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Programmare la pastorale… “a posteriori”

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di: Flavio Marchesini

Tra le tante attività a cui abbiamo dovuto rinunciare c’è stato anche il nostro ritiro di marzo. Secondo il calendario predisposto dalla diocesi, avremmo dovuto riflettere e pregare sul capitolo ottavo degli Atti degli Apostoli. Desidero, a partire da questo capitolo, offrirvi alcune riflessioni “a voce alta”, con l’intento di favorire una rilettura di fede del tempo che stiamo vivendo e per prepararci alla ripartenza.

Non è facile parlare di questo tempo perché i sentimenti nel nostro cuore sono decisamente contrastanti: proviamo dolore per chi ci ha lasciato, a volte senza il conforto della vicinanza di persone care; condividiamo la sofferenza di chi ha vissuto con preoccupazione la malattia; abbiamo ammirato e siamo grati per la dedizione e l’altruismo di tanti medici, infermieri, volontari, forze dell’ordine nel prendersi cura dei contagiati, anche a prezzo della propria vita; siamo preoccupati con le forze del settore lavorativo ed economico per un blocco da cui non sarà facile riprendersi; avvertiamo la stanchezza di rimanere chiusi nelle nostre case, soprattutto in questi giorni di primavera avanzata.

Comunità e ministero

Anche per le nostre comunità e per noi ministri non è stato un tempo indolore, privati del conforto dei sacramenti e delle celebrazioni comunitarie. Abbiamo ricevuto un “dono” dal Padre, al di là di ogni nostra programmazione e volontà, di vivere la Quaresima e la Pasqua in un modo totalmente originale e inaspettato. Ci poniamo qualche interrogativo:

  • Pur con la perdita momentanea di tanti gesti, riti, attività tradizionali nei luoghi comuni, abbiamo vissuto la Quaresima e la Pasqua in modo più interiore?
  • La pandemia è qualcosa che non avremmo mai scelto e ci ha costretto a fermarci. Ci è piombata addosso. Cosa possiamo imparare?
  • Probabilmente noi non avremmo noi il coraggio di cambiare, senza esserne costretti. Visto che lo dobbiamo fare, cosa e come cambiare?

Nel desiderio di trovare qualche risposta, ascoltiamo la Parola, sicuri di trovare luce per il tempo che stiamo vivendo.

Al v. 1, leggiamo: «In quel giorno». Ogni giorno, o tempo, che il Signore ci dona può rivelarsi una “crisi”, che può rappresentare, allo stesso tempo, pericolo e opportunità. Il testo parla di una grande persecuzione che si abbatte direttamente contro la Chiesa a causa dell’annuncio del Vangelo. Per noi non si è trattato di persecuzione – non siamo in guerra, fa notare qualcuno – quanto di una “prova”, di una pandemia che ha colpito tutti, credenti e non, mettendoci in crisi rispetto a tante questioni.

All’improvviso è arrivato un “qualcosa” che ci ha tagliato la strada e messi al tappeto. Padre Raniero Cantalamessa, nella celebrazione del venerdì santo, l’ha paragonata a quanto è accaduto al pittore James Thornhill, mentre affrescava la cattedrale di San Paolo a Londra. «Il pittore, a un certo punto, fu preso da tanto entusiasmo per un suo affresco che, retrocedendo per vederlo meglio, non si accorgeva che stava per precipitare nel vuoto dall’impalcatura. Un assistente, inorridito, capì che un grido di richiamo avrebbe solo accelerato il disastro. Senza pensarci due volte, intinse un pennello nel colore e lo scaraventò in mezzo all’affresco.

Il maestro, esterrefatto, diede un balzo in avanti. La sua opera era compromessa, ma lui era salvo». E conclude: «Così fa a volte Dio con noi: sconvolge i nostri progetti e la nostra quiete, per salvarci dal baratro che non vediamo. Ma attenti a non ingannarci. Non è Dio che con il Coronavirus ha scaraventato il pennello sull’affresco della nostra orgogliosa civiltà tecnologica. Dio è alleato nostro, non del virus!».

L’invito, dunque, è cercare di capire cosa Dio abbia voluto dirci con questa pandemia che ha rovinato il nostro bel quadro ma che può salvarci la vita.

Motivi di sofferenza

Prima di “rallegrarci” per la prova che ci ha colpito, per non cadere in facili entusiasmi, mi sembra imperativo e saggio citare i motivi di sofferenza.

Circa ventimila persone hanno perso la vita, spesso in condizioni di isolamento, senza un saluto e, a volte, anche senza una preghiera. La fila dei camion militari, pieni di salme, diretti ad altre città per la cremazione, sarà una delle immagini che più porteremo nel cuore. Né possiamo dimenticare i confratelli cappellani degli ospedali e delle case di cura, che al pari di medici, infermieri, volontari e forze dell’ordine, sono rimasti al fianco degli ammalati, fino al dono della vita. Siamo grati per la loro testimonianza e per essi, e per tutte le vittime, è giusto fare «lutto grande», come avvenne per Stefano, il primo cristiano a dare la vita (v. 2).

