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Preti: conoscenza di sé e supervisione

Il nostro modo di reagire, di relazionarci, potremmo dire di «funzionare» abitualmente può essere più o meno «sano», più o meno «libero», più o meno «virtuoso».

- Advertisement -
di: Marco Vitale

Sei parroco! Forse penserai: finalmente, forse sarai più perplesso. Oppure, dopo il primo incarico come parroco, ne inizierai un secondo in una nuova parrocchia.

Sono questi degli esempi di cambiamenti significativi nella vita di un prete che vengono vissuti in modo molto diverso: con entusiasmo, con trepidazione, con tristezza, con rabbia, con apatia, con vigore…

Ovviamente molto dipende dal contesto ma anche, e soprattutto, da come «funziona» ciascuno di noi. In realtà, nonostante la complessità della vita quotidiana e semplificando al massimo il concetto, per semplicità di esposizione, ciascuno di noi a situazioni simili reagisce in modo simile. A volte non ce ne accorgiamo perché o non siamo abituati a conoscerci in profondità o perché non riusciamo a riconoscere la somiglianza tra situazioni solo apparentemente diverse.

Il nostro modo di reagire, di relazionarci, potremmo dire di «funzionare» abitualmente può essere più o meno «sano», più o meno «libero», più o meno «virtuoso».

In che senso?

Se ogni volta che discuto con le catechiste, poi salgo in canonica e bevo o mangio oltremodo, oppure non dormo per due notti, oppure vado in ansia per diversi giorni forse non è probabilmente una reazione «sana». Se ogni volta che la sagrestana  mi chiede quale casula voglio indossare rispondo in modo altezzoso, forse non sono del tutto «libero» nel mio reagire. Se ogni sera riesco a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa è probabilmente un modo «virtuoso» di agire.

Questi tre esempi banali, spero siano stati in grado sia di far intuire le diverse sfumature sia che, nella realtà, non è così facile cogliere le differenze.

Ecco la prima vera questione da affrontare: ciascuno di noi ha il diritto di essere aiutato a comprendere se ha necessità di rivolgersi al medico, allo psicologo, allo psichiatra, al formatore psicodinamico, al confessore, al padre spirituale o magari a due o più di queste figure. Mi permetto di aggiungere due dettagli: 1) credo che oltre il diritto, ciascuno di noi − proprio in un’ottica di fede − abbia anche il dovere di fare tutto il possibile per «funzionare» al meglio nel corpo, nell’anima, e nella mente; 2) da soli non ci si può veramente orientare per una vita spirituale, psicologica e fisica vissute in pienezza.

Dobbiamo dunque educarci a comprendere che abbiamo bisogno di persone preparate, ciascuno nel proprio ambito, che ci aiutino a conoscerci in profondità e ad orientarci per vivere al meglio del realisticamente possibile. Purtroppo confiniamo questo stile di crescita solo alle situazioni di «difficoltà» mentre in realtà questa dovrebbe essere considerata una soluzione possibile nella vita «ordinaria».

Noi preti siamo abituati all’idea che si debba studiare, tenersi aggiornati, pregare, fare gli esercizi spirituali ma facciamo una grande difficoltà ad accettare che sia necessario conoscersi profondamente per essere davvero uomini liberi.

C’è poi un secondo ambito estremamente interessante su cui riflettere e a cui desidero accennare seppur in modo velocissimo: le relazioni tra preti che lavorano nella stessa parrocchia, nella stessa equipe, nello stesso ufficio. Conoscere me stesso è fondamentale ma non è sufficiente. Quando si lavora insieme e si condividono responsabilità in contesti di aiuto, di pastorale, di curia è utile sapere che esiste un sostegno che è la supervisione. Non si tratta di un super esperto in questioni pastorali ma una persona preparata che riesca a mettere il gruppo di preti che lavorano insieme nella condizione di parlarsi con assertività, nel rispetto del proprio e dell’altrui modo di «funzionare» e della propria Storia con l’obiettivo di conoscersi non più solo come singola persona ma come presbiterio, come equipe.

Immagino che molti, giunti al termine di questa breve riflessioni siano perplessi: benissimo! Cogliere questo disagio potrebbe già essere una buona motivazione per approfondire il discorso con le persone di cui maggiormente ci si fida!

