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Perché il “dolorismo” se Gesù è risorto?

"Mi sembra che l’insegnamento dei preti, dei vescovi e forse della Chiesa non sia esatto o almeno completo".

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di: Vincenzo Bordo

Padre Vincenzo Bordo, 57 anni, autore di questa lettera-riflessione è un missionario degli Oblati di Marta Immacolata. Da molti anni vive in Corea del Sud, un paese che, dietro alla facciata del benessere, nasconde forme di emarginazione fino a poco tempo fa ignorate: le famiglie sono sempre più piccole, i servizi sociali e le pensioni insufficienti, un terzo degli anziani vive sotto la soglia della povertà, le donne subiscono discriminazioni antiche mentre i giovani provano spesso una tendenza all’isolamento.

In questo contesto, padre Bordo, originario di Piansano (Viterbo) ha dato vita a una serie di programmi che comprendono una mensa e un centro per la gioventù della città di Seongam, a un’ora e mezza da Seul. La struttura si chiama Casa di Anna. «Ho cominciato – racconta – a occuparmi dei poveri urbani nel 1992, quando i poveri, ufficialmente per le autorità non esistevano: peccato che io ne avessi almeno 200 in fila ogni giorno alla mensa serale». Oggi sono 550 ogni giorno gli ospiti nella Casa di Anna: barboni, alcolisti, ex carcerati, anziani poveri, malati mentali, disabili, gente di strada.

«La sensibilità sociale dei coreani – ha aggiunto – sta raggiungendo settori che prima ignorava e coinvolge gruppi di persone sempre più diverse e veramente motivate, a partire dai giovani». E questo si deve molto alla Chiesa locale che ha fatto aprire gli occhi alla società sui più poveri e dimenticati. Padre Bordo è stato definito «l’angelo dei senzatetto coreani». Per questa sua attività, ha ricevuto il Premio Ho-Am (un diploma, una medaglia d’oro e 300 milioni di won coreani, equivalenti a circa 215 mila euro), definito il «Nobel coreano», per il servizio ai senzatetto, anziani soli e giovani di strada.

Nelle feste di Natale e Pasqua è solito scrivere una lettera ai suoi amici sparsi nel mondo, non solo per chiedere loro aiuti, ma anche per comunicare la sua gioia di essere missionario in mezzo ai poveri e condividere la sua esperienza di fede. Nella lettera per la festa di Pasqua di quest’anno invita a leggere il Vangelo nella prospettiva della risurrezione di Cristo, abbandonando quelle letture “dolorifiche”, troppo spesso accentuate anche nelle nostre omelie e catechesi, di un cristianesimo che si limita principalmente a parlare di croce, sofferenza, morte, dimenticando che Cristo è risorto e vive sempre con noi. Questa è la verità che deve guidare l’intera nostra esistenza con i doni pasquali della pace, gioia, perdono e spirito di fortezza. Di seguito riprendiamo la sua lettera (A. Dall’Osto).

Mi sembra che l’insegnamento dei preti, dei vescovi e forse della Chiesa non sia esatto o almeno completo. Nelle nostre omelie, nelle nostre catechesi, si insegna e si parla soprattutto di Gesù crocifisso come se questo fosse l’ultimo capitolo del Vangelo. Al contrario, dimentichiamo che gli ultimi versetti dei Vangeli parlano della risurrezione di Gesù, della pace che ci ha donato, della vittoria sulla paura e della gioia dei discepoli.

Analizziamo allora i Vangeli. Il primo, quello di Matteo, al capitolo 27,50 dice: «Gesù, emesso un alto grido spirò». Continua al capitolo 28,20, dice: «Non temete… Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». «Questa è la conclusione del Vangelo di Matteo: Dio è con noi! Inoltre, nella Bibbia l’espressione “non temere” viene ripetuta 365 volte, una volta per ogni giorno del nostro vivere! Non sono stupende queste affermazioni?

Marco, al capitolo 15,37, afferma: «Gesù, dando un forte grido, spirò». Ma poi prosegue e, al capitolo 16,37ss, afferma: «Non abbiate paura… Andate in tutto il mondo e predicate la buona notizia a tutte le genti… imponete le mani e guarite gli ammalati… Il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che li accompagnavano»Non aver paura, curate gli infermi; Gesù era con loro e confermava tutto l’operato dei discepoli; queste sono le ultime meravigliose parole di Gesù secondo Marco.

Poi Luca al capitolo 23,46 scrive: «Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito; detto questo spirò». Seguita il racconto di Luca che, al capitolo 24,32ss, scrive: «Ci ardeva il cuore nel petto… Davvero il Signore è risorto… Gesù apparve in mezzo a loro e disse. Pace a voi… Pace. Perché siete turbati?… La gioia dei discepoli era grande… Predicate a tutti la conversione (metanoia = cambiamento di immagine/mentalità su Dio) e il perdono. È l’ultimo gesto di Gesù: «Alzate le mani, li benedisse». Un testo che finisce con le parole: ardore, pace, benedizione. Allora perché avete paura?