Come in altre occasioni, la popolazione si è divisa: per alcuni il fatto che le chiese fossero chiuse non ha costituito un problema, ma solo un dovere; altri hanno gridato allo scandalo, come se la celebrazione della Pasqua senza i riti consueti non fosse… Pasqua!

  • Cosa siamo riusciti a dire in queste circostanze?
  • Quale messaggio abbiamo trasmesso?

Anche tra noi preti la prova ha messo in risalto alcune differenze:

  • alcuni hanno rimpianto anche i più piccoli gesti che non abbiamo potuto compiere e si sono dimostrati un po’ troppo inclini a minimizzare i pericoli e a disobbedire alle regole in nome di una fiducia ingenua (“Dio non permetterà che siamo colpiti dal coronavirus”; “è questo il momento di dimostrare la nostra fede…”);
  • altri si sono dimostrati contenti delle novità, già pronti a recuperare il ritardo accumulato con le nuove tecnologie;
  • alcuni, entusiasti dei risultati, si chiedono se non sia possibile da qui in avanti sviluppare una pastorale “telematica”, pur consapevoli della possibilità di cadere nel pericolo di rimanere a distanza e disincarnati dalle relazioni che tanto ora ci mancano.
Motivi di speranza e gioia

Accanto a questi, abbiamo vari motivi di speranza e “gioia”, nella convinzione che Dio voglia dirci qualcosa di importante, perché è sempre Lui a prendere l’iniziativa per venirci incontro.

Sempre al versetto 1 si dice che la persecuzione/prova diventa motivo di cambiamento, di missione. Quando sembra che la strada si interrompa, si aprono altre vie, vie che siamo “obbligati” a percorrere, anche se non era nei nostri programmi. È opinione diffusa che non possiamo più continuare come stavamo vivendo prima del Covid-19!

Una prima osservazione si interroga sulla qualità della fede delle nostre comunità, dei cristiani, di noi presbiteri. A partire dalle domande, dalle richieste, dalle lamentele che ci sono state rivolte, vogliamo chiederci:

  • A cosa credono le nostre comunità?
  • Che cosa importa ai nostri cristiani: le tradizioni, i gesti, l’incontro personale con il Signore?
  • In questa situazione di “mancanza”, cosa è emerso?

Proviamo a metterci nei panni dei primi cristiani cacciati dalla città, senza più tempio, senza più sacerdoti, senza più riferimenti… Il testo ci ricorda che gli Apostoli rimasero a Gerusalemme, ancora fedeli alle pratiche del tempio (v. 1). Chi dovette lasciare la Città Santa e i riti della Pasqua furono “i cristiani ellenisti”, i più semplici, i più sprovveduti di tradizioni e regole, donne e uomini che si sono ritrovati, all’improvviso, apostoli e sacerdoti… A che cosa si sono aggrappati nella loro fede? Il capitolo 8 di Atti lo dice chiaramente: i cristiani, anche in carcere, non perdevano occasione per annunciare la Buona Notizia, la Parola (v. 4). Parola che è una persona, Gesù Cristo. La situazione attuale, allora, ci interpella:

  • Sono i nostri fedeli e le nostre comunità in grado di pregare con la Parola?
  • Li abbiamo educati alla riflessione e all’annuncio della Parola?
  • Li abbiamo preparati a pregare con i salmi e le altre preghiere della Chiesa, che non siano il Padre nostro e l’Ave Maria?
  • Abbiamo aiutato i genitori a diventare “sacerdoti” del culto e primi annunciatori della fede nelle proprie famiglie? Ci siamo ricordati che la fede si trasmette in “dialetto” e con la convivenza affettuosa, nella testimonianza quotidiana?

Dobbiamo riconoscerlo: come Chiesa ci siamo così concentrati sulla messa, a cui – riconosciamolo – è abbastanza facile “assistere”, che senza messa non sappiamo più cosa dire al Signore. Per fortuna, il popolo di Dio si dimostra abbastanza creativo, per cui, smanettando liberamente nel computer, cerca informazioni e sussidi spirituali per la propria “fame e sete”… Siamo grati a tanti che, nella nostra diocesi come in altre diocesi italiane, hanno elaborato sussidi per facilitare la preghiera in famiglia. Nel messaggio inviato alle famiglie, come nelle altre occasioni in cui si è fatto prossimo, il vescovo ha raccomandato ai genitori di rinnovare la loro missione sacerdotale nella «piccola chiesa domestica».

