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Qual è il criterio con cui il confessore assegna la penitenza?

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«Esiste un criterio in base al quale viene assegnata la penitenza in confessione?», chiede un lettore. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale.

Esiste un criterio in base al quale viene assegnata la penitenza in confessione? Mi capita di confessarmi a volte da preti diversi, e ogni volta mi sembra che ci sia molta arbitrarietà. Mi chiedo anche se sia giusto che venga assegnato come penitenza il dover dire delle preghiere: questo dovrebbe essere una cosa che si fa per propria convinzione e con piacere, non un «sacrificio» per espiare una pena. Ho detto delle sciocchezze?

Lettera firmata

Io, non direi affatto che la nostra lettrice abbia detto delle sciocchezze. Le sue considerazioni sembrano sostanzialmente in linea con quanto affermato da Giovanni Paolo II nella Reconciliatio et paenitentia 31: «La soddisfazione è l’atto finale, che corona il segno sacramentale della penitenza. In alcuni paesi ciò che il penitente perdonato e assolto accetta di compiere dopo aver ricevuto l’assoluzione, si chiama appunto penitenza. Qual è il significato di questa soddisfazione che si presta, o di questa penitenza che si compie? Non è certo il prezzo che si paga per il peccato assolto e per il perdono acquistato: nessun prezzo umano può equivalere a ciò che si è ottenuto, frutto del preziosissimo sangue di Cristo. Le opere della soddisfazione – che, pur conservando un carattere di semplicità e umiltà, dovrebbero essere rese più espressive di tutto ciò che significano – vogliono dire alcune cose preziose: esse sono il segno dell’impegno personale che il cristiano ha assunto con Dio, nel sacramento, di cominciare un’esistenza nuova (e perciò non dovrebbero ridursi soltanto ad alcune formule da recitare, ma consistere in opere di culto, di carità, di misericordia, di riparazione); includono l’idea che il peccatore perdonato è capace di unire la sua propria mortificazione fisica e spirituale, ricercata o almeno accettata, alla passione di Gesù che gli ha ottenuto il perdono; ricordano che anche dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza. Tale è il significato dell’umile, ma sincera soddisfazione».

La penitenza non dovrebbe dunque ridursi ad alcune formule di preghiera stadard che il confessore indica ai penitenti in maniera automatica e seriale. Tuttavia non si può escludere a mio avviso che una preghiera possa essere talora la penitenza adeguata. Ad esempio se io ho provato risentimento verso qualcuno che mi ha fatto un torto, se faccio ancora fatica a perdonarlo e ad amarlo come invece mi chiede il vangelo (Mt 5,44), pregare per lui può essere il segno autentico, magari come primo passo, della volontà «di cominciare un’esistenza nuova». Se ho invidiato qualcuno, se non ho desiderato il suo bene, pregare per lui e chiedere al Signore di benedirlo può risultare una valida terapia. Se mi accuso di non aver pregato abbastanza, o di averlo fatto distrattamente, impegnarsi a farlo e a farlo con impegno può essere la penitenza più adeguata. D’altra parte le opere di penitenza più tradizionali erano tre: l’elemosina, il digiuno e, appunto, la preghiera. È vero che la preghiera, come sottolinea – se ho bene inteso – la nostra lettrice «dovrebbe essere una cosa che si fa per propria convinzione e con piacere», ma anche la penitenza dovrebbe essere praticata sicuramente con convinzione… e magari anche con piacere se con la penitenza esprimo il mio rinnovato amore per Dio e la speranza di una più piena adesione a lui e alla sua volontà. Comunque, si deve riconoscere che talora non si prega solo e sempre per piacere, ma anche per dovere, quando ad esempio so e sono convinto che sia giusto andare a Messa ma avrei tanta voglia di riposarmi…

Concludo con una proposta che forse non sempre potrà essere applicata ma che potrebbe essere fruttuosa là dove il confessore ne ravvisi la praticabilità: il confessore e il penitente potrebbero cercare insieme la giusta penitenza, ovvero potrebbero mettere a fuoco nel dialogo l’itinerario personale più adeguato per una autentica, piena conversione e il gesto che più realisticamente lo possa esprimere tenendo conto della storia del penitente e delle sua reali forze morali. Sarebbe importante, alla fine di ogni confessione individuare una meta raggiungibile, una via percorribile che conduca alla meta e i mezzi disponibili e più concretamente utili per affrontare la via.

