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Perché la Chiesa non denuncia con più forza il traffico di armi?

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Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Uno dei grandi drammi del mondo è il traffico di armi, che è una delle cause delle violenze a cui assistiamo in questi giorni. Mi chiedo come mai la Chiesa non denuncia con chiarezza chi fabbrica e commercia armi a scopo di profitto. Papa Francesco ha detto delle parole forti, ma non so se ci sono documenti e pronunciamenti precisi nel magistero della Chiesa. Magari è solo una  mia ignoranza. In questo caso però sarebbe un magistero poco conosciuto e citato.

Massimo Ferri

In realtà la Chiesa, con tutti i suoi pontefici a partire da Giovanni XXIII con la Pacem in Terris del 1963 ha, con estrema chiarezza, ripetutamente ed esplicitamente denunciato l’immoralità ed i rischi connessi alla produzione e alla proliferazione di armi, sollecitando al disarmo attraverso lo studio approfondito e attento delle modalità per la «ricomposizione pacifica dei rapporti … fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti» (PT 63).

Essa ha anche indicato un possibile itinerario per la riduzione degli armamenti, suggerendo l’attuazione di un «disarmo generale, equilibrato e controllato» degli Stati (Giovanni Paolo II, 1985), sottolineando allo stesso tempo l’urgenza della meta da raggiungere da contemperare con la prudenza e la gradualità per conseguirla, affinché non si provochi piuttosto la consegna immediata della vittima nelle mani del carnefice.

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa afferma esplicitamente che: «Qualsiasi accumulo eccessivo di armi, o il loro commercio generalizzato, non possono essere giustificati moralmente» (n. 508).

Il Catechismo a sua volta dichiara che: «La ricerca di interessi privati o collettivi a breve termine non può legittimare imprese che fomentano la violenza e i conflitti tra le nazioni e che compromettono l’ordine giuridico internazionale» (n. 2316) ed esprime una severa riserva morale nei confronti della deterrenza come mezzo di dissuasione, considerata da molti il più efficace dei mezzi atti ad assicurare la pace tra le nazioni, in quanto comporta un accumulo eccessivo di armi (n. 2315).

Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1999, aveva espressamente invocato misure appropriate per il controllo della produzione, della vendita, dell’importazione e dell’esportazione di armi leggere e individuali che facilitano molte manifestazioni di violenza, denunciando che la vendita e il traffico di tali armi costituiscono una seria minaccia per la pace. Infatti esse sono quelle che uccidono di più e sono usate maggiormente nei conflitti non internazionali. La loro disponibilità, inoltre, fa aumentare il rischio di nuovi conflitti e l’intensità di quelli in corso. Egli considera una contraddizione inaccettabile l’atteggiamento degli Stati che applicano severi controlli sul trasferimento internazionale di armi pesanti, mentre non prevedono mai, o solo in rare occasioni, restrizioni sul commercio delle armi leggere e individuali. Nello stesso documento chiedeva con urgenza che i Governi adottassero regole adeguate per controllare la produzione, l’accumulo, la vendita e il traffico di tali armi, così da contrastarne la crescente diffusione, in larga parte tra gruppi di combattenti che non appartengono alle forze militari di uno Stato.

Anche in considerazione delle ingenti risorse destinate agli armamenti e non allo sviluppo, riproponendo la riflessione di Paolo VI in Populorum progressio, nella Caritas in veritate Benedetto XVI invitava l’umanità a figurare un nuovo modello di sviluppo (n. 21), ricordando la responsabilità che grava su tutti gli Stati. Sia quelli sviluppati che aumentano la spesa militare senza riguardo dei paesi in via di sviluppo. Sia quelli in via di sviluppo che impongono sacrifici enormi ai loro popoli pur di guadagnare potenza e prestigio sul piano militare.

Leonardo Salutati

– See more at: http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Perche-la-Chiesa-non-denuncia-con-piu-forza-il-traffico-di-armi#sthash.3WWBCpwZ.dpuf

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Perché la Chiesa non denuncia con più forza il traffico di armi?

  

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Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Uno dei grandi drammi del mondo è il traffico di armi, che è una delle cause delle violenze a cui assistiamo in questi giorni. Mi chiedo come mai la Chiesa non denuncia con chiarezza chi fabbrica e commercia armi a scopo di profitto. Papa Francesco ha detto delle parole forti, ma non so se ci sono documenti e pronunciamenti precisi nel magistero della Chiesa. Magari è solo una  mia ignoranza. In questo caso però sarebbe un magistero poco conosciuto e citato.

Massimo Ferri

In realtà la Chiesa, con tutti i suoi pontefici a partire da Giovanni XXIII con la Pacem in Terris del 1963 ha, con estrema chiarezza, ripetutamente ed esplicitamente denunciato l’immoralità ed i rischi connessi alla produzione e alla proliferazione di armi, sollecitando al disarmo attraverso lo studio approfondito e attento delle modalità per la «ricomposizione pacifica dei rapporti … fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti» (PT 63).

Essa ha anche indicato un possibile itinerario per la riduzione degli armamenti, suggerendo l’attuazione di un «disarmo generale, equilibrato e controllato» degli Stati (Giovanni Paolo II, 1985), sottolineando allo stesso tempo l’urgenza della meta da raggiungere da contemperare con la prudenza e la gradualità per conseguirla, affinché non si provochi piuttosto la consegna immediata della vittima nelle mani del carnefice.

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa afferma esplicitamente che: «Qualsiasi accumulo eccessivo di armi, o il loro commercio generalizzato, non possono essere giustificati moralmente» (n. 508).

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Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1999, aveva espressamente invocato misure appropriate per il controllo della produzione, della vendita, dell’importazione e dell’esportazione di armi leggere e individuali che facilitano molte manifestazioni di violenza, denunciando che la vendita e il traffico di tali armi costituiscono una seria minaccia per la pace. Infatti esse sono quelle che uccidono di più e sono usate maggiormente nei conflitti non internazionali. La loro disponibilità, inoltre, fa aumentare il rischio di nuovi conflitti e l’intensità di quelli in corso. Egli considera una contraddizione inaccettabile l’atteggiamento degli Stati che applicano severi controlli sul trasferimento internazionale di armi pesanti, mentre non prevedono mai, o solo in rare occasioni, restrizioni sul commercio delle armi leggere e individuali. Nello stesso documento chiedeva con urgenza che i Governi adottassero regole adeguate per controllare la produzione, l’accumulo, la vendita e il traffico di tali armi, così da contrastarne la crescente diffusione, in larga parte tra gruppi di combattenti che non appartengono alle forze militari di uno Stato.

Anche in considerazione delle ingenti risorse destinate agli armamenti e non allo sviluppo, riproponendo la riflessione di Paolo VI in Populorum progressio, nella Caritas in veritate Benedetto XVI invitava l’umanità a figurare un nuovo modello di sviluppo (n. 21), ricordando la responsabilità che grava su tutti gli Stati. Sia quelli sviluppati che aumentano la spesa militare senza riguardo dei paesi in via di sviluppo. Sia quelli in via di sviluppo che impongono sacrifici enormi ai loro popoli pur di guadagnare potenza e prestigio sul piano militare.

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