Mi risulta che, pur nella fatica del rimanere in casa, molte famiglie abbiano gradito l’opportunità di restare insieme, di mangiare insieme, di pregare insieme. Il resto della giornata chiaramente era suddiviso tra compiti di scuola, chat con amici e parenti, compiti domestici, non senza qualche tensione e battibecco in più. E “i ministri di Candace”, che non sanno comprendere di chi stiano parlando le Scritture, sono molto più numerosi di quanto possiamo immaginare… (At 8,26-40).

Fuori programma

La pandemia e la chiusura delle chiese in un tempo così propizio come la Quaresima, e ora anche nel tempo pasquale, non erano nei nostri programmi pastorali. Non lo era neanche il fatto di diventare “esperti” di comunicazione virtuale, pur di raggiungere il popolo a noi affidato! Avevamo programmato la Settimana Santa, le prime comunioni, le cresime e tutte le altre celebrazioni di sacramenti, ma ora viviamo un tempo di morte, di assenza, di silenzio… è comprensibile che ci sentiamo smarriti, confusi, pieni di dubbi: «Signore, stavamo facendo così bene…, perché ci hai impedito di continuare a fare il solito bene? Perché vuoi cambiare così drasticamente i nostri bei programmi pastorali? Forse, senza percepirlo, ci siamo discostati dal “tuo” programma pastorale?».

Del resto, Signore, quante porte hai chiuso all’annuncio di Paolo, perché la tua Parola arrivasse fino a Roma, e poi fino in Spagna? Sembra che tu, Signore, gradisca più i programmi pastorali “a posteriori”, generati dalla realtà che ci provoca, che le belle intuizioni “a priori”, fatte a tavolino!

Dobbiamo forse imparare a lasciarci programmare dalla realtà?

Ciascuno di noi potrebbe confermare che, nella sua vita, quegli accadimenti che sembravano ostacoli, alla fine si sono rivelati provvidenziali e sono quelli che ci hanno fatto crescere di più.

È il mistero pasquale che riviviamo nella nostra vita: la grande prova (il venerdì), il grande lutto (il sabato), la grande gioia (la domenica). Qui la gioia è una qualità nuova di vita. È la gioia che si moltiplica come il seme si moltiplica solo se muore. Nell’annuncio pasquale, come nell’annuncio a Maria, le parole di Dio sono: «Non temete… rallegratevi!», ma noi possiamo essere nella gioia, senza la messa e senza le confessioni?

Tornerà la possibilità di celebrare insieme, ma per quest’anno, il Signore ci chiede di vivere questi tempi liturgici in modo più interiore, spirituale, cosciente, ponendoci le domande più semplici e più fondamentali:

  • Perché pregare se nessuno ci vede?
  • Perché pregare se non possiamo andare in chiesa con gli altri?
  • Cosa possiamo dire al Signore, se non abbiamo testi già preparati?
La riscoperta delle relazioni

Abbiamo mille motivi per dire grazie dell’amore che riceviamo e per impegnarci ad amare come Gesù. La gioia viene dalle relazioni, perché la gioia è comunque l’amore: più ne hai, più cresce la capacità di amare. Mai come in questi giorni percepiamo che noi siamo desiderio di gioia e di relazione, al punto che, grandi e piccoli, abbiamo nostalgia della scuola e del lavoro e anche delle riunioni. Il segno che il Signore è in mezzo a noi, è la gioia che sperimentiamo e che seminiamo.

Vogliamo fare un test di questo periodo?

  • Cosa sentiamo nel cuore: gioia, tristezza, noia, nausea… rabbia per il tempo perduto?
  • Di che cosa hanno bisogno i nostri fratelli e sorelle, oggi e nei prossimi tempi, per avvertire la prossimità di Dio in Cristo?
  • Quale testimonianza possiamo offrire loro?
  • Per quali testimonianze siamo grati?

Se il vuoto di questi giorni ha fatto crescere in noi la nostalgia dell’amicizia, dell’amore reciproco, della comunità, perché non ci bastano le relazioni virtuali, allora chiediamo allo Spirito di farci tornare in comunità, non per riprendere il ritmo forsennato delle tante attività, ma per curare meglio la qualità delle relazioni.

Spero che una volta terminata la pandemia, medici, infermieri, volontari, forze dell’ordine continueranno ad aver cura di noi con la stessa passione, la stessa competenza, lo stesso spirito di sacrificio, dimostrati in questi giorni, anche se comprensibilmente in forme e orari più adeguati.

Sarebbe un peccato che, dopo tante parole illuminate, tornassimo ad una normalità litigiosa, solo preoccupata del profitto, rivendicativa. Se in questo tempo abbiamo visto il meglio di tante persone, speriamo che questo “meglio” permanga per il bene di tutti. Così avvenga anche per le comunità ecclesiali e per noi! Filippo, Pietro e Giovanni sono ancora necessari (At 8,14): per spiegare la Parola, per battezzare, per donare lo Spirito.

