in funzione di una contabilizzazione del tempo e di una sua fruizione in chiave economica; il tocco della campana non governa il tempo dall’esterno, ma si fa espressione di un tempo interiorizzato in cui la vita stessa diviene templum per il divino.

Et concepit de Spiritu Sancto. Quasi possiamo seguire il dialogo a fior di labbra fra i due personaggi, in un latino probabilmente un po’ storpiato; forse è la donna, con quella postura così intimamente compresa nel gesto della preghiera, a guidare l’orazione dialogata; ma certo il giovane uomo che le è accanto, diritto e quasi ascetico nella sua magrezza, non ne è meno intensamente partecipe.

Le patate, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, sono lì, nella cesta che si trova ai piedi dei due contadini, nel mezzo della composizione; e la preghiera dell’Angelus, di per sé ringraziamento per il mistero dell’Incarnazione – Et Verbum caro factum est/ Et habitavit in nobis –, viene ad accogliere in sé un grazie che abbraccia la vita intera in tutta la sua tremenda semplicità e nobiltà: grazie per le patate nel cesto, per gli zoccoli pieni di terra, per il giorno che è passato, per il giorno che verrà. In alto, nel cielo, volano a stormo degli uccelli. Tutto è grazie. Anche la fatica, anche il dolore.

Potremmo cedere alla tentazione di liquidare il quadro di Millet come testimonianza di una visione idilliaca e idealizzata di una civiltà contadina, basata su ritmi vicini alla natura, che ormai da decenni non esiste più. Ma i contadini di Millet sono tutt’altro che idealizzati: basta guardare un quadro come Le spigolatrici per rendersene conto. Millet non idealizza, testimonia.

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Resto in silenzio davanti a questo quadro, che mi tocca l’anima perfino nella piatta bidimensionalità di una riproduzione virtuale. Cosa manca, mi chiedo, alla nostra postmodernità, per riuscire a vivere la qualità così squisitamente religiosa del tempo espressa dall’Angelus di Millet?

Ripenso alle riflessioni su cui vado portando i pensieri in questo ultimo periodo. La difficoltà di dire grazie mi sembra uno dei sintomi più inquietanti del nostro male di vivere.

Non educhiamo più, o educhiamo male, i nostri figli a pronunciare la parola “grazie” nelle normali occasioni quotidiane, come se potessimo ridurre un “grazie” a puro formalismo, a buona educazione posticcia e perciò da eliminare, da rimuovere.

Abdichiamo al compito educativo a partire dall’esercizio-base, che prevede di insegnare a dire grazie sempre e comunque, fosse anche solo “per buona educazione”, e così lasciamo che nei nostri figli germini e si radichi il pensiero che tutto sia loro dovuto.

E mentre li abituiamo alla pretesa quotidiana e costante di questo “tutto dovuto”, fatichiamo ad accompagnarli nel viaggio, entusiasmante, faticoso, doloroso a tratti, che li porterà a scoprire che, in realtà, niente è dovuto, ma tutto è dato.

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Ci vuole coraggio per dire grazie. Coraggio, e ardore e affetto, e l’umiltà di non sentirsi il termine ultimo e primo della propria esistenza. Il coraggio di essere riconoscenti.

La parola “grazie” nasce da un habitus di riconoscenza, e l’esercizio alla parola “grazie” costruisce e dà forma a quest’habitus. Non c’è grazie senza riconoscenza, non c’è riconoscenza senza grazie.

Mi chiedo se anche la disaffezione manifesta nei confronti di quel rendimento di grazie che è l’eucaristia non partecipi, in qualche modo, di questa perdita del senso della riconoscenza che caratterizza l’umanità post-moderna: l’autoreferenzialità che ci qualifica è in sé negazione di quella capacità di riconoscere – ciò che l’altro/Altro è per me, ciò che l’altro/Altro fa per me – che sola può stare alla base di una disposizione d’animo riconoscente.

E, forse, prima di chiederci come mai i cristiani non vadano più a messa e che cosa dovremmo fare per riportarli fra i banchi delle nostre chiese, dovremmo mettere seriamente a tema la questione dell’eucharizein[2] come qualità dell’essere da cui soltanto può trovare linfa il gesto cristiano dell’eucaristia.

[1] Lattanzio, Divinarum Institutionum liber IV 28,2: Hoc vinculo pietatis obstricti Deo et religati sumus; unde ipsa religio nomen accepit, non ut Cicero interpretatus est, a relegendo. (A motivo di questo legame di pietà noi siamo stretti e legati a Dio; e da ciò ha preso il nome la religione stessa non, come sostenne Cicerone, dal verbo relegere).
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