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Preti… senza popolo

La forzata assenza delle persone alle celebrazioni liturgiche può aiutare il presbitero a ripensarsi nei confronti della comunità.

- Advertisement -
di: Antonio Cecconi

La forzata assenza delle persone alle celebrazioni liturgiche può aiutare il presbitero a ripensarsi nei confronti della comunità.

Ho fatto un paio di strani mezzi-funerali (non di vittime del coronavirus, per ora!). Ho letto un salmo, un brano del Vangelo, una preghiera dei (rari) fedeli conclusa col Padre nostro, l’aspersione con l’acqua benedetta. Di fronte a pochissime persone, senza neanche una stretta di mano, un abbraccio anche a gente che conosci bene.

Alla fine dico anche l’Ave Maria, quell’adesso e nell’ora della nostra morte che tante volte abbiamo recitata distrattamente, in rosari tirati via per passare subito all’Ave Maria successiva, perché alla morte è bene non pensarci troppo, evitando di sostare su quell’ultima parola…

E invece ora che la morte è più facile pensarcela accanto, o addosso, siamo richiamati a questa essenziale, imprescindibile verità. Per provare a chiamarla, come Francesco d’Assisi, “sorella morte”. Per essere meno “celebranti” di funerali altrui e più compagni di viaggio verso la stessa meta. Forse un primo effetto di questo tempo di prova sarà il richiamo a non vivere le esequie da celebrare come una delle spiacevoli incombenze del nostro “mestiere”.

E poi la messa a porte chiuse, la messa senza popolo, prevista sì in appendice al Messale ma neanche troppo, perché, anche se c’è un solo fedele o concelebrante, si continua a dire “Il Signore sia con voi”: il viceparroco mi dice che quel voi rappresenta tutta la Chiesa, tutta la comunità forzatamente assente. Spiegazione che non mi torna, è uno dei tanti cedimenti al formalismo a cui la liturgia tenta di obbligarci.

Ma il fatto di pensare che noi celebriamo e i fedeli no, dovrebbe spingerci a un serio esame di coscienza sul “con-celebrare” di prete e fedeli, sul senso di comunità, sul non essere noi i presidenti/registi/direttori d’orchestra/one-show-man e tutti gli altri spettatori.

Il noi della comunità

Lo so bene che qualche volta la messa (certi matrimoni, certi funerali…) la celebriamo di fronte ad assemblee silenti, distratte, inconsapevoli… Però almeno le messe domenicali in parrocchia chiedono al prete un di più di propensione al coinvolgimento, di paziente opera educativa, di capacità di far parlare il popolo, di sentire che la Parola e il Corpo del Signore sono tanto loro che miei, cioè nostri.

Pensarla meno in termini di io e voi e maggiormente di noi, non trattare la liturgia da padroni che, per benevola concessione, lasciano che anche altri “facciano qualcosa”. È chiaro che, perché questo avvenga, o almeno per andare in questa direzione, c’è da investire in formazione, cura, trasmissione di competenze, valorizzazione di doni, carismi e sensibilità.

Il fatto che prima o poi ritorneremo a celebrare col popolo potremmo viverlo come una preziosa occasione perché la “fame di messa” diventi un’opportunità di coinvolgimento partecipativo.

L’accoglienza delle liturgie celebrate in questo periodo da molti vescovi e preti e partecipate in streaming o facebook da molti cristiani – che in modi diversi e non formali hanno manifestato gratitudine a apprezzamento – cogliamola come un’opportunità di liturgie in cui emerga davvero tutto il popolo di Dio come soggetto della fede e della celebrazione liturgica.

Anche nelle celebrazioni feriali di questi giorni alcune persone assidue alla messa quotidiana restano prive dell’eucaristia; questo è un “lusso” che ci concediamo o un di più di responsabilità a diventare, con tutta la nostra vita, pane spezzato per la nostra gente? Non possiamo vivere ciò da privilegiati, ma vedere in questa situazione un invito all’umiltà e un dono che ci provoca, e intanto ci chiede di portare nel cuore e sull’altare la vita delle persone, per consegnarla alle mani del Signore.

Ma il trovarci a celebrare in assenza di assemblea costringe a ripensare non solo le liturgia, ma anche molti altri aspetti della nostra pastorale, a cominciare da questa contingenza che ci obbliga a fare il prete tenendo la gente a distanza, almeno fisicamente.

Mi auguro che possa succedere a noi preti – lo auguro a me prima di tutto – che la forzata distanza ci converta a una più profonda vicinanza, prossimità, cura amorosa della nostra gente…, a una più intensa accoglienza delle loro «gioie e speranze, tristezze e angosce»… a esercitare meno il “potere” e di più la misericordia, a sentirci meno diversi e più uguali, a non pensare di aver sempre da insegnare, ma anche ad avere molto da imparare.

Chissà che il coronavirus non faccia il miracolo di liberarci da quel clericalismo su cui tanto insiste papa Francesco! Che è tornato a tirarci benevolmente le orecchie esortandoci a non imitare don Abbondio.

