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Quando Giovanni XXIII “fuggiva” dal Vaticano

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I racconti del decano di anticamera Guido Gusso. “La gente lo riconosceva e urlava ‘Ah Giovannì nostro!’”. Il cancello vicino al cimitero di Albano, i quadri appesi ai piedi della scala, le cimici, la foto mancata con il primate anglicano

20cd708657

IACOPO SCARAMUZZI
CITTÀ DEL VATICANO

Un paio di volte in giro per Roma, svariate altre lungo i Colli Albani. Papa Giovanni XXIII, presto santo, “fuggiva” dal Vaticano e dal palazzo apostolico di Castel Gandolfo, seminando i gendarmi con stratagemmi coloriti, di solito con la sua cadillac Chrysler, altre volte a bordo di una Opel Record colori avorio e blu.  A raccontare questo e altri episodi del pontificato di Angelo Roncalli (1958-1963) è stato il suo decano di anticamera Guido Gusso (il proprietario della Opel bicolore), intervenuto oggi alla presentazione della digitalizzazione dell’archivio sonoro dei Papi alla sede della Radio vaticana.

“Dopo otto giorni che passeggiavamo nei giardini vaticani lui ha detto: ‘Ma è sempre lo stesso giro! Portami al fontanone del Gianicolo, a villa Borghese!’”, ha raccontato il “maggiordomo” di Papa Giovanni. “Erano luoghi che lui conosceva perché aveva studiato a Roma. Io gli rispondevo: ‘Santità, non si può’. E lui: ‘Ma come non si può? Prendi la macchina e andiamo’. E i gendarmi diventavano matti perché non sapevano dov’era finito il Papa”. La scena si ripeteva durante i periodi a Castel Gandolfo. “Una volta gli raccontai che ero stato ai Pratoni del Vivaro, che sono lì vicino e somigliano un po’ a Sappada, dalle nostre parti. Lui era curioso, voleva vederli. Allora disse: ‘Facciamo una cosa, c’è un cancello (della villa pontificia di Castel Gandolfo, ndr.) vicino al cimitero di Albano. Fatti dare le chiavi. Apri, e lasciamo aperto per una decina di giorni, così nessuno capisce cosa sta succedendo’. Poi una volta che stavamo nei giardini, lui mi dice ‘Prendiamo la macchina, facciamo qualche giro in più così ubriachiamo i gendarmi, poi apri il cancello e andiamo’. Siamo andati al Vivaro. La gente lo riconosceva anche perché andavamo a passo d’uomo. Poi arrivati al bivio tra Artena e Frascati io gli ho domandato dove voleva che andassimo, e lui mi ha risposto: ‘Torniamo a casa, sennò Capovilla (il segretario personale del Papa, ndr.)…’. Quando siamo passati attraverso Marino, la strada era stretta e piena di gente, era pomeriggio, la folla lo ha riconosciuto, hanno iniziato a gridare, ‘Viva il Papa!’, ‘Ah Giovannì nostro!’, non riuscivamo a passare… alla fine siamo arrivati al palazzo apostolico, ma dall’entrata centrale alla fine del corso di Castel Gandolfo, i gendarmi erano in subbuglio, la polizia italiana pure, dovevate vedere la faccia della guardia svizzera…”.

