Professione esorcista, un ministero di misericordia

Spiritualità


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Padre Cesare Truqui racconta la sua formazione di esorcista al fianco di don Amorth e il suo incontro con Satana

“Essere esorcista significa esercitare un ministero di misericordia. Un altro modo di stare vicino a persone che soffrono” (p. 15) è così che Padre Cesare Truqui, esorcista e allievo di Padre Gabriele Amorth, descrive questa particolare vocazione del suo essere sacerdote, nel volume scritto a quattro mani con la vaticanista Chiara Santomiero ed edito da Piemme, dal titolo “Professione Esorcista. I più sconvolgenti casi di possessione e liberazione“.

Il volume spiega con calma e prendendo per mano il lettore che l’esorcismo è prima di tutto un atto di fede, quella del sacerdote, e quella della Chiesa tutta. Non c’è nulla di romantico o di avventuroso, c’è però la percezione precisa che Satana c’è e opera per disperdere il gregge di Dio. Che è bene sapere che questa presenza invisibile ma reale esiste, sebbene sia essenziale non ridurre ogni cosa alla presenza maligna. La maggior parte delle volte basta un buon psichiatra o in generale un medico che sappia capire e interpretare le esigenze reali del malato. Ma esiste anche quel raro caso in cui ad intervenire deve essere un sacerdote, e un sacerdote preparato specificatamente a quel compito.

Truqui racconta la sua formazione di esorcista, il suo “discepolato” con padre Amorth che egli considera il suo maestro, e i primi incontri con il demonio. Il primo caso di reale e totale possessione lo incontrò durante il periodo antecedente la GMG del 2000, la presenza di Satana. Ci vollero anni – racconta – per scacciare definitivamente il diavolo e fu necessaria anche la preghiera di Benedetto XVI.

Ma la vita dell’esorcista non ruota – e non deve ruotare – attorno al maligno, bensì attorno alla preghiera incessante per Gesù Cristo e la Vergine Maria, è questo l’insegnamento e l’avvertimento che padre Amorth ha lasciato ai propri discepoli: fatevi aiutare dalla Madre di Dio, è lei che schiaccia la testa del serpente, dopo tutto, no?

Nel libro, oltre ai ricordi e alle esperienze fatte dal sacerdote dopo oltre un decennio di ordinazione presbiteriale, c’è un capitolo dal titolo “Papa Francesco e il diavolo” in cui si spiega che la naturalezza con cui il pontefice parla di Satana è dovuta al suo essere latino americano, ma che ogni intervento del Pontefice sull’argomento è sempre puntualmente radicato nella dottrina. Francesco, che pure ama le metafore colorite, non le usa mai quando parla del diavolo:

Bergoglio non usa metafore, né minimizza, anzi, costringe a occuparsi del diavolo come persona reale, senza indulgere alla curiosità. In un’omelia dell’11 ottobre 2013, Francesco ha ricordato che “la presenza del demonio è nella prima pagina della Bibbia e la Bibbia finisce anche con la presenza del demonio, con la vittoria di Dio sul demonio”. Tradotto: il nemico non è una metafora. (p. 63-64)

Un libro insomma che sfugge al razionalismo e al contempo tiene a distanza la superstizione. Se Satana è reale (e lo è) va trattato con intelligenza, ma senza ansia perché il suo potere è limitato e il suo destino è la sconfitta…

 

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