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Pregare Dio per liberarci di Dio

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di: Paolo Gamberini

Cosa è mai la preghiera? Un colloquio con Dio o restare in silenzio alla Presenza?

Coloro che da anni fanno esperienza di una forma di preghiera di quiete, aniconica e silenziosa, avranno notato come la preghiera passa lentamente dalla forma dialogica a quella di presenza.

Potremmo dire in termini appropriati: da una forma “personale” ad una “transpersonale”.

È importante tener presente che la questione della preghiera – se Dio risponde alle preghiere e se ci ascolta quando preghiamo – è connessa a come intendere la natura divina.

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La preghiera: non solo dialogo con Dio

L’aver identificato “la” divinità (l’essere divino) con “il” Dio (l’ente divino) ci ha privato di una comprensione più inclusiva non solo della realtà ma ha anche ristretto la preghiera alla forma del colloquio/dialogo con Dio.

La natura divina (divinitas) è comune non solo al Dio (deus/trinitas) ma a tutta la realtà. Tutta la realtà partecipa dell’essere divino: dalle vibrazioni quantiche alle forme più evolute della materia, fino ad arrivare alla vita senziente, cosciente e autocosciente. Potremmo dire – secondo la categoria medievale della “scala” o catena dell’essere – che tutti gli esseri da quelli più inferiori a quelli superiori (piante, animali, uomini e angeli), partecipano dell’essere di Dio. Ipsum esse subsistens.

Cosa è mai la natura divina di Dio? È Spirito, è Vita, è attività creatrice che si autotrascende. Lo spirito è amore, vitalità e forza creatrice.

Questo spirito è ciò che fa essere “il” Dio “ente divino supremo” e tutte le creature partecipi della natura divina che è essenzialmente “spirito”.

L’Orazione di Quiete è quella forma di preghiera che trascende il colloquio con le persone divine (rappresentazioni della natura divina) e prega nello spirito, nel fondo dell’anima, la Presenza nella presenza. Non è una forma personale colloquiale (Io-Tu) ma è una forma trans-personale (Presenza). È un semplice “esser-ci”. Per questo – potremo dire – la preghiera silenziosa dell’Orazione di Quiete è una forma di “Esserci-zi” spirituali.

La taxis (ordine) della preghiera – al Padre per il Figlio nello Spirito Santo – pone l’orante in direzione del Padre con la mediazione del Figlio incarnato (Gesù di Nazareth) nello Spirito Santo. Questa forma di preghiera colloquiale prevede sempre un dialogo con Gesù e qualche volta con il Padre.

Sant’Ignazio di Loyola – negli Esercizi Spirituali – inserisce anche la Madonna per rendere il colloquio più articolato. Come ben si vede, con lo Spirito Santo non c’è alcun colloquio. Perché? La mia risposta è proprio perché è il profondo/fondo della preghiera. E questo “fondo” è ciò che rende possibile che vi sia un colloquio con Dio Padre e Gesù Cristo. Nell’Orazione di Quiete – paradossalmente – si re–sta nello Spirito senza entrarci in colloquio. Si oltrepassa la dimensione personale/dialogica della preghiera e si entra in quella transpersonale.

Quando Eckhart dice: «Prego Dio di liberarmi di Dio» (Meister Eckhart, Commento al Vangelo di Giovanni, n. 611), pensiamo che stia dicendo una sciocchezza! Invece è la pura verità. La preghiera dal/nel profondo è quella senza mediazione di concetti, immagini ed emozioni. Benché queste possono e di fatto continuino ad andare e venire, come nuvole mentali e torrenti interiori, l’attenzione non viene rivolta ad esse per scrutarle ed osservarle. Basta la presenza “nella grazia”. Non esiste un concetto/immagine/emozione di Dio e su Dio che possa contenere Dio, e dire: Dio è qui.

Nell’Orazione di Quiete, Dio non “c’è” più, perché c’è più di Dio. La presenza nello spirito. Come diceva Agostino, «Se dici di comprendere Dio, quello che comprendi non è Dio» (Sermone 117.3.5).

Possiamo conoscere Dio solo quando lasciamo andare i nostri pensieri su Dio e lasciamo andare perfino il pensare stesso. Sant’Anselmo dice che Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore. Si pensa Dio… non pensandolo. Per questo, prego Dio di liberarmi di Dio.

