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Pitza e Datteri, 2015

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Un pomeriggio al cinema con mia figlia e completamente spiazzata non solo per non aver trovato neppure un cartone animato in cartellone ma soprattutto per essermi imbattuta in questo film scelto per esclusione e non sapendo minimamente cosa mi sarebbe giunto di lì a poco. Fino alla fine del primo tempo mi è sembrato una sorta di groviglio di archetipi e di problemi al contempo, mescolati in modo veramente poco riuscito.

Islamofobia, arcaismi, opportunismo, frustrazioni personali, anti-femminismo riciclato, ipocrisia, pregiudizio verso tutto e tutti. Temi come l’integrazione che dovrebbero far riflettere e che invece di assumere una sfumatura tragico-seria sviluppano un’ilarità spontanea ed incontrollabile propria della commedia leggera. Ho riso talmente tanto per quanto mi sembrava assurdo e stupido.

Eppure il regista curdo Fariboz Kamkari, noto per i fiori di Kirkuk (2010) affronta con coraggio la commedia ”all’italiana” e lo scantonamento delle tragedie umane scegliendo una location molto rischiosa come la città di Venezia. Per ragioni varie e altrettanto discutibili è noto a tutti grazie anche alla eloquente propaganda politica del partito leghista quanto l’atteggiamento repulsivo nei confronti degli stranieri e in modo particolare degli immigrati mussulmani sia forte. Il pregiudizio e l’odio verso i mussulmani o la religione e la cultura islamiche, si traduce in esternazioni ostili, discriminazioni e attacchi sia verbali che fisici. Anche i media sembrano avere un chiaro pregiudizio verso i mussulmani in quanto contribuiscono a consolidare un’immagine negativa di loro e dell’islam. L’atteggiamento nei confronti degli immigrati mussulmani riguarda spesso episodi di genitori che impediscono alle figlie di emanciparsi, le costringono a matrimoni combinati e persino in età pediatrica (le spose possono avere anche 10 o 12 anni) scatenando inevitabilmente indignazione e repulsione verso queste culture che non vengono viste come tradizionali ma semplicemente disumane, crudeli ed assurde. Divari che trovano facile terreno di contestazione sul piano dei più elementari diritti umani non sono certo degli ottimi biglietti da visita per queste culture così antitetiche rispetto alle nostre occidentali.

Eppure il nostro regista, in questo suo Pitza e datteri, mescola tutto, il palese e il sottointeso. La trama pertanto si sviluppa intorno ad un questione che poi infondo infondo é solo un pretesto. Tanto è che la soluzione sarà di una semplicità altrettanto incoerente quanto banale.

La comunità mussulmana di Venezia è stata sfrattata dalla sua moschea da una avvenente parrucchiera. Le ragioni sono semplici. L’ex marito mussulmano di costei è stato arrestato per debiti e la moglie che li ha ereditati deve assolverli prima di poter lasciare il paese, in pace senza essere perseguita. Ovviamente ricicla l’unico immobile per lavorare e pagare i debiti del marito.  Questa situazione è di per sé assurda dal punto di vista islamico visto che le donne non sono oggetto di diritti, ma non lo è altrettanto per la legislazione italiana, e suscita un allarme tale che giustifica l’invio di un giovane Imam niente poco di meno che dal Pakistan in soccorso dei fedeli – multiculturali – della comunità veneziana.

A questi fedeli – multiculturali – il nostro regista ha attribuito un cast di tutto rispetto. Abbiamo: Bepi (Giuseppe Battiston;Pane e tulipani, Non pensarci, La Passione, Senza arte ne parte, Figlie delle stelle) che è un veneziano rovinato dai debiti del padre venditore- televisivo, misogeno bordeline che trova nel fondamentalismo islamico un rifugio e un’identità. In realtà è ossessionato dalla parrucchiera Zara – da tutti definiti la satanessa – e dal cibo. Convertito all’islam per protesta contro il capitalismo, crede di essere il più mussulmano tra tutti i mussulmani. Vedremo poi nell’epilogo quali saranno le stabili sorti. Abbiamo: Zara (Maud Buquet; attrice e produttrice cinematografica, scrittrice ed adattatrice teatrale francese; già con Stefano Incerti Prima del Tramonto). Abbiamo Karim (Hassani Shapi, già maestro Jedi in Star Wars, Episodio I-La minaccia fantasma, al fianco di Liam Neeson; ricordato anche sullo schermo italiano per Lezioni di cioccolato,Lezioni di cioccolato I) ed Saladino (Mehdi Meskar nato a Reggio Calabria 1995; magrebino cresciuto a Treviso e oggi vive a Parigi, impegnato attore di teatro e anche regista di cortometraggi).