Apparentemente orfani delle nostre chiese, molti hanno riscoperto la comunione con la propria parrocchia, con la diocesi e con la Chiesa universale. Varie persone, che forse non sarebbero andate nelle nostre chiese, si sono fermati davanti al televisore a pregare con papa Francesco, con il vescovo Beniamino, recuperando un aspetto importante della nostra fede: siamo un unico corpo, pur con molte e diverse membra. Non essendo possibile la comunione reale, più volte siamo stati invitati a fare la comunione “spirituale”.

Ora, se intendiamo le parole nel giusto senso, “spirituale” non vuole dire di secondaria importanza! Vuol dire piuttosto una comunione animata dal fuoco dello Spirito! Solo lo Spirito, autore della diversità e dell’unità, genera comunione e trova tanti modi per esprimersi e rendersi presente.

La guerra no, la cura sì

Il nostro cuore è ancora pieno di paura e di tristezza, e a volte non trova le forze per reagire. È il tempo di ascoltare la Parola e di comprenderla nella sua realtà di seme che muore per dare molto frutto. In fondo, è dal sacrificio di Stefano che dal persecutore Saulo nasce Paolo, una persona resa nuova dal perdono. È la vittoria della croce. È la fecondità della Chiesa attraverso chi, nella quotidianità, vince il male con il bene.

Nonostante la persecuzione subìta, in tutto il testo non si parla mai di rivincita, di vendetta, di violenza attiva. I cristiani perseguitati non sognano la vendetta, ma la semina della Parola. La differenza tra guerra e cura è enorme: se fossimo in guerra, avrebbero ragione quanti ci esortano ad affilare le armi (significativo che anche in questa pandemia tra le poche fabbriche mai chiuse ci siano le fabbriche di armi!), a costruire muri, a gridare contro i nemici. Ma, poiché siamo in tempo di malattia e di cura, abbiamo bisogno di coraggio, di perseveranza, di resilienza…

In questi tempi abbiamo visto il meglio di noi: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza… Sono convinto che, separati e tenuti a distanza, in realtà siamo diventati più uniti e ora abbiamo il compito di riprendere il cammino, senza ricadere negli errori del passato. «Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie –, la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili. Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura! Curiamoci insieme» (Guido Dotti, monaco di Bose).

Attualmente, le nostre strade sono deserte, come quella in cui stava andando il ministro della regina Candace, ed è su strade deserte, che lo Spirito ci conduce, come ha guidato Filippo. Non sappiamo come fare per avvicinarci alle persone. Non sappiamo come riprendere il cammino.

Qui sta la nostra forza, se ci lasceremo guidare dallo Spirito. A noi spetta solo il compito di invocarlo, non di comprarlo, come vorrebbe fare Simone il mago (At 8,9-25) né di incasellarlo nei nostri programmi pastorali. Ciò che la pandemia può insegnarci è che, anche nella prova, noi tutti siamo figli amati dal Padre che si è servito di tante persone per dircelo, non che siamo padroni di Dio, della vita, del mondo. Eccoci, deboli, poveri, abbandonati alle nostre capacità di ripresa, ma non soli: quando siamo deboli è allora che siamo forti (1Cor 12,10).

Papa Francesco, omelia nella messa di santa Marta, 24 aprile 2018

«Sempre, dai tempi dei profeti ad oggi, c’è il peccato di resistere allo Spirito Santo: la resistenza allo Spirito (…) Questo è il peccato che Stefano rimprovera proprio ai membri del Sinedrio: “Voi e i vostri padri avete resistito sempre allo Spirito Santo”. La resistenza allo Spirito Santo. ‘No: sempre è stato fatto così, e deve farsi così’. Non venire con queste novità, Pietro; stai tranquillo… prenditi una pastiglia che ti calmi i nervi… Stai tranquillo… è la chiusura alla voce di Dio.

E il Signore, nel Salmo, parla al suo popolo: “Non indurite il vostro cuore come i vostri padri”. Il Signore ci chiede di non indurire il nostro cuore: la chiusura, la resistenza allo Spirito Santo.

C’è quella frase che chiude sempre, che ti ferma: “È sempre stato fatto così”. E questo uccide! Questo uccide la libertà, uccide la gioia, uccide la fedeltà allo Spirito Santo che sempre agisce in avanti, portando in avanti la Chiesa.

Ma come posso io sapere se una cosa è dello Spirito Santo o è della mondanità, dello spirito del mondo, o è dello spirito del diavolo? Come posso?

È chiedendo la grazia del discernimento. Lo strumento che lo stesso Spirito ci dà è il discernimento. Discernere, in ogni caso, come si deve fare. È quello che hanno fatto gli Apostoli: si sono riuniti, hanno parlato e hanno visto che quella era la strada dello Spirito Santo. Invece, quelli che non avevano questo dono o non avevano pregato per chiederlo, sono rimasti chiusi e fermi».

