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Perché si dice “non sono degno” prima di ricevere l’Eucaristia?

Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia

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“O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma di soltanto una parola e io sarò salvato”. Un lettore chiede perché la liturgia ci fa dire queste parole prima di accostarci alla Comunione. La risposta del liturgista.

Durante la liturgia eucaristica prima di ricevere il Sacramento dell’Eucaristia il sacerdote invitandoci alla cena del Signore ci mostra l’ostia dove è rappresentato l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. E noi fedeli rispondiamo dicendo così: “O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma di soltanto una parola e io sarò salvato”. Quello che non capisco è perché diciamo di non essere degni di prendere parte alla sua cena visto che siamo cattolici battezzati e praticanti

Marco Giraldi

Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia

La perplessità espressa del nostro lettore mi stupisce molto e mi fa tornare alla mente molte pagine evangeliche dove il Signore ritiene che anche i “giusti”, e spesso soprattutto loro, hanno necessità del medico, perché non riconoscono la verità della loro condizione (cf per es. Mc 2,1-3,6).
Forse si è perso il senso profondo di tutti i riti di Comunione a cominciare dalla preghiera del Signore nella quale domandiamo al Padre di rimettere i nostri debiti come anche noi, di per sé, li abbiamo già rimessi ai nostri debitori. Il continuo dei riti di comunione è costantemente una domanda di perdono e di misericordia al Signore, come la stessa preghiera per il dono della pace, che dovrebbe essere meglio conosciuta nel suo reale valore teologico, perché il Signore non guardi al nostro peccato, ma alla fede salvante della comunità: il comunicarsi la pace è offrire al fratello quella comunione che solo lo Spirito Santo può realizzare portando la comunità celebrante a quella unità e armonia necessarie per partecipare alla Tavola del Signore.
L’invito al Banchetto, poi, è fatto con precisa allusione ad Apocalisse 19,9 l’invito alla Cena delle Nozze dell’Agnello rivolto alla Sposa che è rivestita di bisso splendente, segno delle opere di «giustizia» compiute dai Santi, cioè dai battezzati.
Già questo dovrebbe mettere in guardia il fedele e considerare così la sua vita di battezzato, chiamato a vivere in forza del Bagno e del Sigillo, le opere di carità che esprimono una fedeltà alla Parola del Signore e la fede nella sua persona, che non è una relazione intimistica col Risorto, ma una comunione che ci lega ai fratelli senza i quali non possiamo vivere l’unità con Dio. In fondo le parole del centurione pagano esprimono proprio questi due aspetti sopra ricordati per cui il Signore afferma che non ha mai trovato tanta fede in Israele (Mt 8,5-13).
