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Preti in Italia: quanti e dove

Qual è attualmente la consistenza numerica del clero diocesano in Italia?

- Advertisement -
di: Franco Garelli

Il prof. Franco Garelli, docente presso l’Università di Torino, ha tenuto questa relazione a Torreglia (Padova) in occasione del convegno del Centro di Orientamento Pastorale (COP). In essa egli riporta e confronta i dati aggiornati sulla presenza del clero nella nostra Penisola.

Qual è attualmente la consistenza numerica del clero diocesano in Italia? A che punto è il processo di invecchiamento e di riduzione del corpo sacerdotale? Come si presenta la distribuzione del clero sul territorio nazionale? Su questi temi, com’è cambiata la situazione nazionale negli ultimi decenni?

I dati su cui qui riflettiamo sono assai aggiornati, mi sono stati gentilmente forniti di recente dall’Istituto di sostentamento del clero (e al riguardo ringrazio vivamente il dott. Malizia che lo dirige), e ci permettono di delineare l’evoluzione della situazione degli ultimi 30 anni, dal 1990 sino ad oggi (2019), di quinquennio in quinquennio.

Età del clero e processo di invecchiamento

A maggio 2019 erano presenti in Italia 32.036 sacerdoti diocesani; circa un prete ogni 1.900 abitanti circa; mentre 30 anni or sono (nel 1990) il clero diocesano era composto da oltre 38.000 unità. In tre decenni, dunque, il corpo sacerdotale si è ridotto a livello nazionale del 16% circa.

Ma la riduzione (come ben sappiamo) è ancora più accentuata se si tiene conto del forte processo di invecchiamento del clero che si è registrato negli ultimi decenni. Se, per convenzione, consideriamo non più attivi (o non più impegnabili in un ruolo pastorale ordinario) i preti con più di 80 anni, emerge nel tempo uno scenario ancora più critico. Confrontando i preti di oggi con i preti di ieri con meno di 80 anni, la riduzione del corpo sacerdotale risulta del 25%. I preti con oltre 80 anni erano il 4.3% del clero del 1990, mentre sono il 16.5% del clero del 2019. Se invece operiamo il confronto tra i sacerdoti con meno di 70 anni, la riduzione dell’insieme del clero diocesano in Italia risulta – negli ultimi 30 anni – del 31%. I preti con più di 70 anni erano il 22.1% del clero del 1990, mentre sono il 36% del clero del 2019.

Il processo di invecchiamento del clero non è comunque un fenomeno recente o ascrivibile agli ultimi 30 anni. È iniziato alcuni decenni prima, a seguito della diminuzione dei nuovi ingressi o del calo delle vocazioni; manifestandosi in particolare (in modo un po’ beffardo) proprio nel periodo successivo al concilio Vaticano II (e continuando negli anni della contestazione studentesca e delle lotte operaie), quando in molte diocesi italiane erano stati ampliati i seminari o se ne erano costruiti dei nuovi, ipotizzando in base ai trend precedenti un notevole incremento delle vocazioni.

È ciò che emerge operando un confronto tra la quota del clero “giovane” (con meno di 40 anni) sul totale del clero, riscontrabile nel 1990 e nel 2019. I preti con meno di 40 anni erano il 14% del clero del 1990; mentre rappresentano non più del 10% del clero del 2019.

Il processo di invecchiamento del clero diocesano italiano emerge anche da un’altra prospettiva, quella che registra la crescita dell’età media del clero negli anni considerati. Essa era di 57 anni nel 1990, di 59 anni nel 2000, di quasi 60 anni nel 2010, ed è di oltre i 61 anni nel 2019. Mediamente, dunque, si è di fronte ad un clero in età da pensione o sulla soglia della pensione, se applichiamo a questa categoria sociale i criteri che valgono per la maggior parte dei lavoratori non solo nel nostro paese.

Sulla base di questi primi dati viene spontaneo porsi alcuni interrogativi circa le ripercussioni negli ambienti ecclesiali e nelle prospettive pastorali della Chiesa italiana d’una condizione clericale fortemente segnata dal processo di invecchiamento. Quanto pesa, negli equilibri e nelle dinamiche ecclesiali, la presenza di un clero che di anno in anno (o di quinquennio in quinquennio) diventa sempre più anziano? Quanto pesa, nelle scelte della Chiesa, nella capacità di rinnovamento, nelle sue chances comunicative, il fatto che oggi 1/3 del clero ha più di 70 anni, oltre 1/5 ha più di 80 anni, e soltanto il 10% ha meno di 40 anni?