Qualche giorno dopo arriva una lettera della polizia italiana. “La polizia italiana mi ha denunciato. Il Papa mi ha chiamato, c’era anche monsignore Dell’Acqua (sostituto alla segreteria di Stato, ndr.) per leggermi la lettera. Poi si è messo a ridere, era contento perché eravamo riusciti ad uscire”. Tra le “gite” fuori dal Vaticano, Guido Gusso ne ricorda alcune a Roma (“Una volta dall’ambasciatore inglese che era ricoverato, un’altra volta da un giornalista…”), e diverse nei dintorni di Castel Gandolfo: ai Pratoni del Vivaro, sulla riva del lago albano per vedere i lavori delle recenti Olimpiadi di Roma del 1960. “Di solito andavamo con la sua macchina, una cadillac Chrysler, ma a volte mi ha detto di prendere la mia. Una Opel Record bicolore, avorio e blu. Quando l’ha vista la prima volta ha detto che gli ricordava la sua macchina quando era a Venezia”. Con i gendarmi, tuttavia, Roncalli era tutt’altro che disattento. “All’epoca i gendarmi non si potevano sposare prima dei 28 anni. Ce n’era uno che aveva 24 anni, venne da me a lamentarsi, ‘Non ho i soldi per sposarmi’, lo dissi al Papa, la sera mi detta un’offerta con cui si poteva comprare la sala da pranzo…”.

Guido Gusso ha seguito Roncalli da prima che diventasse Papa. Figlio di pescatori, povero di famiglia, prestava servizio presso l’allora Patriarca di Venezia. “Una volta gli chiesi un aumento. Era quattro anni che lavoravo lì, mi dovevo sposare con la mia morosa. Prima di andare da lui mi sono fatto un bicchierino di grappa per farmi coraggio… lui mi ha detto: ‘Non ti preoccupare del tuo avvenire!’, e ha citato il Vangelo di Matteo. Io sono rimasto un po’ perplesso… Un anno dopo è diventato Papa e la mia vita è cambiata come dal giorno alla notte”. Pochi giorni prima della morte, Giovanni XXIII chiama il suo assistente di camera al capezzale. Lo rimprovera di comunicarsi troppo poco. Poi gli promette una promozione. Gusso rifiuta. “Lei mi proteggerà dal cielo, me, mio figlio e mia moglie”. “Mi fa piacere che parli così – risponde Roncalli – se hai bisogno in qualunque momento chiama e io ti aiuterò”. “E in effetti l’ho sempre tirato per la sottana e lui mi ha sempre aiutato…”.

Molti gli aneddoti raccontati dal decano di anticamera di Papa Giovanni durante la conferenza stampa e a margine, tampinato dalle domande dei giornalisti. Dettagli ed episodi che mostrano un certo fastidio di Roncalli per il protocollo vaticano dell’epoca. “Quando è stato eletto e il Conclave non era ancora concluso, mi disse di andare alla Domus Mariae a recuperare alcuni suoi effetti personali. Io chiesi al cardinale Tisserant (decano del collegio cardinalizio, ndr.) il permesso e lui mi rispose: ‘Siamo ancora in Conclave, non puoi uscire, se lo fai ti scomunico’. Andai a riferire a Roncalli, che ribatté: ‘Tu vai dal cardinale e digli che se lui ti dà la scomunica io poi te la tolgo…’”.

Papa Giovanni eliminò subito il “bacio della pantofola”, la “falda”, drappo damascato che ricopriva i piedi del pontefice quando si sedeva (“diceva che sarebbe inciampato quando scendeva”), la sedia gestatoria (“Ci salì la prima volta, scese e disse che gli girava la testa e gli ricordava quando era bambino e suo zio lo teneva sulle spalle…”). Da anziano si mise a studiare inglese, un’ora al giorno con un monsignore irlandese della Curia, e voleva che lo stesso Gussa lo studiasse: “Mi iscrissi ad un corso della British school, ma iniziava alle nove di sera: io non potevo partecipare perché servivo a cena, allora lui anticipò la cena alle sette e mezza. Ma come si fa?, dopo poche lezioni lasciai perdere…”.