La Torre di Pisa: esempio per capire

Possiamo fare un esempio. Certamente conosciamo la città di Pisa. Abbiamo visto da qualche punto della città la distesa dei tetti, dei campanili e lì, nel centro, la caratteristica della città: la torre che si eleva meravigliosa. È il panorama più bello della città di Pisa. È Pisa vista “da terra”. Ma potremmo porci in un altro punto della città: vedere la distesa dei tetti e dei campanili “dalla torre di Pisa”.

La stessa città ma da due prospettive diverse: da terra dalla torre. Certamente colpisce che, dalla prospettiva dalla torre, tutto si vede della città di Pisa, tranne ciò che “identifica” la città di Pisa: la sua meravigliosa e maestosa “torre”. Da questo punto di vista, la Torre di Pisa non appare più, non si rivela.

Orbene, questo confronto può aiutarci a comprendere quanto ho tentato di scrivere sull’Orazione di Quiete. La prospettiva “da terra” rappresenta la preghiera come “colloquio” con Dio: è la visione di Dio da parte della creatura. La visione dell’infinito (genitivo oggettivo) da parte del finito. Credere in Dio, e pregarlo nell’orizzonte della “mia” prospettiva, cioè da terra.

In questo orizzonte, Dio è ciò che dà senso alla realtà, così come la Torre di Pisa “identifica” la realtà della città di Pisa. Vedo Dio, comprendo Dio e Dio fa parte del “mio” mondo, della mia vita. Sì, ci credo in Dio, perché è lì, ne faccio esperienza. Io ci parlo. Ci parlo con Dio (Padre) e con Gesù Cristo, anzi anche con la Madonna. Sì, Dio “c’è”!

La prospettiva “dalla Torre di Pisa”, invece, rappresenta la realtà così come Dio la vede. La visione dell’infinito (genitivo soggettivo) da parte dell’infinito. Qui la creatura è “salita sulla torre”, immagine questa dell’itinerario di spogliazione di tutte le immagini, concetti ed emozioni su Dio, e si è lasciata lentamente e pazientemente identificarsi con Dio. Si è unita man mano a Dio ed è diventata “uno” con Dio. Non si tratta di solo sforzo umano (pelagiano!) ma di grazia mischiata all’umano.

Sì con le sue immagini forse semplici e infantili così si esprime santa Teresa di Lisieux: «Sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione. Vorrei trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù. Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio, e ho letto queste parole pronunciate dalla Sapienza eterna: «Se qualcuno è piccolissimo, venga a me». Allora sono venuta, pensando di aver trovato quello che cercavo, e per sapere, o mio Dio, quello che voi fareste al piccolissimo che rispondesse al vostro appello, ho continuato le mie ricerche, ed ecco ciò che ho trovato: «Come una madre carezza il suo bimbo, così vi consolerò, vi porterò sul mio cuore, e vi terrò sulle mie ginocchia!». Ah, mai parole più tenere, più armoniose hanno allietato l’anima mia, l’ascensore che deve innalzarmi fino al Cielo sono le vostre braccia, Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più» (Storia di un’anima, n. 271).

Aggiungo, però, che questa salita con l’ascensore conduce in cima alla torre e “dal cielo”, ovvero dall’infinito, nella visione di Dio (genitivo soggettivo) vedo tutta la realtà. Sì, ma con un piccolo (però grande) particolare: una volta che si è “nella torre”, Dio scompare. Non è che Dio si sia nascosto, si è nascosto, come banalmente teologi e dottori spirituali dicono!

Vivere “in Dio”

Dio, non è scomparso, ma sono io che sono divenuto/a quello che Dio è. Io sono. Dio “non” c’è più, perché ormai “sono” Dio. Salire verso Dio è infatti scendere nel nulla della creatura, e lì proprio nel “nulla” scoprire nient’altro che Dio. Dio come non–aliud, “niente di altro”. Sono Dio, dice “l’anima” che, salendo sulla scala con la grazia dell’ascensore, diventa sempre più trasparenza di Dio, cioè “spirito”. Il segno che questa trasformazione da “anima” a “spirito” sta avvenendo è che Dio “non c’è”. Non lo si avverte più, anzi sembra di aver perso la fede in Lui. Il nulla della creatura si manifesta come “notte” dell’anima. E in quella notte… si nasce come figlio/figlia di Dio in Dio. E così si conosce Dio perché si viene alla luce: si nasce divinamente. Conoscere, in francese, è “connaître”, cioè nascere–con.