La distribuzione territoriale

Al di là della questione dell’età, come è distribuito il clero a livello territoriale? E che movimenti si registrano a questo livello negli ultimi 30 anni?

Diciamo subito che, dal punto di vista numerico, la presenza del clero sembra ben distribuita nelle 3 grandi macro-aree in cui si divide convenzionalmente il paese (Nord, Centro, Sud).

– Il 45% del clero appartiene alla Regione ecclesiastica del Nord, che comprende le Regioni ecclesiastiche del Piemonte e Valle d’Aosta, della Lombardia, della Liguria, del Triveneto e dell’Emilia-Romagna.

– In parallelo, il 20,67% del clero in Italia è presente nelle Regioni ecclesiastiche del Centro (Toscana, Marche, Umbria, Lazio).

– Infine, il 34,4% del clero vive e opera invece nella macro Regione ecclesiastica del Sud e delle Isole, che comprende le diocesi della Campania, Abruzzo e Molise, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna).

Le cifre qui riportate (45% – 20.67% – 34.4%) indicano che il clero diocesano, dal punto di vista numerico, risulta attualmente distribuito in modo proporzionale all’entità della popolazione che risiede nelle tre macro-aree del Paese, per cui, in questa prospettiva, si può affermare di essere di fronte ad una ripartizione sufficientemente “armonica” o equilibrata del clero sul territorio nazionale.

Ma non è sempre stato così. Trent’anni fa, ad esempio, il numero dei preti nel Nord era in proporzione più elevato di quello attuale, mentre, al contrario, i preti presenti nel Sud erano meno numerosi. La quota dei sacerdoti nel Centro Italia, invece, risulta stabile nel tempo. Il che significa che, nell’arco di tre decenni, la presenza del clero nel Nord si è ridotta sensibilmente di più di quanto sia avvenuto per la presenza dei preti al Sud; e ancora, che il clero italiano risulta attualmente un po’ più meridionale di quanto fosse 30 anni fa; o che la Chiesa italiana (nella sua componente ministeriale) appare un po’ più meridionalizzata rispetto ad alcuni decenni or sono.

In altri termini, la riduzione delle vocazioni e il processo di invecchiamento del clero hanno agito in questo periodo più al Nord che al Sud; sono dei fenomeni che hanno interessato (o di cui hanno sofferto) più le Regioni ecclesiastiche del Nord che quelle del Sud; mentre il Centro sembra aver subito nel complesso minori variazioni.

Detto in modo diverso, questo maggior vantaggio del Sud rispetto al Nord Italia (in termini di presenza numerica del clero) sembra in parte dovuto al fatto che, negli ultimi 30 anni, il clero del Sud è rimasto tendenzialmente stabile (o è leggermente cresciuto), mentre quello del Nord è fortemente diminuito; e quello presente nelle Regioni del Centro Italia ha avuto un andamento intermedio: è diminuito, ma in modo meno marcato rispetto a quel che è avvenuto nella macro-area del Nord.

In particolare, dal 1990 ad oggi, il clero del Nord si è ridotto del 27% circa, quello del Centro si è ridimensionato del 12% circa, mentre il clero del Sud ha avuto un incremento del 3.5% dei suoi effettivi.

Non è agevole comprendere il significato di queste tendenze, valutare se esse rappresentino un fattore positivo o critico per lo sviluppo della Chiesa e del cattolicesimo in Italia. Certo si tratta di indicazioni che gli addetti ai lavori (gli studiosi dei fenomeni religiosi nazionali e gli operatori del sacro) associano immediatamente ad altri scenari.

La presenza di un maggior clero al Sud può, almeno in parte, spiegare anzitutto la maggior tenuta della pratica religiosa nelle Regioni del Sud e delle Isole rispetto al resto del paese; e anche il maggior rilievo riconosciuto/esercitato dalla Chiesa (e dalle sue istituzioni) nelle Regioni meridionali e insulari che nel resto d’Italia. In termini più generali, questi dati sembrerebbero confermare l’idea che, negli ultimi decenni, il paese ha conosciuto un processo di secolarizzazione caratterizzato da un’intensità diversa, da una doppia velocità: più forte e pronunciato nelle regioni del Nord e del Centro Italia, e più dolce e attenuato nelle regioni meridionali e insulari.