Oltre a questi personaggi portanti abbiamo anche Aziz indiano mussulmano, cuoco e pizzaiolo, sposato con Cesarina, proprietaria della pizzeria, veneziana giunonica, più grande di lui, della quale è pazzamente innamorato. Troviamo Ala curdo e gigante tutto ossa, insegna body building e specializzato in massime orientali sintatticamente incomprensibili. Fatima mussulmana fervente, avvocatessa d’assalto a favore dei diritti delle donne. Indossa sempre il velo e combatte per un islam vero e moderno. Cesarina è una veneziana dai modi assai spartani, bella e giunonica, va sempre diritto al sodo e fa rigare il marito come neanche una madre saprebbe fare. Maryam egiziana, casalinga e moglie di Karim e fin troppo in gamba quanto accondiscendente con tutti i famigliari. Mina figlia di Karim e Mryam è totalmente italiana persino nell’accento, ribelle, adora disegnare abiti moderni. Si veste in modo impossibile per gli standard mussulmani. Il padre la tormenta mentre la madre la spalleggia segretamente con l’aiuto del fidanzato Lorenzo. Quest’ultimo dagli atteggiamenti equivoci lavoro nel parrucchiere di Zara e fa anche da modello per le creazioni di Mina ma Karim lo rifiuta perché non è mussulmano. Infine troviamo un personaggio incredibile, ma totalmente italiano, Lo Turco. Costui non è altro che l’ufficiale giudiziario incaricato a consegnare lo sfratto esecutivo a Bepi. Dopo quest’ultimo atto formale potrà andare in pensione. Bepi lo sfugge come si fugge da un sicario. Ma alla fine il destino beffardo lo inchioderà di fronte alle responsabilità della famiglia.

In questa GIRANDOLA di relazioni complesse ed assurde due sono le cose che si risolveranno. Si comprende che il diritto alla fede e alla preghiera non ha etichetta ne di religione ne di nazionalità e tanto meno di genere. Tutti gli esseri umano hanno il diritto di avere una fede e un luogo di preghiera. Infatti alla fine, l’aiuto per avere una nuova moschea arriva da una fonte impensabile.

Un film che consiglio a tutti, nella sua particolarità merita quanto una catarsi spirituale.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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Pitza e Datteri, 2015

  

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Un pomeriggio al cinema con mia figlia e completamente spiazzata non solo per non aver trovato neppure un cartone animato in cartellone ma soprattutto per essermi imbattuta in questo film scelto per esclusione e non sapendo minimamente cosa mi sarebbe giunto di lì a poco. Fino alla fine del primo tempo mi è sembrato una sorta di groviglio di archetipi e di problemi al contempo, mescolati in modo veramente poco riuscito.

Islamofobia, arcaismi, opportunismo, frustrazioni personali, anti-femminismo riciclato, ipocrisia, pregiudizio verso tutto e tutti. Temi come l’integrazione che dovrebbero far riflettere e che invece di assumere una sfumatura tragico-seria sviluppano un’ilarità spontanea ed incontrollabile propria della commedia leggera. Ho riso talmente tanto per quanto mi sembrava assurdo e stupido.

Eppure il regista curdo Fariboz Kamkari, noto per i fiori di Kirkuk (2010) affronta con coraggio la commedia ”all’italiana” e lo scantonamento delle tragedie umane scegliendo una location molto rischiosa come la città di Venezia. Per ragioni varie e altrettanto discutibili è noto a tutti grazie anche alla eloquente propaganda politica del partito leghista quanto l’atteggiamento repulsivo nei confronti degli stranieri e in modo particolare degli immigrati mussulmani sia forte. Il pregiudizio e l’odio verso i mussulmani o la religione e la cultura islamiche, si traduce in esternazioni ostili, discriminazioni e attacchi sia verbali che fisici. Anche i media sembrano avere un chiaro pregiudizio verso i mussulmani in quanto contribuiscono a consolidare un’immagine negativa di loro e dell’islam. L’atteggiamento nei confronti degli immigrati mussulmani riguarda spesso episodi di genitori che impediscono alle figlie di emanciparsi, le costringono a matrimoni combinati e persino in età pediatrica (le spose possono avere anche 10 o 12 anni) scatenando inevitabilmente indignazione e repulsione verso queste culture che non vengono viste come tradizionali ma semplicemente disumane, crudeli ed assurde. Divari che trovano facile terreno di contestazione sul piano dei più elementari diritti umani non sono certo degli ottimi biglietti da visita per queste culture così antitetiche rispetto alle nostre occidentali.