Marco Vitale, presbitero della Diocesi di Roma, è formatore e guida di esercizi spirituali ignaziani (marcovitale.pvt@gmail.com). Fa parte della redazione della rivista Presbyteri.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Preti: conoscenza di sé e supervisione

Il nostro modo di reagire, di relazionarci, potremmo dire di «funzionare» abitualmente può essere più o meno «sano», più o meno «libero», più o meno «virtuoso».

  

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di: Marco Vitale

Sei parroco! Forse penserai: finalmente, forse sarai più perplesso. Oppure, dopo il primo incarico come parroco, ne inizierai un secondo in una nuova parrocchia.

Sono questi degli esempi di cambiamenti significativi nella vita di un prete che vengono vissuti in modo molto diverso: con entusiasmo, con trepidazione, con tristezza, con rabbia, con apatia, con vigore…

Ovviamente molto dipende dal contesto ma anche, e soprattutto, da come «funziona» ciascuno di noi. In realtà, nonostante la complessità della vita quotidiana e semplificando al massimo il concetto, per semplicità di esposizione, ciascuno di noi a situazioni simili reagisce in modo simile. A volte non ce ne accorgiamo perché o non siamo abituati a conoscerci in profondità o perché non riusciamo a riconoscere la somiglianza tra situazioni solo apparentemente diverse.

Il nostro modo di reagire, di relazionarci, potremmo dire di «funzionare» abitualmente può essere più o meno «sano», più o meno «libero», più o meno «virtuoso».

In che senso?

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Se ogni volta che discuto con le catechiste, poi salgo in canonica e bevo o mangio oltremodo, oppure non dormo per due notti, oppure vado in ansia per diversi giorni forse non è probabilmente una reazione «sana». Se ogni volta che la sagrestana  mi chiede quale casula voglio indossare rispondo in modo altezzoso, forse non sono del tutto «libero» nel mio reagire. Se ogni sera riesco a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa è probabilmente un modo «virtuoso» di agire.

Questi tre esempi banali, spero siano stati in grado sia di far intuire le diverse sfumature sia che, nella realtà, non è così facile cogliere le differenze.

Ecco la prima vera questione da affrontare: ciascuno di noi ha il diritto di essere aiutato a comprendere se ha necessità di rivolgersi al medico, allo psicologo, allo psichiatra, al formatore psicodinamico, al confessore, al padre spirituale o magari a due o più di queste figure. Mi permetto di aggiungere due dettagli: 1) credo che oltre il diritto, ciascuno di noi − proprio in un’ottica di fede − abbia anche il dovere di fare tutto il possibile per «funzionare» al meglio nel corpo, nell’anima, e nella mente; 2) da soli non ci si può veramente orientare per una vita spirituale, psicologica e fisica vissute in pienezza.

Dobbiamo dunque educarci a comprendere che abbiamo bisogno di persone preparate, ciascuno nel proprio ambito, che ci aiutino a conoscerci in profondità e ad orientarci per vivere al meglio del realisticamente possibile. Purtroppo confiniamo questo stile di crescita solo alle situazioni di «difficoltà» mentre in realtà questa dovrebbe essere considerata una soluzione possibile nella vita «ordinaria».

Noi preti siamo abituati all’idea che si debba studiare, tenersi aggiornati, pregare, fare gli esercizi spirituali ma facciamo una grande difficoltà ad accettare che sia necessario conoscersi profondamente per essere davvero uomini liberi.

C’è poi un secondo ambito estremamente interessante su cui riflettere e a cui desidero accennare seppur in modo velocissimo: le relazioni tra preti che lavorano nella stessa parrocchia, nella stessa equipe, nello stesso ufficio. Conoscere me stesso è fondamentale ma non è sufficiente. Quando si lavora insieme e si condividono responsabilità in contesti di aiuto, di pastorale, di curia è utile sapere che esiste un sostegno che è la supervisione. Non si tratta di un super esperto in questioni pastorali ma una persona preparata che riesca a mettere il gruppo di preti che lavorano insieme nella condizione di parlarsi con assertività, nel rispetto del proprio e dell’altrui modo di «funzionare» e della propria Storia con l’obiettivo di conoscersi non più solo come singola persona ma come presbiterio, come equipe.

Immagino che molti, giunti al termine di questa breve riflessioni siano perplessi: benissimo! Cogliere questo disagio potrebbe già essere una buona motivazione per approfondire il discorso con le persone di cui maggiormente ci si fida!

Marco Vitale, presbitero della Diocesi di Roma, è formatore e guida di esercizi spirituali ignaziani (marcovitale.pvt@gmail.com). Fa parte della redazione della rivista Presbyteri.

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