Tuttavia, è noto che la Chiesa e il cattolicesimo del Sud Italia presentano dei tratti troppo particolari per essere presi come punto di riferimento delle vicende religiose nazionali e delle sfide che attendono la fede nel futuro.

Da un lato, il Sud è la macro-area del paese in cui più si addensano le diocesi di piccole dimensioni (sotto i 200 mila abitanti), che operano in genere in contesti socialmente omogenei e nei quali la Chiesa mantiene ancora un ruolo sociale e pubblico di tutto rilievo.

Dall’altro lato, in linea con quanto appena detto, proprio nel Meridione d’Italia e nelle Isole appare particolarmente diffusa quella religiosità popolare (anche di matrice istituzionale ed ecclesiale) che contribuisce a mantenere più elevati i tassi di religiosità rispetto a quel che si riscontra nelle altre macro-aree del paese. Di qui l’ipotesi che risulti prevalente nelle regioni del Sud una forma di Chiesa e di cattolicesimo più in linea con la tradizione, meno abituato e attrezzato a confrontarsi con le dinamiche della modernità avanzata.

Differenze tra le varie Regioni ecclesiastiche

A fronte di queste tendenze di fondo circa l’entità del clero negli ultimi 30 anni, si registrano sensibili differenze interne alle varie Regioni ecclesiastiche che compongono le 3 macro-aree del paese.

Nel Nord, la situazione più critica è quella del Nord-Ovest, all’interno del quale le Regioni ecclesiastiche del Piemonte e della Liguria hanno visto ridursi di 1/3 il proprio personale religioso (maglia nera il Piemonte, con -35%). In parallelo, la contrazione del clero diocesano negli ultimi 30 anni è stata rilevante anche in Emilia-Romagna (- 29%) e nelle diocesi del Triveneto (- 28%), pur essendo contesti di lunga cultura cattolica; mentre la Regione ecclesiastica della Lombardia è stata quella che, nel periodo, si è difesa maggiormente, pur registrando un calo di oltre il 18% dell’insieme del suo clero.

Il Centro, invece, è la macro-area che presenta il maggior contrasto circa l’andamento del clero negli ultimi 30 anni. Ma si tratta di un contrasto dovuto soltanto alla particolare situazione della Regione ecclesiastica del Lazio, che è l’unica Regione dell’Italia centrale in cui il clero è cresciuto negli ultimi decenni (+ 10,8%); a fronte invece di una sensibile diminuzione nel periodo considerato del clero diocesano sia in Toscana (- 25%), sia nelle Marche (- 27%), sia ancora in Umbria (- 16%).

Ovviamente, l’eccezione del Lazio è da mettere in relazione con la particolare situazione della diocesi di Roma che, da sempre, ma particolarmente negli ultimi decenni, ha accolto la presenza di molti sacerdoti che operano negli uffici centrali della Chiesa italiana o della curia romana; oltre al fatto che le diocesi della Regione ecclesiastica del Lazio sono quelle che in assoluto più usufruiscono della presenza di preti stranieri inseriti stabilmente nel servizio pastorale.

Il Sud e le isole rappresentano (come s’è accennato) l’unica macro-area ecclesiastica con un saldo attivo del clero diocesano negli ultimi 30 anni, un risultato curioso e interessante dovuto comunque ad alcune differenze interne: in 4 Regioni ecclesiastiche (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) il clero diocesano è aumentato negli ultimi 30 anni in media dal 7 al 12% circa; mentre nelle Isole (Sicilia e Sardegna) e in Abruzzo-Molise il clero diocesano è leggermente diminuito nel tempo considerato.

Ovviamente, le Regioni ecclesiastiche il cui la presenza del clero è aumentata negli ultimi decenni sono anche quelle che oggi hanno un’età media del clero meno elevata. Sembra questo un ulteriore fattore di vantaggio che caratterizza le diocesi del Sud (e della situazione del Lazio) rispetto al resto del paese, che avvertono dunque di meno la crisi delle vocazioni e possono contare su una quota giovane di clero che rende più dinamico e fiducioso tutto l’ambiente.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Preti in Italia: quanti e dove

Qual è attualmente la consistenza numerica del clero diocesano in Italia?