Ci si accorge di non credere più “in Dio”, di non sapere più come pregarLo, proprio perché non lo conosco più nell’orizzonte della “mia” prospettiva, cioè da terra. In questo “altro” orizzonte, Dio non è più ciò che dà senso alla realtà, così come io dall’alto della Torre di Pisa non vedo più ciò che “identifica” la realtà della città di Pisa. Dalla Torre di Pisa, Pisa non è più Pisa. Non vedo più Dio, non lo comprendo più. Dio non fa più parte del “mio” mondo. Perché? Forse non ci sono più perché o risposte. Divenendo “Dio” (divinizzazione), non credo più “in” Dio ma “vivo” Dio. Sono Dio.

«Il mio “io” è Dio; non conosco altro che il mio Dio» […] «Il mio essere è Dio, non per sola partecipazione, ma per sua vera trasformazione e annichilazione» (p. 51). «Sono così posta e sommersa nella fonte del suo immenso amore, come se fossi nel mare tutta sott’acqua e in nessuna parte potessi toccare, vedere né sentire, se non solo acqua» (Caterina da Genova, “Vita Mirabile”, in Vita Mirabile. Dialogo. Trattato Sul Purgatorio, Città Nuova, Roma 2004, p. 77).

Prima della trasformazione, uno prega Dio. Dopo la trasformazione uno prega in e attraverso Dio. Prima della conversione radicale, preghi Dio come se fosse altrove, un oggetto come tutti gli altri oggetti, un Qualcuno più grande di altri. Dopo la conversione (con–vertere), si inizia a guardare non altrove ma altrimenti.

La parola “conversione” in greco è “meta – noia”: andare oltre il pensiero, oltre il “nous” e anche oltre la noia del pensare sempre le stesse cose, anche quelle di Dio. La conversione (metanoia) è una “trasformazione”, in greco “metamorfosi”: non più con i miei occhi vedo, ma con gli occhi di Dio.

«L’occhio attraverso il quale vedo Dio è lo stesso occhio attraverso il quale Dio vede me; il mio occhio e l’occhio di Dio sono un occhio, uno che vede, uno che conosce, un amore» (Meister Eckhart).

Questa è la «mente di Cristo» (1Cor 2,16), che non è la mente di me come individuo ma è la “nous”, lo spirito del Cristo cosmico (Ef 4,22). Dio ha assunto la carne, la materia, il corpo e lo spirito perché tutto questo diventi sempre più una cosa sola con la sua Vita. «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17:21).

Si pensa Dio… non pensandolo ma vivendolo. Per questo, prego Dio di liberarmi di Dio.

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Pregare Dio per liberarci di Dio

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di: Paolo Gamberini

Cosa è mai la preghiera? Un colloquio con Dio o restare in silenzio alla Presenza?

Coloro che da anni fanno esperienza di una forma di preghiera di quiete, aniconica e silenziosa, avranno notato come la preghiera passa lentamente dalla forma dialogica a quella di presenza.

Potremmo dire in termini appropriati: da una forma “personale” ad una “transpersonale”.

È importante tener presente che la questione della preghiera – se Dio risponde alle preghiere e se ci ascolta quando preghiamo – è connessa a come intendere la natura divina.

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La preghiera: non solo dialogo con Dio

L’aver identificato “la” divinità (l’essere divino) con “il” Dio (l’ente divino) ci ha privato di una comprensione più inclusiva non solo della realtà ma ha anche ristretto la preghiera alla forma del colloquio/dialogo con Dio.

La natura divina (divinitas) è comune non solo al Dio (deus/trinitas) ma a tutta la realtà. Tutta la realtà partecipa dell’essere divino: dalle vibrazioni quantiche alle forme più evolute della materia, fino ad arrivare alla vita senziente, cosciente e autocosciente. Potremmo dire – secondo la categoria medievale della “scala” o catena dell’essere – che tutti gli esseri da quelli più inferiori a quelli superiori (piante, animali, uomini e angeli), partecipano dell’essere di Dio. Ipsum esse subsistens.

Cosa è mai la natura divina di Dio? È Spirito, è Vita, è attività creatrice che si autotrascende. Lo spirito è amore, vitalità e forza creatrice.

Questo spirito è ciò che fa essere “il” Dio “ente divino supremo” e tutte le creature partecipi della natura divina che è essenzialmente “spirito”.

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L’Orazione di Quiete è quella forma di preghiera che trascende il colloquio con le persone divine (rappresentazioni della natura divina) e prega nello spirito, nel fondo dell’anima, la Presenza nella presenza. Non è una forma personale colloquiale (Io-Tu) ma è una forma trans-personale (Presenza). È un semplice “esser-ci”. Per questo – potremo dire – la preghiera silenziosa dell’Orazione di Quiete è una forma di “Esserci-zi” spirituali.