Eppure il nostro regista, in questo suo Pitza e datteri, mescola tutto, il palese e il sottointeso. La trama pertanto si sviluppa intorno ad un questione che poi infondo infondo é solo un pretesto. Tanto è che la soluzione sarà di una semplicità altrettanto incoerente quanto banale.

La comunità mussulmana di Venezia è stata sfrattata dalla sua moschea da una avvenente parrucchiera. Le ragioni sono semplici. L’ex marito mussulmano di costei è stato arrestato per debiti e la moglie che li ha ereditati deve assolverli prima di poter lasciare il paese, in pace senza essere perseguita. Ovviamente ricicla l’unico immobile per lavorare e pagare i debiti del marito.  Questa situazione è di per sé assurda dal punto di vista islamico visto che le donne non sono oggetto di diritti, ma non lo è altrettanto per la legislazione italiana, e suscita un allarme tale che giustifica l’invio di un giovane Imam niente poco di meno che dal Pakistan in soccorso dei fedeli – multiculturali – della comunità veneziana.

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A questi fedeli – multiculturali – il nostro regista ha attribuito un cast di tutto rispetto. Abbiamo: Bepi (Giuseppe Battiston;Pane e tulipani, Non pensarci, La Passione, Senza arte ne parte, Figlie delle stelle) che è un veneziano rovinato dai debiti del padre venditore- televisivo, misogeno bordeline che trova nel fondamentalismo islamico un rifugio e un’identità. In realtà è ossessionato dalla parrucchiera Zara – da tutti definiti la satanessa – e dal cibo. Convertito all’islam per protesta contro il capitalismo, crede di essere il più mussulmano tra tutti i mussulmani. Vedremo poi nell’epilogo quali saranno le stabili sorti. Abbiamo: Zara (Maud Buquet; attrice e produttrice cinematografica, scrittrice ed adattatrice teatrale francese; già con Stefano Incerti Prima del Tramonto). Abbiamo Karim (Hassani Shapi, già maestro Jedi in Star Wars, Episodio I-La minaccia fantasma, al fianco di Liam Neeson; ricordato anche sullo schermo italiano per Lezioni di cioccolato,Lezioni di cioccolato I) ed Saladino (Mehdi Meskar nato a Reggio Calabria 1995; magrebino cresciuto a Treviso e oggi vive a Parigi, impegnato attore di teatro e anche regista di cortometraggi).

Oltre a questi personaggi portanti abbiamo anche Aziz indiano mussulmano, cuoco e pizzaiolo, sposato con Cesarina, proprietaria della pizzeria, veneziana giunonica, più grande di lui, della quale è pazzamente innamorato. Troviamo Ala curdo e gigante tutto ossa, insegna body building e specializzato in massime orientali sintatticamente incomprensibili. Fatima mussulmana fervente, avvocatessa d’assalto a favore dei diritti delle donne. Indossa sempre il velo e combatte per un islam vero e moderno. Cesarina è una veneziana dai modi assai spartani, bella e giunonica, va sempre diritto al sodo e fa rigare il marito come neanche una madre saprebbe fare. Maryam egiziana, casalinga e moglie di Karim e fin troppo in gamba quanto accondiscendente con tutti i famigliari. Mina figlia di Karim e Mryam è totalmente italiana persino nell’accento, ribelle, adora disegnare abiti moderni. Si veste in modo impossibile per gli standard mussulmani. Il padre la tormenta mentre la madre la spalleggia segretamente con l’aiuto del fidanzato Lorenzo. Quest’ultimo dagli atteggiamenti equivoci lavoro nel parrucchiere di Zara e fa anche da modello per le creazioni di Mina ma Karim lo rifiuta perché non è mussulmano. Infine troviamo un personaggio incredibile, ma totalmente italiano, Lo Turco. Costui non è altro che l’ufficiale giudiziario incaricato a consegnare lo sfratto esecutivo a Bepi. Dopo quest’ultimo atto formale potrà andare in pensione. Bepi lo sfugge come si fugge da un sicario. Ma alla fine il destino beffardo lo inchioderà di fronte alle responsabilità della famiglia.

In questa GIRANDOLA di relazioni complesse ed assurde due sono le cose che si risolveranno. Si comprende che il diritto alla fede e alla preghiera non ha etichetta ne di religione ne di nazionalità e tanto meno di genere. Tutti gli esseri umano hanno il diritto di avere una fede e un luogo di preghiera. Infatti alla fine, l’aiuto per avere una nuova moschea arriva da una fonte impensabile.

Un film che consiglio a tutti, nella sua particolarità merita quanto una catarsi spirituale.

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E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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