  

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di: Franco Garelli

Il prof. Franco Garelli, docente presso l’Università di Torino, ha tenuto questa relazione a Torreglia (Padova) in occasione del convegno del Centro di Orientamento Pastorale (COP). In essa egli riporta e confronta i dati aggiornati sulla presenza del clero nella nostra Penisola.

Qual è attualmente la consistenza numerica del clero diocesano in Italia? A che punto è il processo di invecchiamento e di riduzione del corpo sacerdotale? Come si presenta la distribuzione del clero sul territorio nazionale? Su questi temi, com’è cambiata la situazione nazionale negli ultimi decenni?

I dati su cui qui riflettiamo sono assai aggiornati, mi sono stati gentilmente forniti di recente dall’Istituto di sostentamento del clero (e al riguardo ringrazio vivamente il dott. Malizia che lo dirige), e ci permettono di delineare l’evoluzione della situazione degli ultimi 30 anni, dal 1990 sino ad oggi (2019), di quinquennio in quinquennio.

Età del clero e processo di invecchiamento

A maggio 2019 erano presenti in Italia 32.036 sacerdoti diocesani; circa un prete ogni 1.900 abitanti circa; mentre 30 anni or sono (nel 1990) il clero diocesano era composto da oltre 38.000 unità. In tre decenni, dunque, il corpo sacerdotale si è ridotto a livello nazionale del 16% circa.

Ma la riduzione (come ben sappiamo) è ancora più accentuata se si tiene conto del forte processo di invecchiamento del clero che si è registrato negli ultimi decenni. Se, per convenzione, consideriamo non più attivi (o non più impegnabili in un ruolo pastorale ordinario) i preti con più di 80 anni, emerge nel tempo uno scenario ancora più critico. Confrontando i preti di oggi con i preti di ieri con meno di 80 anni, la riduzione del corpo sacerdotale risulta del 25%. I preti con oltre 80 anni erano il 4.3% del clero del 1990, mentre sono il 16.5% del clero del 2019. Se invece operiamo il confronto tra i sacerdoti con meno di 70 anni, la riduzione dell’insieme del clero diocesano in Italia risulta – negli ultimi 30 anni – del 31%. I preti con più di 70 anni erano il 22.1% del clero del 1990, mentre sono il 36% del clero del 2019.

Il processo di invecchiamento del clero non è comunque un fenomeno recente o ascrivibile agli ultimi 30 anni. È iniziato alcuni decenni prima, a seguito della diminuzione dei nuovi ingressi o del calo delle vocazioni; manifestandosi in particolare (in modo un po’ beffardo) proprio nel periodo successivo al concilio Vaticano II (e continuando negli anni della contestazione studentesca e delle lotte operaie), quando in molte diocesi italiane erano stati ampliati i seminari o se ne erano costruiti dei nuovi, ipotizzando in base ai trend precedenti un notevole incremento delle vocazioni.

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È ciò che emerge operando un confronto tra la quota del clero “giovane” (con meno di 40 anni) sul totale del clero, riscontrabile nel 1990 e nel 2019. I preti con meno di 40 anni erano il 14% del clero del 1990; mentre rappresentano non più del 10% del clero del 2019.

Il processo di invecchiamento del clero diocesano italiano emerge anche da un’altra prospettiva, quella che registra la crescita dell’età media del clero negli anni considerati. Essa era di 57 anni nel 1990, di 59 anni nel 2000, di quasi 60 anni nel 2010, ed è di oltre i 61 anni nel 2019. Mediamente, dunque, si è di fronte ad un clero in età da pensione o sulla soglia della pensione, se applichiamo a questa categoria sociale i criteri che valgono per la maggior parte dei lavoratori non solo nel nostro paese.

Sulla base di questi primi dati viene spontaneo porsi alcuni interrogativi circa le ripercussioni negli ambienti ecclesiali e nelle prospettive pastorali della Chiesa italiana d’una condizione clericale fortemente segnata dal processo di invecchiamento. Quanto pesa, negli equilibri e nelle dinamiche ecclesiali, la presenza di un clero che di anno in anno (o di quinquennio in quinquennio) diventa sempre più anziano? Quanto pesa, nelle scelte della Chiesa, nella capacità di rinnovamento, nelle sue chances comunicative, il fatto che oggi 1/3 del clero ha più di 70 anni, oltre 1/5 ha più di 80 anni, e soltanto il 10% ha meno di 40 anni?