Quando arrivano da Bergamo le casse di libri e quadri, la floreria vaticana manda dieci addetti che montano i quadri troppo in alto o troppo in basso. “Il Papa mi disse: ‘Fatti lasciare chiodi, martello e scala’. Qualche giorno dopo lui ed io ci siamo messi a spostare i quadri. Io sulla scala, lui ai piedi che teneva la scala e mi dava le indicazioni, ‘più su’, ‘più giù’”. Il vicedirettore dell’Osservatore Romano Cesidio Lolli, abituato a Papa Pacelli,  va dal Papa per correggere le bozze e si inginocchia alla scrivania. ‘Ma che fa, si sieda!’, gli dice Roncalli. Non mancano episodi da cui traspare una certa diffidenza del mondo curiale nei confronti del Papa buono. L’entourage di Roncalli trova alcune parole utilizzate dal Papa in conversazioni telefoniche riservate con il segretario di Stato pubblicate pari pari sul  settimanale Il Borghese, e controlla la linea lungo tutto il suo percorso alla ricerca di eventuali cimici. Giovanni XXIII riceve il primate anglicano Geoffrey Francio Fischer sollevando un tale sconcerto in Curia che gli uffici non mandano un fotografo, per cui ancora oggi di quell’incontro non esiste traccia fotografica. Un giovane giardiniere di Castel Gandolfo di 23 anni voleva sposarsi ma era precario. Il Papa chiese che venisse assunto ai Musei vaticani. Lo fece una prima volta, una seconda, e solo alla terza ottenne che il giovane venisse stabilizzato. “Tre volte è dovuto intervenire il Papa per fare assumere una persona…”.

Arrivando ai tempi odierni, Guido Gusso non ha dubbi: Papa Francesco somiglia a Giovanni XXIII. “Ha la sua bontà, è molto attento ai poveri e agli umili. Sono andato a una sua messa. Alla fine gli ho detto: Lei è quasi uguale a Papa Giovanni. Lui si è messo a ridere”.

Alla conferenza stampa “La voce dei Papi” sulla digitalizzazione degli archivi della Radio vaticana  – possibile grazie al coinvolgimento di Banca Intesa Russia e con il supporto di Confartigianato Persone – sono intervenuti il cardinale Giovan Battista Re, prefetto emerito della congregazione per i Vescovi, il vaticanista Gian Franco Svidercoschi, e Sandro Piervenanzi, direttore tecnico della Radio vaticana. Ha moderato padre Federico Lombardi, direttore generale della radio e portavoce vaticano.

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Quando Giovanni XXIII “fuggiva” dal Vaticano

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IACOPO SCARAMUZZI
CITTÀ DEL VATICANO

Un paio di volte in giro per Roma, svariate altre lungo i Colli Albani. Papa Giovanni XXIII, presto santo, “fuggiva” dal Vaticano e dal palazzo apostolico di Castel Gandolfo, seminando i gendarmi con stratagemmi coloriti, di solito con la sua cadillac Chrysler, altre volte a bordo di una Opel Record colori avorio e blu.  A raccontare questo e altri episodi del pontificato di Angelo Roncalli (1958-1963) è stato il suo decano di anticamera Guido Gusso (il proprietario della Opel bicolore), intervenuto oggi alla presentazione della digitalizzazione dell’archivio sonoro dei Papi alla sede della Radio vaticana.