  • Don Flavio Marchesini è un presbitero della diocesi di Vicenza.
Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Programmare la pastorale… “a posteriori”

  

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di: Flavio Marchesini

Tra le tante attività a cui abbiamo dovuto rinunciare c’è stato anche il nostro ritiro di marzo. Secondo il calendario predisposto dalla diocesi, avremmo dovuto riflettere e pregare sul capitolo ottavo degli Atti degli Apostoli. Desidero, a partire da questo capitolo, offrirvi alcune riflessioni “a voce alta”, con l’intento di favorire una rilettura di fede del tempo che stiamo vivendo e per prepararci alla ripartenza.

Non è facile parlare di questo tempo perché i sentimenti nel nostro cuore sono decisamente contrastanti: proviamo dolore per chi ci ha lasciato, a volte senza il conforto della vicinanza di persone care; condividiamo la sofferenza di chi ha vissuto con preoccupazione la malattia; abbiamo ammirato e siamo grati per la dedizione e l’altruismo di tanti medici, infermieri, volontari, forze dell’ordine nel prendersi cura dei contagiati, anche a prezzo della propria vita; siamo preoccupati con le forze del settore lavorativo ed economico per un blocco da cui non sarà facile riprendersi; avvertiamo la stanchezza di rimanere chiusi nelle nostre case, soprattutto in questi giorni di primavera avanzata.

Comunità e ministero

Anche per le nostre comunità e per noi ministri non è stato un tempo indolore, privati del conforto dei sacramenti e delle celebrazioni comunitarie. Abbiamo ricevuto un “dono” dal Padre, al di là di ogni nostra programmazione e volontà, di vivere la Quaresima e la Pasqua in un modo totalmente originale e inaspettato. Ci poniamo qualche interrogativo:

  • Pur con la perdita momentanea di tanti gesti, riti, attività tradizionali nei luoghi comuni, abbiamo vissuto la Quaresima e la Pasqua in modo più interiore?
  • La pandemia è qualcosa che non avremmo mai scelto e ci ha costretto a fermarci. Ci è piombata addosso. Cosa possiamo imparare?
  • Probabilmente noi non avremmo noi il coraggio di cambiare, senza esserne costretti. Visto che lo dobbiamo fare, cosa e come cambiare?

Nel desiderio di trovare qualche risposta, ascoltiamo la Parola, sicuri di trovare luce per il tempo che stiamo vivendo.

Al v. 1, leggiamo: «In quel giorno». Ogni giorno, o tempo, che il Signore ci dona può rivelarsi una “crisi”, che può rappresentare, allo stesso tempo, pericolo e opportunità. Il testo parla di una grande persecuzione che si abbatte direttamente contro la Chiesa a causa dell’annuncio del Vangelo. Per noi non si è trattato di persecuzione – non siamo in guerra, fa notare qualcuno – quanto di una “prova”, di una pandemia che ha colpito tutti, credenti e non, mettendoci in crisi rispetto a tante questioni.

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All’improvviso è arrivato un “qualcosa” che ci ha tagliato la strada e messi al tappeto. Padre Raniero Cantalamessa, nella celebrazione del venerdì santo, l’ha paragonata a quanto è accaduto al pittore James Thornhill, mentre affrescava la cattedrale di San Paolo a Londra. «Il pittore, a un certo punto, fu preso da tanto entusiasmo per un suo affresco che, retrocedendo per vederlo meglio, non si accorgeva che stava per precipitare nel vuoto dall’impalcatura. Un assistente, inorridito, capì che un grido di richiamo avrebbe solo accelerato il disastro. Senza pensarci due volte, intinse un pennello nel colore e lo scaraventò in mezzo all’affresco.

Il maestro, esterrefatto, diede un balzo in avanti. La sua opera era compromessa, ma lui era salvo». E conclude: «Così fa a volte Dio con noi: sconvolge i nostri progetti e la nostra quiete, per salvarci dal baratro che non vediamo. Ma attenti a non ingannarci. Non è Dio che con il Coronavirus ha scaraventato il pennello sull’affresco della nostra orgogliosa civiltà tecnologica. Dio è alleato nostro, non del virus!».

L’invito, dunque, è cercare di capire cosa Dio abbia voluto dirci con questa pandemia che ha rovinato il nostro bel quadro ma che può salvarci la vita.

Motivi di sofferenza

Prima di “rallegrarci” per la prova che ci ha colpito, per non cadere in facili entusiasmi, mi sembra imperativo e saggio citare i motivi di sofferenza.

Circa ventimila persone hanno perso la vita, spesso in condizioni di isolamento, senza un saluto e, a volte, anche senza una preghiera. La fila dei camion militari, pieni di salme, diretti ad altre città per la cremazione, sarà una delle immagini che più porteremo nel cuore. Né possiamo dimenticare i confratelli cappellani degli ospedali e delle case di cura, che al pari di medici, infermieri, volontari e forze dell’ordine, sono rimasti al fianco degli ammalati, fino al dono della vita. Siamo grati per la loro testimonianza e per essi, e per tutte le vittime, è giusto fare «lutto grande», come avvenne per Stefano, il primo cristiano a dare la vita (v. 2).