La distribuzione territoriale

Al di là della questione dell’età, come è distribuito il clero a livello territoriale? E che movimenti si registrano a questo livello negli ultimi 30 anni?

Diciamo subito che, dal punto di vista numerico, la presenza del clero sembra ben distribuita nelle 3 grandi macro-aree in cui si divide convenzionalmente il paese (Nord, Centro, Sud).

– Il 45% del clero appartiene alla Regione ecclesiastica del Nord, che comprende le Regioni ecclesiastiche del Piemonte e Valle d’Aosta, della Lombardia, della Liguria, del Triveneto e dell’Emilia-Romagna.

– In parallelo, il 20,67% del clero in Italia è presente nelle Regioni ecclesiastiche del Centro (Toscana, Marche, Umbria, Lazio).

– Infine, il 34,4% del clero vive e opera invece nella macro Regione ecclesiastica del Sud e delle Isole, che comprende le diocesi della Campania, Abruzzo e Molise, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna).

Le cifre qui riportate (45% – 20.67% – 34.4%) indicano che il clero diocesano, dal punto di vista numerico, risulta attualmente distribuito in modo proporzionale all’entità della popolazione che risiede nelle tre macro-aree del Paese, per cui, in questa prospettiva, si può affermare di essere di fronte ad una ripartizione sufficientemente “armonica” o equilibrata del clero sul territorio nazionale.

Ma non è sempre stato così. Trent’anni fa, ad esempio, il numero dei preti nel Nord era in proporzione più elevato di quello attuale, mentre, al contrario, i preti presenti nel Sud erano meno numerosi. La quota dei sacerdoti nel Centro Italia, invece, risulta stabile nel tempo. Il che significa che, nell’arco di tre decenni, la presenza del clero nel Nord si è ridotta sensibilmente di più di quanto sia avvenuto per la presenza dei preti al Sud; e ancora, che il clero italiano risulta attualmente un po’ più meridionale di quanto fosse 30 anni fa; o che la Chiesa italiana (nella sua componente ministeriale) appare un po’ più meridionalizzata rispetto ad alcuni decenni or sono.

In altri termini, la riduzione delle vocazioni e il processo di invecchiamento del clero hanno agito in questo periodo più al Nord che al Sud; sono dei fenomeni che hanno interessato (o di cui hanno sofferto) più le Regioni ecclesiastiche del Nord che quelle del Sud; mentre il Centro sembra aver subito nel complesso minori variazioni.

Detto in modo diverso, questo maggior vantaggio del Sud rispetto al Nord Italia (in termini di presenza numerica del clero) sembra in parte dovuto al fatto che, negli ultimi 30 anni, il clero del Sud è rimasto tendenzialmente stabile (o è leggermente cresciuto), mentre quello del Nord è fortemente diminuito; e quello presente nelle Regioni del Centro Italia ha avuto un andamento intermedio: è diminuito, ma in modo meno marcato rispetto a quel che è avvenuto nella macro-area del Nord.

In particolare, dal 1990 ad oggi, il clero del Nord si è ridotto del 27% circa, quello del Centro si è ridimensionato del 12% circa, mentre il clero del Sud ha avuto un incremento del 3.5% dei suoi effettivi.

Non è agevole comprendere il significato di queste tendenze, valutare se esse rappresentino un fattore positivo o critico per lo sviluppo della Chiesa e del cattolicesimo in Italia. Certo si tratta di indicazioni che gli addetti ai lavori (gli studiosi dei fenomeni religiosi nazionali e gli operatori del sacro) associano immediatamente ad altri scenari.

La presenza di un maggior clero al Sud può, almeno in parte, spiegare anzitutto la maggior tenuta della pratica religiosa nelle Regioni del Sud e delle Isole rispetto al resto del paese; e anche il maggior rilievo riconosciuto/esercitato dalla Chiesa (e dalle sue istituzioni) nelle Regioni meridionali e insulari che nel resto d’Italia. In termini più generali, questi dati sembrerebbero confermare l’idea che, negli ultimi decenni, il paese ha conosciuto un processo di secolarizzazione caratterizzato da un’intensità diversa, da una doppia velocità: più forte e pronunciato nelle regioni del Nord e del Centro Italia, e più dolce e attenuato nelle regioni meridionali e insulari.