  • Don Antonio Cecconi è parroco di Calci (Pisa).
Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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La forzata assenza delle persone alle celebrazioni liturgiche può aiutare il presbitero a ripensarsi nei confronti della comunità.

Ho fatto un paio di strani mezzi-funerali (non di vittime del coronavirus, per ora!). Ho letto un salmo, un brano del Vangelo, una preghiera dei (rari) fedeli conclusa col Padre nostro, l’aspersione con l’acqua benedetta. Di fronte a pochissime persone, senza neanche una stretta di mano, un abbraccio anche a gente che conosci bene.

Alla fine dico anche l’Ave Maria, quell’adesso e nell’ora della nostra morte che tante volte abbiamo recitata distrattamente, in rosari tirati via per passare subito all’Ave Maria successiva, perché alla morte è bene non pensarci troppo, evitando di sostare su quell’ultima parola…

E invece ora che la morte è più facile pensarcela accanto, o addosso, siamo richiamati a questa essenziale, imprescindibile verità. Per provare a chiamarla, come Francesco d’Assisi, “sorella morte”. Per essere meno “celebranti” di funerali altrui e più compagni di viaggio verso la stessa meta. Forse un primo effetto di questo tempo di prova sarà il richiamo a non vivere le esequie da celebrare come una delle spiacevoli incombenze del nostro “mestiere”.

E poi la messa a porte chiuse, la messa senza popolo, prevista sì in appendice al Messale ma neanche troppo, perché, anche se c’è un solo fedele o concelebrante, si continua a dire “Il Signore sia con voi”: il viceparroco mi dice che quel voi rappresenta tutta la Chiesa, tutta la comunità forzatamente assente. Spiegazione che non mi torna, è uno dei tanti cedimenti al formalismo a cui la liturgia tenta di obbligarci.

Ma il fatto di pensare che noi celebriamo e i fedeli no, dovrebbe spingerci a un serio esame di coscienza sul “con-celebrare” di prete e fedeli, sul senso di comunità, sul non essere noi i presidenti/registi/direttori d’orchestra/one-show-man e tutti gli altri spettatori.

Il noi della comunità
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Lo so bene che qualche volta la messa (certi matrimoni, certi funerali…) la celebriamo di fronte ad assemblee silenti, distratte, inconsapevoli… Però almeno le messe domenicali in parrocchia chiedono al prete un di più di propensione al coinvolgimento, di paziente opera educativa, di capacità di far parlare il popolo, di sentire che la Parola e il Corpo del Signore sono tanto loro che miei, cioè nostri.

Pensarla meno in termini di io e voi e maggiormente di noi, non trattare la liturgia da padroni che, per benevola concessione, lasciano che anche altri “facciano qualcosa”. È chiaro che, perché questo avvenga, o almeno per andare in questa direzione, c’è da investire in formazione, cura, trasmissione di competenze, valorizzazione di doni, carismi e sensibilità.

Il fatto che prima o poi ritorneremo a celebrare col popolo potremmo viverlo come una preziosa occasione perché la “fame di messa” diventi un’opportunità di coinvolgimento partecipativo.

L’accoglienza delle liturgie celebrate in questo periodo da molti vescovi e preti e partecipate in streaming o facebook da molti cristiani – che in modi diversi e non formali hanno manifestato gratitudine a apprezzamento – cogliamola come un’opportunità di liturgie in cui emerga davvero tutto il popolo di Dio come soggetto della fede e della celebrazione liturgica.

Anche nelle celebrazioni feriali di questi giorni alcune persone assidue alla messa quotidiana restano prive dell’eucaristia; questo è un “lusso” che ci concediamo o un di più di responsabilità a diventare, con tutta la nostra vita, pane spezzato per la nostra gente? Non possiamo vivere ciò da privilegiati, ma vedere in questa situazione un invito all’umiltà e un dono che ci provoca, e intanto ci chiede di portare nel cuore e sull’altare la vita delle persone, per consegnarla alle mani del Signore.

Ma il trovarci a celebrare in assenza di assemblea costringe a ripensare non solo le liturgia, ma anche molti altri aspetti della nostra pastorale, a cominciare da questa contingenza che ci obbliga a fare il prete tenendo la gente a distanza, almeno fisicamente.

Mi auguro che possa succedere a noi preti – lo auguro a me prima di tutto – che la forzata distanza ci converta a una più profonda vicinanza, prossimità, cura amorosa della nostra gente…, a una più intensa accoglienza delle loro «gioie e speranze, tristezze e angosce»… a esercitare meno il “potere” e di più la misericordia, a sentirci meno diversi e più uguali, a non pensare di aver sempre da insegnare, ma anche ad avere molto da imparare.

Chissà che il coronavirus non faccia il miracolo di liberarci da quel clericalismo su cui tanto insiste papa Francesco! Che è tornato a tirarci benevolmente le orecchie esortandoci a non imitare don Abbondio.

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