Strano, ma significativo che dopo il concilio di Trento ai parroci fosse richiesto di fare una piccola catechesi sull’Eucaristia prima che l’assemblea ricevesse il Corpo del Signore, e il cardinal Bellarmino insisteva su questa catechesi che si concludeva sempre proprio con le parole del centurione pregate da tutta l’assemblea nella lingua volgare. È lo stesso cardinale che in una domenica di Pentecoste rimprovera i suoi fedeli della Chiesa di Montepulciano perché “comunicano” raramente rifiutando il dono della misericordia di Dio.
Questa insistenza del dopo concilio di Trento si può forse legare a quanto si legge al capitolo secondo del decreto sul Sacrificio della Messa, dove la partecipazione al Corpo del Signore rimette i peccati, anche gravi.
Comunicare ai segni eucaristici è sempre e solo dono della grazia del Signore e non è affatto legato a una condizione (sono cattolico) neppure a un sacramento (sono battezzato) o a forme di religiosità sia pure importanti (vado alla messa). Resta sempre valido il detto di Gesù: «Non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli entrerà nel regno» (Mt 7,21).
Premesso questo, se è valido quanto insegna la costituzione sulla sacra liturgia del Vaticano II, cioè che la celebrazione non esaurisce affatto il culto a Dio, ma ne costituisce il culmine e la fonte, significa che prima della partecipazione all’Eucaristia è necessaria una vera vita di carità, di impegno politico e sociale secondo l’insegnamento evangelico, quindi una testimonianza di autentica carità che esprima nei fratelli il nostro amore e la nostra comunione col Signore. La celebrazione, che è il cuore di questa carità mediante la quale il Signore si immerge in noi che comunichiamo ai Santi Segni, diviene la fonte unica e indispensabile per tornare ancora a un quotidiano che esprima la nostra vita di fede.
Significativa è in questo senso la parabola lucana del fariseo e del pubblicano al tempio (Lc 18,10-14) dove appunto il primo che si sente superiore e diverso rispetto agli altri uomini perché osserva con scrupolo tutte le norme legali non torna a casa giustificato al contrario del secondo che si è appellato alla sola misericordia.
Noi, ormai, per formazione, abbiamo uno schema dei peccati che diciamo «mortali» e per i quali andiamo subito a confessarci per sentirci la coscienza «a posto» e potere da «giusti» fare la comunione, cioè «mangiare l’ostia». Troppo spesso però dimentichiamo i veri peccati mortali che commettiamo nei confronti dei fratelli non vivendo l’accoglienza, la carità/comunione, la pienezza del perdono e l’esperienza della misericordia. È per tale motivazione che difficilmente possiamo sentirci con la “coscienza a posto” quando partecipiamo al Banchetto, al di là di tutte le giustificazioni con le quali possiamo tranquillizzare la nostra persona.
Per questo in modo speciale la liturgia ci fa ripetere prima di accostarci alla divina Comunione che non siamo degni, proprio in senso morale e che la parola del Signore, già pronunciata da lui nell’invito, ci salva, aprendoci alla verità del segno comunionale, che non è solo quello che noi con espressione poco appropriata di diciamo «ricevere Gesù» perché in quel Segno noi riceviamo anche i nostri fratelli, che come noi sono Corpo di Cristo, membra di quell’unico Corpo di cui anche ciascuno di noi è parte.