Tuttavia, è noto che la Chiesa e il cattolicesimo del Sud Italia presentano dei tratti troppo particolari per essere presi come punto di riferimento delle vicende religiose nazionali e delle sfide che attendono la fede nel futuro.

Da un lato, il Sud è la macro-area del paese in cui più si addensano le diocesi di piccole dimensioni (sotto i 200 mila abitanti), che operano in genere in contesti socialmente omogenei e nei quali la Chiesa mantiene ancora un ruolo sociale e pubblico di tutto rilievo.

Dall’altro lato, in linea con quanto appena detto, proprio nel Meridione d’Italia e nelle Isole appare particolarmente diffusa quella religiosità popolare (anche di matrice istituzionale ed ecclesiale) che contribuisce a mantenere più elevati i tassi di religiosità rispetto a quel che si riscontra nelle altre macro-aree del paese. Di qui l’ipotesi che risulti prevalente nelle regioni del Sud una forma di Chiesa e di cattolicesimo più in linea con la tradizione, meno abituato e attrezzato a confrontarsi con le dinamiche della modernità avanzata.

Differenze tra le varie Regioni ecclesiastiche

A fronte di queste tendenze di fondo circa l’entità del clero negli ultimi 30 anni, si registrano sensibili differenze interne alle varie Regioni ecclesiastiche che compongono le 3 macro-aree del paese.

Nel Nord, la situazione più critica è quella del Nord-Ovest, all’interno del quale le Regioni ecclesiastiche del Piemonte e della Liguria hanno visto ridursi di 1/3 il proprio personale religioso (maglia nera il Piemonte, con -35%). In parallelo, la contrazione del clero diocesano negli ultimi 30 anni è stata rilevante anche in Emilia-Romagna (- 29%) e nelle diocesi del Triveneto (- 28%), pur essendo contesti di lunga cultura cattolica; mentre la Regione ecclesiastica della Lombardia è stata quella che, nel periodo, si è difesa maggiormente, pur registrando un calo di oltre il 18% dell’insieme del suo clero.

Il Centro, invece, è la macro-area che presenta il maggior contrasto circa l’andamento del clero negli ultimi 30 anni. Ma si tratta di un contrasto dovuto soltanto alla particolare situazione della Regione ecclesiastica del Lazio, che è l’unica Regione dell’Italia centrale in cui il clero è cresciuto negli ultimi decenni (+ 10,8%); a fronte invece di una sensibile diminuzione nel periodo considerato del clero diocesano sia in Toscana (- 25%), sia nelle Marche (- 27%), sia ancora in Umbria (- 16%).

Ovviamente, l’eccezione del Lazio è da mettere in relazione con la particolare situazione della diocesi di Roma che, da sempre, ma particolarmente negli ultimi decenni, ha accolto la presenza di molti sacerdoti che operano negli uffici centrali della Chiesa italiana o della curia romana; oltre al fatto che le diocesi della Regione ecclesiastica del Lazio sono quelle che in assoluto più usufruiscono della presenza di preti stranieri inseriti stabilmente nel servizio pastorale.

Il Sud e le isole rappresentano (come s’è accennato) l’unica macro-area ecclesiastica con un saldo attivo del clero diocesano negli ultimi 30 anni, un risultato curioso e interessante dovuto comunque ad alcune differenze interne: in 4 Regioni ecclesiastiche (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) il clero diocesano è aumentato negli ultimi 30 anni in media dal 7 al 12% circa; mentre nelle Isole (Sicilia e Sardegna) e in Abruzzo-Molise il clero diocesano è leggermente diminuito nel tempo considerato.

Ovviamente, le Regioni ecclesiastiche il cui la presenza del clero è aumentata negli ultimi decenni sono anche quelle che oggi hanno un’età media del clero meno elevata. Sembra questo un ulteriore fattore di vantaggio che caratterizza le diocesi del Sud (e della situazione del Lazio) rispetto al resto del paese, che avvertono dunque di meno la crisi delle vocazioni e possono contare su una quota giovane di clero che rende più dinamico e fiducioso tutto l’ambiente.

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