Come in altre occasioni, la popolazione si è divisa: per alcuni il fatto che le chiese fossero chiuse non ha costituito un problema, ma solo un dovere; altri hanno gridato allo scandalo, come se la celebrazione della Pasqua senza i riti consueti non fosse… Pasqua!

  • Cosa siamo riusciti a dire in queste circostanze?
  • Quale messaggio abbiamo trasmesso?

Anche tra noi preti la prova ha messo in risalto alcune differenze:

  • alcuni hanno rimpianto anche i più piccoli gesti che non abbiamo potuto compiere e si sono dimostrati un po’ troppo inclini a minimizzare i pericoli e a disobbedire alle regole in nome di una fiducia ingenua (“Dio non permetterà che siamo colpiti dal coronavirus”; “è questo il momento di dimostrare la nostra fede…”);
  • altri si sono dimostrati contenti delle novità, già pronti a recuperare il ritardo accumulato con le nuove tecnologie;
  • alcuni, entusiasti dei risultati, si chiedono se non sia possibile da qui in avanti sviluppare una pastorale “telematica”, pur consapevoli della possibilità di cadere nel pericolo di rimanere a distanza e disincarnati dalle relazioni che tanto ora ci mancano.
Motivi di speranza e gioia

Accanto a questi, abbiamo vari motivi di speranza e “gioia”, nella convinzione che Dio voglia dirci qualcosa di importante, perché è sempre Lui a prendere l’iniziativa per venirci incontro.

Sempre al versetto 1 si dice che la persecuzione/prova diventa motivo di cambiamento, di missione. Quando sembra che la strada si interrompa, si aprono altre vie, vie che siamo “obbligati” a percorrere, anche se non era nei nostri programmi. È opinione diffusa che non possiamo più continuare come stavamo vivendo prima del Covid-19!

Una prima osservazione si interroga sulla qualità della fede delle nostre comunità, dei cristiani, di noi presbiteri. A partire dalle domande, dalle richieste, dalle lamentele che ci sono state rivolte, vogliamo chiederci:

  • A cosa credono le nostre comunità?
  • Che cosa importa ai nostri cristiani: le tradizioni, i gesti, l’incontro personale con il Signore?
  • In questa situazione di “mancanza”, cosa è emerso?

Proviamo a metterci nei panni dei primi cristiani cacciati dalla città, senza più tempio, senza più sacerdoti, senza più riferimenti… Il testo ci ricorda che gli Apostoli rimasero a Gerusalemme, ancora fedeli alle pratiche del tempio (v. 1). Chi dovette lasciare la Città Santa e i riti della Pasqua furono “i cristiani ellenisti”, i più semplici, i più sprovveduti di tradizioni e regole, donne e uomini che si sono ritrovati, all’improvviso, apostoli e sacerdoti… A che cosa si sono aggrappati nella loro fede? Il capitolo 8 di Atti lo dice chiaramente: i cristiani, anche in carcere, non perdevano occasione per annunciare la Buona Notizia, la Parola (v. 4). Parola che è una persona, Gesù Cristo. La situazione attuale, allora, ci interpella:

  • Sono i nostri fedeli e le nostre comunità in grado di pregare con la Parola?
  • Li abbiamo educati alla riflessione e all’annuncio della Parola?
  • Li abbiamo preparati a pregare con i salmi e le altre preghiere della Chiesa, che non siano il Padre nostro e l’Ave Maria?
  • Abbiamo aiutato i genitori a diventare “sacerdoti” del culto e primi annunciatori della fede nelle proprie famiglie? Ci siamo ricordati che la fede si trasmette in “dialetto” e con la convivenza affettuosa, nella testimonianza quotidiana?

Dobbiamo riconoscerlo: come Chiesa ci siamo così concentrati sulla messa, a cui – riconosciamolo – è abbastanza facile “assistere”, che senza messa non sappiamo più cosa dire al Signore. Per fortuna, il popolo di Dio si dimostra abbastanza creativo, per cui, smanettando liberamente nel computer, cerca informazioni e sussidi spirituali per la propria “fame e sete”… Siamo grati a tanti che, nella nostra diocesi come in altre diocesi italiane, hanno elaborato sussidi per facilitare la preghiera in famiglia. Nel messaggio inviato alle famiglie, come nelle altre occasioni in cui si è fatto prossimo, il vescovo ha raccomandato ai genitori di rinnovare la loro missione sacerdotale nella «piccola chiesa domestica».