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Originale: Toscana Oggi
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Durante la liturgia eucaristica prima di ricevere il Sacramento dell’Eucaristia il sacerdote invitandoci alla cena del Signore ci mostra l’ostia dove è rappresentato l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. E noi fedeli rispondiamo dicendo così: “O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma di soltanto una parola e io sarò salvato”. Quello che non capisco è perché diciamo di non essere degni di prendere parte alla sua cena visto che siamo cattolici battezzati e praticanti

Marco Giraldi

Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia

La perplessità espressa del nostro lettore mi stupisce molto e mi fa tornare alla mente molte pagine evangeliche dove il Signore ritiene che anche i “giusti”, e spesso soprattutto loro, hanno necessità del medico, perché non riconoscono la verità della loro condizione (cf per es. Mc 2,1-3,6).
Forse si è perso il senso profondo di tutti i riti di Comunione a cominciare dalla preghiera del Signore nella quale domandiamo al Padre di rimettere i nostri debiti come anche noi, di per sé, li abbiamo già rimessi ai nostri debitori. Il continuo dei riti di comunione è costantemente una domanda di perdono e di misericordia al Signore, come la stessa preghiera per il dono della pace, che dovrebbe essere meglio conosciuta nel suo reale valore teologico, perché il Signore non guardi al nostro peccato, ma alla fede salvante della comunità: il comunicarsi la pace è offrire al fratello quella comunione che solo lo Spirito Santo può realizzare portando la comunità celebrante a quella unità e armonia necessarie per partecipare alla Tavola del Signore.
L’invito al Banchetto, poi, è fatto con precisa allusione ad Apocalisse 19,9 l’invito alla Cena delle Nozze dell’Agnello rivolto alla Sposa che è rivestita di bisso splendente, segno delle opere di «giustizia» compiute dai Santi, cioè dai battezzati.
Già questo dovrebbe mettere in guardia il fedele e considerare così la sua vita di battezzato, chiamato a vivere in forza del Bagno e del Sigillo, le opere di carità che esprimono una fedeltà alla Parola del Signore e la fede nella sua persona, che non è una relazione intimistica col Risorto, ma una comunione che ci lega ai fratelli senza i quali non possiamo vivere l’unità con Dio. In fondo le parole del centurione pagano esprimono proprio questi due aspetti sopra ricordati per cui il Signore afferma che non ha mai trovato tanta fede in Israele (Mt 8,5-13).
Strano, ma significativo che dopo il concilio di Trento ai parroci fosse richiesto di fare una piccola catechesi sull’Eucaristia prima che l’assemblea ricevesse il Corpo del Signore, e il cardinal Bellarmino insisteva su questa catechesi che si concludeva sempre proprio con le parole del centurione pregate da tutta l’assemblea nella lingua volgare. È lo stesso cardinale che in una domenica di Pentecoste rimprovera i suoi fedeli della Chiesa di Montepulciano perché “comunicano” raramente rifiutando il dono della misericordia di Dio.
Questa insistenza del dopo concilio di Trento si può forse legare a quanto si legge al capitolo secondo del decreto sul Sacrificio della Messa, dove la partecipazione al Corpo del Signore rimette i peccati, anche gravi.
Comunicare ai segni eucaristici è sempre e solo dono della grazia del Signore e non è affatto legato a una condizione (sono cattolico) neppure a un sacramento (sono battezzato) o a forme di religiosità sia pure importanti (vado alla messa). Resta sempre valido il detto di Gesù: «Non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli entrerà nel regno» (Mt 7,21).
Premesso questo, se è valido quanto insegna la costituzione sulla sacra liturgia del Vaticano II, cioè che la celebrazione non esaurisce affatto il culto a Dio, ma ne costituisce il culmine e la fonte, significa che prima della partecipazione all’Eucaristia è necessaria una vera vita di carità, di impegno politico e sociale secondo l’insegnamento evangelico, quindi una testimonianza di autentica carità che esprima nei fratelli il nostro amore e la nostra comunione col Signore. La celebrazione, che è il cuore di questa carità mediante la quale il Signore si immerge in noi che comunichiamo ai Santi Segni, diviene la fonte unica e indispensabile per tornare ancora a un quotidiano che esprima la nostra vita di fede.
Significativa è in questo senso la parabola lucana del fariseo e del pubblicano al tempio (Lc 18,10-14) dove appunto il primo che si sente superiore e diverso rispetto agli altri uomini perché osserva con scrupolo tutte le norme legali non torna a casa giustificato al contrario del secondo che si è appellato alla sola misericordia.
Noi, ormai, per formazione, abbiamo uno schema dei peccati che diciamo «mortali» e per i quali andiamo subito a confessarci per sentirci la coscienza «a posto» e potere da «giusti» fare la comunione, cioè «mangiare l’ostia». Troppo spesso però dimentichiamo i veri peccati mortali che commettiamo nei confronti dei fratelli non vivendo l’accoglienza, la carità/comunione, la pienezza del perdono e l’esperienza della misericordia. È per tale motivazione che difficilmente possiamo sentirci con la “coscienza a posto” quando partecipiamo al Banchetto, al di là di tutte le giustificazioni con le quali possiamo tranquillizzare la nostra persona.
Per questo in modo speciale la liturgia ci fa ripetere prima di accostarci alla divina Comunione che non siamo degni, proprio in senso morale e che la parola del Signore, già pronunciata da lui nell’invito, ci salva, aprendoci alla verità del segno comunionale, che non è solo quello che noi con espressione poco appropriata di diciamo «ricevere Gesù» perché in quel Segno noi riceviamo anche i nostri fratelli, che come noi sono Corpo di Cristo, membra di quell’unico Corpo di cui anche ciascuno di noi è parte.

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