Gianni Cioli

– See more at: http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Qual-e-il-criterio-con-cui-il-confessore-assegna-la-penitenza#sthash.ULI2KMEJ.dpuf

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Esiste un criterio in base al quale viene assegnata la penitenza in confessione? Mi capita di confessarmi a volte da preti diversi, e ogni volta mi sembra che ci sia molta arbitrarietà. Mi chiedo anche se sia giusto che venga assegnato come penitenza il dover dire delle preghiere: questo dovrebbe essere una cosa che si fa per propria convinzione e con piacere, non un «sacrificio» per espiare una pena. Ho detto delle sciocchezze?

Lettera firmata

Io, non direi affatto che la nostra lettrice abbia detto delle sciocchezze. Le sue considerazioni sembrano sostanzialmente in linea con quanto affermato da Giovanni Paolo II nella Reconciliatio et paenitentia 31: «La soddisfazione è l’atto finale, che corona il segno sacramentale della penitenza. In alcuni paesi ciò che il penitente perdonato e assolto accetta di compiere dopo aver ricevuto l’assoluzione, si chiama appunto penitenza. Qual è il significato di questa soddisfazione che si presta, o di questa penitenza che si compie? Non è certo il prezzo che si paga per il peccato assolto e per il perdono acquistato: nessun prezzo umano può equivalere a ciò che si è ottenuto, frutto del preziosissimo sangue di Cristo. Le opere della soddisfazione – che, pur conservando un carattere di semplicità e umiltà, dovrebbero essere rese più espressive di tutto ciò che significano – vogliono dire alcune cose preziose: esse sono il segno dell’impegno personale che il cristiano ha assunto con Dio, nel sacramento, di cominciare un’esistenza nuova (e perciò non dovrebbero ridursi soltanto ad alcune formule da recitare, ma consistere in opere di culto, di carità, di misericordia, di riparazione); includono l’idea che il peccatore perdonato è capace di unire la sua propria mortificazione fisica e spirituale, ricercata o almeno accettata, alla passione di Gesù che gli ha ottenuto il perdono; ricordano che anche dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza. Tale è il significato dell’umile, ma sincera soddisfazione».

La penitenza non dovrebbe dunque ridursi ad alcune formule di preghiera stadard che il confessore indica ai penitenti in maniera automatica e seriale. Tuttavia non si può escludere a mio avviso che una preghiera possa essere talora la penitenza adeguata. Ad esempio se io ho provato risentimento verso qualcuno che mi ha fatto un torto, se faccio ancora fatica a perdonarlo e ad amarlo come invece mi chiede il vangelo (Mt 5,44), pregare per lui può essere il segno autentico, magari come primo passo, della volontà «di cominciare un’esistenza nuova». Se ho invidiato qualcuno, se non ho desiderato il suo bene, pregare per lui e chiedere al Signore di benedirlo può risultare una valida terapia. Se mi accuso di non aver pregato abbastanza, o di averlo fatto distrattamente, impegnarsi a farlo e a farlo con impegno può essere la penitenza più adeguata. D’altra parte le opere di penitenza più tradizionali erano tre: l’elemosina, il digiuno e, appunto, la preghiera. È vero che la preghiera, come sottolinea – se ho bene inteso – la nostra lettrice «dovrebbe essere una cosa che si fa per propria convinzione e con piacere», ma anche la penitenza dovrebbe essere praticata sicuramente con convinzione… e magari anche con piacere se con la penitenza esprimo il mio rinnovato amore per Dio e la speranza di una più piena adesione a lui e alla sua volontà. Comunque, si deve riconoscere che talora non si prega solo e sempre per piacere, ma anche per dovere, quando ad esempio so e sono convinto che sia giusto andare a Messa ma avrei tanta voglia di riposarmi…

Concludo con una proposta che forse non sempre potrà essere applicata ma che potrebbe essere fruttuosa là dove il confessore ne ravvisi la praticabilità: il confessore e il penitente potrebbero cercare insieme la giusta penitenza, ovvero potrebbero mettere a fuoco nel dialogo l’itinerario personale più adeguato per una autentica, piena conversione e il gesto che più realisticamente lo possa esprimere tenendo conto della storia del penitente e delle sua reali forze morali. Sarebbe importante, alla fine di ogni confessione individuare una meta raggiungibile, una via percorribile che conduca alla meta e i mezzi disponibili e più concretamente utili per affrontare la via.

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