Mi risulta che, pur nella fatica del rimanere in casa, molte famiglie abbiano gradito l’opportunità di restare insieme, di mangiare insieme, di pregare insieme. Il resto della giornata chiaramente era suddiviso tra compiti di scuola, chat con amici e parenti, compiti domestici, non senza qualche tensione e battibecco in più. E “i ministri di Candace”, che non sanno comprendere di chi stiano parlando le Scritture, sono molto più numerosi di quanto possiamo immaginare… (At 8,26-40).

Fuori programma

La pandemia e la chiusura delle chiese in un tempo così propizio come la Quaresima, e ora anche nel tempo pasquale, non erano nei nostri programmi pastorali. Non lo era neanche il fatto di diventare “esperti” di comunicazione virtuale, pur di raggiungere il popolo a noi affidato! Avevamo programmato la Settimana Santa, le prime comunioni, le cresime e tutte le altre celebrazioni di sacramenti, ma ora viviamo un tempo di morte, di assenza, di silenzio… è comprensibile che ci sentiamo smarriti, confusi, pieni di dubbi: «Signore, stavamo facendo così bene…, perché ci hai impedito di continuare a fare il solito bene? Perché vuoi cambiare così drasticamente i nostri bei programmi pastorali? Forse, senza percepirlo, ci siamo discostati dal “tuo” programma pastorale?».

Del resto, Signore, quante porte hai chiuso all’annuncio di Paolo, perché la tua Parola arrivasse fino a Roma, e poi fino in Spagna? Sembra che tu, Signore, gradisca più i programmi pastorali “a posteriori”, generati dalla realtà che ci provoca, che le belle intuizioni “a priori”, fatte a tavolino!

Dobbiamo forse imparare a lasciarci programmare dalla realtà?

Ciascuno di noi potrebbe confermare che, nella sua vita, quegli accadimenti che sembravano ostacoli, alla fine si sono rivelati provvidenziali e sono quelli che ci hanno fatto crescere di più.

È il mistero pasquale che riviviamo nella nostra vita: la grande prova (il venerdì), il grande lutto (il sabato), la grande gioia (la domenica). Qui la gioia è una qualità nuova di vita. È la gioia che si moltiplica come il seme si moltiplica solo se muore. Nell’annuncio pasquale, come nell’annuncio a Maria, le parole di Dio sono: «Non temete… rallegratevi!», ma noi possiamo essere nella gioia, senza la messa e senza le confessioni?

Tornerà la possibilità di celebrare insieme, ma per quest’anno, il Signore ci chiede di vivere questi tempi liturgici in modo più interiore, spirituale, cosciente, ponendoci le domande più semplici e più fondamentali:

  • Perché pregare se nessuno ci vede?
  • Perché pregare se non possiamo andare in chiesa con gli altri?
  • Cosa possiamo dire al Signore, se non abbiamo testi già preparati?
La riscoperta delle relazioni

Abbiamo mille motivi per dire grazie dell’amore che riceviamo e per impegnarci ad amare come Gesù. La gioia viene dalle relazioni, perché la gioia è comunque l’amore: più ne hai, più cresce la capacità di amare. Mai come in questi giorni percepiamo che noi siamo desiderio di gioia e di relazione, al punto che, grandi e piccoli, abbiamo nostalgia della scuola e del lavoro e anche delle riunioni. Il segno che il Signore è in mezzo a noi, è la gioia che sperimentiamo e che seminiamo.

Vogliamo fare un test di questo periodo?

  • Cosa sentiamo nel cuore: gioia, tristezza, noia, nausea… rabbia per il tempo perduto?
  • Di che cosa hanno bisogno i nostri fratelli e sorelle, oggi e nei prossimi tempi, per avvertire la prossimità di Dio in Cristo?
  • Quale testimonianza possiamo offrire loro?
  • Per quali testimonianze siamo grati?

Se il vuoto di questi giorni ha fatto crescere in noi la nostalgia dell’amicizia, dell’amore reciproco, della comunità, perché non ci bastano le relazioni virtuali, allora chiediamo allo Spirito di farci tornare in comunità, non per riprendere il ritmo forsennato delle tante attività, ma per curare meglio la qualità delle relazioni.

Spero che una volta terminata la pandemia, medici, infermieri, volontari, forze dell’ordine continueranno ad aver cura di noi con la stessa passione, la stessa competenza, lo stesso spirito di sacrificio, dimostrati in questi giorni, anche se comprensibilmente in forme e orari più adeguati.

Sarebbe un peccato che, dopo tante parole illuminate, tornassimo ad una normalità litigiosa, solo preoccupata del profitto, rivendicativa. Se in questo tempo abbiamo visto il meglio di tante persone, speriamo che questo “meglio” permanga per il bene di tutti. Così avvenga anche per le comunità ecclesiali e per noi! Filippo, Pietro e Giovanni sono ancora necessari (At 8,14): per spiegare la Parola, per battezzare, per donare lo Spirito.