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“Dopo otto giorni che passeggiavamo nei giardini vaticani lui ha detto: ‘Ma è sempre lo stesso giro! Portami al fontanone del Gianicolo, a villa Borghese!’”, ha raccontato il “maggiordomo” di Papa Giovanni. “Erano luoghi che lui conosceva perché aveva studiato a Roma. Io gli rispondevo: ‘Santità, non si può’. E lui: ‘Ma come non si può? Prendi la macchina e andiamo’. E i gendarmi diventavano matti perché non sapevano dov’era finito il Papa”. La scena si ripeteva durante i periodi a Castel Gandolfo. “Una volta gli raccontai che ero stato ai Pratoni del Vivaro, che sono lì vicino e somigliano un po’ a Sappada, dalle nostre parti. Lui era curioso, voleva vederli. Allora disse: ‘Facciamo una cosa, c’è un cancello (della villa pontificia di Castel Gandolfo, ndr.) vicino al cimitero di Albano. Fatti dare le chiavi. Apri, e lasciamo aperto per una decina di giorni, così nessuno capisce cosa sta succedendo’. Poi una volta che stavamo nei giardini, lui mi dice ‘Prendiamo la macchina, facciamo qualche giro in più così ubriachiamo i gendarmi, poi apri il cancello e andiamo’. Siamo andati al Vivaro. La gente lo riconosceva anche perché andavamo a passo d’uomo. Poi arrivati al bivio tra Artena e Frascati io gli ho domandato dove voleva che andassimo, e lui mi ha risposto: ‘Torniamo a casa, sennò Capovilla (il segretario personale del Papa, ndr.)…’. Quando siamo passati attraverso Marino, la strada era stretta e piena di gente, era pomeriggio, la folla lo ha riconosciuto, hanno iniziato a gridare, ‘Viva il Papa!’, ‘Ah Giovannì nostro!’, non riuscivamo a passare… alla fine siamo arrivati al palazzo apostolico, ma dall’entrata centrale alla fine del corso di Castel Gandolfo, i gendarmi erano in subbuglio, la polizia italiana pure, dovevate vedere la faccia della guardia svizzera…”.

Qualche giorno dopo arriva una lettera della polizia italiana. “La polizia italiana mi ha denunciato. Il Papa mi ha chiamato, c’era anche monsignore Dell’Acqua (sostituto alla segreteria di Stato, ndr.) per leggermi la lettera. Poi si è messo a ridere, era contento perché eravamo riusciti ad uscire”. Tra le “gite” fuori dal Vaticano, Guido Gusso ne ricorda alcune a Roma (“Una volta dall’ambasciatore inglese che era ricoverato, un’altra volta da un giornalista…”), e diverse nei dintorni di Castel Gandolfo: ai Pratoni del Vivaro, sulla riva del lago albano per vedere i lavori delle recenti Olimpiadi di Roma del 1960. “Di solito andavamo con la sua macchina, una cadillac Chrysler, ma a volte mi ha detto di prendere la mia. Una Opel Record bicolore, avorio e blu. Quando l’ha vista la prima volta ha detto che gli ricordava la sua macchina quando era a Venezia”. Con i gendarmi, tuttavia, Roncalli era tutt’altro che disattento. “All’epoca i gendarmi non si potevano sposare prima dei 28 anni. Ce n’era uno che aveva 24 anni, venne da me a lamentarsi, ‘Non ho i soldi per sposarmi’, lo dissi al Papa, la sera mi detta un’offerta con cui si poteva comprare la sala da pranzo…”.

Guido Gusso ha seguito Roncalli da prima che diventasse Papa. Figlio di pescatori, povero di famiglia, prestava servizio presso l’allora Patriarca di Venezia. “Una volta gli chiesi un aumento. Era quattro anni che lavoravo lì, mi dovevo sposare con la mia morosa. Prima di andare da lui mi sono fatto un bicchierino di grappa per farmi coraggio… lui mi ha detto: ‘Non ti preoccupare del tuo avvenire!’, e ha citato il Vangelo di Matteo. Io sono rimasto un po’ perplesso… Un anno dopo è diventato Papa e la mia vita è cambiata come dal giorno alla notte”. Pochi giorni prima della morte, Giovanni XXIII chiama il suo assistente di camera al capezzale. Lo rimprovera di comunicarsi troppo poco. Poi gli promette una promozione. Gusso rifiuta. “Lei mi proteggerà dal cielo, me, mio figlio e mia moglie”. “Mi fa piacere che parli così – risponde Roncalli – se hai bisogno in qualunque momento chiama e io ti aiuterò”. “E in effetti l’ho sempre tirato per la sottana e lui mi ha sempre aiutato…”.