La taxis (ordine) della preghiera – al Padre per il Figlio nello Spirito Santo – pone l’orante in direzione del Padre con la mediazione del Figlio incarnato (Gesù di Nazareth) nello Spirito Santo. Questa forma di preghiera colloquiale prevede sempre un dialogo con Gesù e qualche volta con il Padre.

Sant’Ignazio di Loyola – negli Esercizi Spirituali – inserisce anche la Madonna per rendere il colloquio più articolato. Come ben si vede, con lo Spirito Santo non c’è alcun colloquio. Perché? La mia risposta è proprio perché è il profondo/fondo della preghiera. E questo “fondo” è ciò che rende possibile che vi sia un colloquio con Dio Padre e Gesù Cristo. Nell’Orazione di Quiete – paradossalmente – si re–sta nello Spirito senza entrarci in colloquio. Si oltrepassa la dimensione personale/dialogica della preghiera e si entra in quella transpersonale.

Quando Eckhart dice: «Prego Dio di liberarmi di Dio» (Meister Eckhart, Commento al Vangelo di Giovanni, n. 611), pensiamo che stia dicendo una sciocchezza! Invece è la pura verità. La preghiera dal/nel profondo è quella senza mediazione di concetti, immagini ed emozioni. Benché queste possono e di fatto continuino ad andare e venire, come nuvole mentali e torrenti interiori, l’attenzione non viene rivolta ad esse per scrutarle ed osservarle. Basta la presenza “nella grazia”. Non esiste un concetto/immagine/emozione di Dio e su Dio che possa contenere Dio, e dire: Dio è qui.

Nell’Orazione di Quiete, Dio non “c’è” più, perché c’è più di Dio. La presenza nello spirito. Come diceva Agostino, «Se dici di comprendere Dio, quello che comprendi non è Dio» (Sermone 117.3.5).

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La Torre di Pisa: esempio per capire

Possiamo fare un esempio. Certamente conosciamo la città di Pisa. Abbiamo visto da qualche punto della città la distesa dei tetti, dei campanili e lì, nel centro, la caratteristica della città: la torre che si eleva meravigliosa. È il panorama più bello della città di Pisa. È Pisa vista “da terra”. Ma potremmo porci in un altro punto della città: vedere la distesa dei tetti e dei campanili “dalla torre di Pisa”.

La stessa città ma da due prospettive diverse: da terra dalla torre. Certamente colpisce che, dalla prospettiva dalla torre, tutto si vede della città di Pisa, tranne ciò che “identifica” la città di Pisa: la sua meravigliosa e maestosa “torre”. Da questo punto di vista, la Torre di Pisa non appare più, non si rivela.

Orbene, questo confronto può aiutarci a comprendere quanto ho tentato di scrivere sull’Orazione di Quiete. La prospettiva “da terra” rappresenta la preghiera come “colloquio” con Dio: è la visione di Dio da parte della creatura. La visione dell’infinito (genitivo oggettivo) da parte del finito. Credere in Dio, e pregarlo nell’orizzonte della “mia” prospettiva, cioè da terra.

In questo orizzonte, Dio è ciò che dà senso alla realtà, così come la Torre di Pisa “identifica” la realtà della città di Pisa. Vedo Dio, comprendo Dio e Dio fa parte del “mio” mondo, della mia vita. Sì, ci credo in Dio, perché è lì, ne faccio esperienza. Io ci parlo. Ci parlo con Dio (Padre) e con Gesù Cristo, anzi anche con la Madonna. Sì, Dio “c’è”!

La prospettiva “dalla Torre di Pisa”, invece, rappresenta la realtà così come Dio la vede. La visione dell’infinito (genitivo soggettivo) da parte dell’infinito. Qui la creatura è “salita sulla torre”, immagine questa dell’itinerario di spogliazione di tutte le immagini, concetti ed emozioni su Dio, e si è lasciata lentamente e pazientemente identificarsi con Dio. Si è unita man mano a Dio ed è diventata “uno” con Dio. Non si tratta di solo sforzo umano (pelagiano!) ma di grazia mischiata all’umano.