Apparentemente orfani delle nostre chiese, molti hanno riscoperto la comunione con la propria parrocchia, con la diocesi e con la Chiesa universale. Varie persone, che forse non sarebbero andate nelle nostre chiese, si sono fermati davanti al televisore a pregare con papa Francesco, con il vescovo Beniamino, recuperando un aspetto importante della nostra fede: siamo un unico corpo, pur con molte e diverse membra. Non essendo possibile la comunione reale, più volte siamo stati invitati a fare la comunione “spirituale”.

Ora, se intendiamo le parole nel giusto senso, “spirituale” non vuole dire di secondaria importanza! Vuol dire piuttosto una comunione animata dal fuoco dello Spirito! Solo lo Spirito, autore della diversità e dell’unità, genera comunione e trova tanti modi per esprimersi e rendersi presente.

La guerra no, la cura sì

Il nostro cuore è ancora pieno di paura e di tristezza, e a volte non trova le forze per reagire. È il tempo di ascoltare la Parola e di comprenderla nella sua realtà di seme che muore per dare molto frutto. In fondo, è dal sacrificio di Stefano che dal persecutore Saulo nasce Paolo, una persona resa nuova dal perdono. È la vittoria della croce. È la fecondità della Chiesa attraverso chi, nella quotidianità, vince il male con il bene.

Nonostante la persecuzione subìta, in tutto il testo non si parla mai di rivincita, di vendetta, di violenza attiva. I cristiani perseguitati non sognano la vendetta, ma la semina della Parola. La differenza tra guerra e cura è enorme: se fossimo in guerra, avrebbero ragione quanti ci esortano ad affilare le armi (significativo che anche in questa pandemia tra le poche fabbriche mai chiuse ci siano le fabbriche di armi!), a costruire muri, a gridare contro i nemici. Ma, poiché siamo in tempo di malattia e di cura, abbiamo bisogno di coraggio, di perseveranza, di resilienza…

In questi tempi abbiamo visto il meglio di noi: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza… Sono convinto che, separati e tenuti a distanza, in realtà siamo diventati più uniti e ora abbiamo il compito di riprendere il cammino, senza ricadere negli errori del passato. «Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie –, la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili. Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura! Curiamoci insieme» (Guido Dotti, monaco di Bose).

Attualmente, le nostre strade sono deserte, come quella in cui stava andando il ministro della regina Candace, ed è su strade deserte, che lo Spirito ci conduce, come ha guidato Filippo. Non sappiamo come fare per avvicinarci alle persone. Non sappiamo come riprendere il cammino.

Qui sta la nostra forza, se ci lasceremo guidare dallo Spirito. A noi spetta solo il compito di invocarlo, non di comprarlo, come vorrebbe fare Simone il mago (At 8,9-25) né di incasellarlo nei nostri programmi pastorali. Ciò che la pandemia può insegnarci è che, anche nella prova, noi tutti siamo figli amati dal Padre che si è servito di tante persone per dircelo, non che siamo padroni di Dio, della vita, del mondo. Eccoci, deboli, poveri, abbandonati alle nostre capacità di ripresa, ma non soli: quando siamo deboli è allora che siamo forti (1Cor 12,10).

Papa Francesco, omelia nella messa di santa Marta, 24 aprile 2018

«Sempre, dai tempi dei profeti ad oggi, c’è il peccato di resistere allo Spirito Santo: la resistenza allo Spirito (…) Questo è il peccato che Stefano rimprovera proprio ai membri del Sinedrio: “Voi e i vostri padri avete resistito sempre allo Spirito Santo”. La resistenza allo Spirito Santo. ‘No: sempre è stato fatto così, e deve farsi così’. Non venire con queste novità, Pietro; stai tranquillo… prenditi una pastiglia che ti calmi i nervi… Stai tranquillo… è la chiusura alla voce di Dio.

E il Signore, nel Salmo, parla al suo popolo: “Non indurite il vostro cuore come i vostri padri”. Il Signore ci chiede di non indurire il nostro cuore: la chiusura, la resistenza allo Spirito Santo.

C’è quella frase che chiude sempre, che ti ferma: “È sempre stato fatto così”. E questo uccide! Questo uccide la libertà, uccide la gioia, uccide la fedeltà allo Spirito Santo che sempre agisce in avanti, portando in avanti la Chiesa.

Ma come posso io sapere se una cosa è dello Spirito Santo o è della mondanità, dello spirito del mondo, o è dello spirito del diavolo? Come posso?

È chiedendo la grazia del discernimento. Lo strumento che lo stesso Spirito ci dà è il discernimento. Discernere, in ogni caso, come si deve fare. È quello che hanno fatto gli Apostoli: si sono riuniti, hanno parlato e hanno visto che quella era la strada dello Spirito Santo. Invece, quelli che non avevano questo dono o non avevano pregato per chiederlo, sono rimasti chiusi e fermi».

  • Don Flavio Marchesini è un presbitero della diocesi di Vicenza.
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Originale: Settimana News

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