Molti gli aneddoti raccontati dal decano di anticamera di Papa Giovanni durante la conferenza stampa e a margine, tampinato dalle domande dei giornalisti. Dettagli ed episodi che mostrano un certo fastidio di Roncalli per il protocollo vaticano dell’epoca. “Quando è stato eletto e il Conclave non era ancora concluso, mi disse di andare alla Domus Mariae a recuperare alcuni suoi effetti personali. Io chiesi al cardinale Tisserant (decano del collegio cardinalizio, ndr.) il permesso e lui mi rispose: ‘Siamo ancora in Conclave, non puoi uscire, se lo fai ti scomunico’. Andai a riferire a Roncalli, che ribatté: ‘Tu vai dal cardinale e digli che se lui ti dà la scomunica io poi te la tolgo…’”.

Papa Giovanni eliminò subito il “bacio della pantofola”, la “falda”, drappo damascato che ricopriva i piedi del pontefice quando si sedeva (“diceva che sarebbe inciampato quando scendeva”), la sedia gestatoria (“Ci salì la prima volta, scese e disse che gli girava la testa e gli ricordava quando era bambino e suo zio lo teneva sulle spalle…”). Da anziano si mise a studiare inglese, un’ora al giorno con un monsignore irlandese della Curia, e voleva che lo stesso Gussa lo studiasse: “Mi iscrissi ad un corso della British school, ma iniziava alle nove di sera: io non potevo partecipare perché servivo a cena, allora lui anticipò la cena alle sette e mezza. Ma come si fa?, dopo poche lezioni lasciai perdere…”.

Quando arrivano da Bergamo le casse di libri e quadri, la floreria vaticana manda dieci addetti che montano i quadri troppo in alto o troppo in basso. “Il Papa mi disse: ‘Fatti lasciare chiodi, martello e scala’. Qualche giorno dopo lui ed io ci siamo messi a spostare i quadri. Io sulla scala, lui ai piedi che teneva la scala e mi dava le indicazioni, ‘più su’, ‘più giù’”. Il vicedirettore dell’Osservatore Romano Cesidio Lolli, abituato a Papa Pacelli,  va dal Papa per correggere le bozze e si inginocchia alla scrivania. ‘Ma che fa, si sieda!’, gli dice Roncalli. Non mancano episodi da cui traspare una certa diffidenza del mondo curiale nei confronti del Papa buono. L’entourage di Roncalli trova alcune parole utilizzate dal Papa in conversazioni telefoniche riservate con il segretario di Stato pubblicate pari pari sul  settimanale Il Borghese, e controlla la linea lungo tutto il suo percorso alla ricerca di eventuali cimici. Giovanni XXIII riceve il primate anglicano Geoffrey Francio Fischer sollevando un tale sconcerto in Curia che gli uffici non mandano un fotografo, per cui ancora oggi di quell’incontro non esiste traccia fotografica. Un giovane giardiniere di Castel Gandolfo di 23 anni voleva sposarsi ma era precario. Il Papa chiese che venisse assunto ai Musei vaticani. Lo fece una prima volta, una seconda, e solo alla terza ottenne che il giovane venisse stabilizzato. “Tre volte è dovuto intervenire il Papa per fare assumere una persona…”.

Arrivando ai tempi odierni, Guido Gusso non ha dubbi: Papa Francesco somiglia a Giovanni XXIII. “Ha la sua bontà, è molto attento ai poveri e agli umili. Sono andato a una sua messa. Alla fine gli ho detto: Lei è quasi uguale a Papa Giovanni. Lui si è messo a ridere”.

Alla conferenza stampa “La voce dei Papi” sulla digitalizzazione degli archivi della Radio vaticana  – possibile grazie al coinvolgimento di Banca Intesa Russia e con il supporto di Confartigianato Persone – sono intervenuti il cardinale Giovan Battista Re, prefetto emerito della congregazione per i Vescovi, il vaticanista Gian Franco Svidercoschi, e Sandro Piervenanzi, direttore tecnico della Radio vaticana. Ha moderato padre Federico Lombardi, direttore generale della radio e portavoce vaticano.

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