Sì con le sue immagini forse semplici e infantili così si esprime santa Teresa di Lisieux: «Sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione. Vorrei trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù. Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio, e ho letto queste parole pronunciate dalla Sapienza eterna: «Se qualcuno è piccolissimo, venga a me». Allora sono venuta, pensando di aver trovato quello che cercavo, e per sapere, o mio Dio, quello che voi fareste al piccolissimo che rispondesse al vostro appello, ho continuato le mie ricerche, ed ecco ciò che ho trovato: «Come una madre carezza il suo bimbo, così vi consolerò, vi porterò sul mio cuore, e vi terrò sulle mie ginocchia!». Ah, mai parole più tenere, più armoniose hanno allietato l’anima mia, l’ascensore che deve innalzarmi fino al Cielo sono le vostre braccia, Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più» (Storia di un’anima, n. 271).

Aggiungo, però, che questa salita con l’ascensore conduce in cima alla torre e “dal cielo”, ovvero dall’infinito, nella visione di Dio (genitivo soggettivo) vedo tutta la realtà. Sì, ma con un piccolo (però grande) particolare: una volta che si è “nella torre”, Dio scompare. Non è che Dio si sia nascosto, si è nascosto, come banalmente teologi e dottori spirituali dicono!

Vivere “in Dio”

Dio, non è scomparso, ma sono io che sono divenuto/a quello che Dio è. Io sono. Dio “non” c’è più, perché ormai “sono” Dio. Salire verso Dio è infatti scendere nel nulla della creatura, e lì proprio nel “nulla” scoprire nient’altro che Dio. Dio come non–aliud, “niente di altro”. Sono Dio, dice “l’anima” che, salendo sulla scala con la grazia dell’ascensore, diventa sempre più trasparenza di Dio, cioè “spirito”. Il segno che questa trasformazione da “anima” a “spirito” sta avvenendo è che Dio “non c’è”. Non lo si avverte più, anzi sembra di aver perso la fede in Lui. Il nulla della creatura si manifesta come “notte” dell’anima. E in quella notte… si nasce come figlio/figlia di Dio in Dio. E così si conosce Dio perché si viene alla luce: si nasce divinamente. Conoscere, in francese, è “connaître”, cioè nascere–con.

Ci si accorge di non credere più “in Dio”, di non sapere più come pregarLo, proprio perché non lo conosco più nell’orizzonte della “mia” prospettiva, cioè da terra. In questo “altro” orizzonte, Dio non è più ciò che dà senso alla realtà, così come io dall’alto della Torre di Pisa non vedo più ciò che “identifica” la realtà della città di Pisa. Dalla Torre di Pisa, Pisa non è più Pisa. Non vedo più Dio, non lo comprendo più. Dio non fa più parte del “mio” mondo. Perché? Forse non ci sono più perché o risposte. Divenendo “Dio” (divinizzazione), non credo più “in” Dio ma “vivo” Dio. Sono Dio.

«Il mio “io” è Dio; non conosco altro che il mio Dio» […] «Il mio essere è Dio, non per sola partecipazione, ma per sua vera trasformazione e annichilazione» (p. 51). «Sono così posta e sommersa nella fonte del suo immenso amore, come se fossi nel mare tutta sott’acqua e in nessuna parte potessi toccare, vedere né sentire, se non solo acqua» (Caterina da Genova, “Vita Mirabile”, in Vita Mirabile. Dialogo. Trattato Sul Purgatorio, Città Nuova, Roma 2004, p. 77).

Prima della trasformazione, uno prega Dio. Dopo la trasformazione uno prega in e attraverso Dio. Prima della conversione radicale, preghi Dio come se fosse altrove, un oggetto come tutti gli altri oggetti, un Qualcuno più grande di altri. Dopo la conversione (con–vertere), si inizia a guardare non altrove ma altrimenti.

La parola “conversione” in greco è “meta – noia”: andare oltre il pensiero, oltre il “nous” e anche oltre la noia del pensare sempre le stesse cose, anche quelle di Dio. La conversione (metanoia) è una “trasformazione”, in greco “metamorfosi”: non più con i miei occhi vedo, ma con gli occhi di Dio.

«L’occhio attraverso il quale vedo Dio è lo stesso occhio attraverso il quale Dio vede me; il mio occhio e l’occhio di Dio sono un occhio, uno che vede, uno che conosce, un amore» (Meister Eckhart).

Questa è la «mente di Cristo» (1Cor 2,16), che non è la mente di me come individuo ma è la “nous”, lo spirito del Cristo cosmico (Ef 4,22). Dio ha assunto la carne, la materia, il corpo e lo spirito perché tutto questo diventi sempre più una cosa sola con la sua Vita. «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17:21).

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