L’ultimo Vangelo, quello di Giovanni, annota al capitolo 19,30ss: «Tutto è compiuto. E chinato il capo spirò». Poi al capitolo 20,19 ss: «Pace a voi… I discepoli gioirono nel vedere il Signore… Ricevete lo Spirito Santo e rimettete i peccati Pace… Pace… Simone pasci e proteggi le mie pecorelle… Tu seguimi». Questa è l’ultima parola di Gesù secondo il quarto Vangelo. Quindi l’epilogo parla di sequela, pace, gioia, Spirito di fortezza.

Proviamo a fare un po’ di ordine: se le ultime parole dei Vangeli sono: risurrezione, gioia, pace, fuga dalla paura, perdono, benedizione, perché noi tutti preti, vescovi, religiosi continuiamo a parlare principalmente di croce, sofferenza, morte?

Mi sembra di poter individuare due motivi principali: uno teologico e uno psicologico.

Quello psicologico è facile da intuire: la nostra vita umana è fatta di tanto dolore, tradimenti e disillusioni; parlare di passione, morte e crocifissione arriva direttamente al nostro spirito, alla nostra esperienza di tutti i giorni. È un messaggio facile da capire e percepire; non per caso in tutte le nostre chiese primeggia il crocifisso.

A tutto ciò, si somma poi la motivazione teologica, un po’ superata in realtà, cioè che Gesù ci ha salvato attraverso la sua sofferenza, crocifissione e morte. Sì, questo è vero, ma solo parzialmente: è più preciso affermare che Gesù ci ha salvato tramite tutta la sua esistenza che contempla: la vita nascosta di Nazareth, la predicazione, i miracoli, la passione, la morte, la risurrezione e l’ascensione al cielo. Questa è la teologia più esatta e completa.

Quindi, se le ultime parole dei Vangeli sono: pace, allegria, perdono, lode, iniziamo a parlare di queste realtà, della sua risurrezione che è stata condivisa con tutti noi (è da notare che le ultime tre parole in assoluto della Bibbia sono: «Grazia (benevolenza) a tutti». Dove quel tutti è inclusivo di tutta l’umanità. Non ha aggettivi né specificazioni né qualificativi. Tutti è tutti senza esclusioni di razza, sesso, religione o cultura… Buoni e cattivi (Mt 5,45; Lc 6,35). Allora mettiamo nelle nostre chiese una bella statua di Gesù risorto sorridente e benedicente.

Noi alla Casa di Anna, il nostro centro per gente senza fissa dimora, abbiamo una piccola cappellina intitola a Gesù risorto. Parliamo e testimoniamo a tutti il gaudio nell’aver rincontrato il Vivente, di aver fatto la sua esperienza e di essere felici, anche in questa traballante e spesso dolorosa esistenza, perché lui, il Risorto, è con noi e ci dona il suo giubilo, la sua pace, il suo perdono e la sua grazia.

I Vangeli terminano parlando di benedizione. Allora con la nostra vita facciamoci festosi portatori di questo messaggio di felicità a questa società così opaca e triste. La penultima decisiva parola della Bibbia è Maranatha! (Vieni, Signore Gesù!).

«Sì, Gesù è vivo in mezzo a noi e io l’ho incontrato
nell’abbraccio di un povero,
nella scodella di riso offerto ad un anziano solo,
nel gioco condiviso con un ragazzo di strada,
nel sedermi a terra e parlare con un barbone supino sull’asfalto,
nello sguardo impaurito di un giovane in una fredda notte d’inverno,
nelle tortuose strade della vita,
in un sorriso donato con sincera gioia,
in una quieta alba che rincorre le gaie onde del fiume,
in quel candido pane spezzato ogni giorno…
No so se Dio è in cielo,
non ci sono mai stato e non lo posso affermare,
ma sicuramente è in mezzo a noi:
io l’ho visto e lo posso testimoniare.
Da lui mi sono sentito accolto, perdonato, amato, guidato e teneramente abbracciato.
Grazie, Signore Gesù, vivo e presente in mezzo a noi».

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Perché il “dolorismo” se Gesù è risorto?

"Mi sembra che l’insegnamento dei preti, dei vescovi e forse della Chiesa non sia esatto o almeno completo".

  

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Padre Vincenzo Bordo, 57 anni, autore di questa lettera-riflessione è un missionario degli Oblati di Marta Immacolata. Da molti anni vive in Corea del Sud, un paese che, dietro alla facciata del benessere, nasconde forme di emarginazione fino a poco tempo fa ignorate: le famiglie sono sempre più piccole, i servizi sociali e le pensioni insufficienti, un terzo degli anziani vive sotto la soglia della povertà, le donne subiscono discriminazioni antiche mentre i giovani provano spesso una tendenza all’isolamento.

In questo contesto, padre Bordo, originario di Piansano (Viterbo) ha dato vita a una serie di programmi che comprendono una mensa e un centro per la gioventù della città di Seongam, a un’ora e mezza da Seul. La struttura si chiama Casa di Anna. «Ho cominciato – racconta – a occuparmi dei poveri urbani nel 1992, quando i poveri, ufficialmente per le autorità non esistevano: peccato che io ne avessi almeno 200 in fila ogni giorno alla mensa serale». Oggi sono 550 ogni giorno gli ospiti nella Casa di Anna: barboni, alcolisti, ex carcerati, anziani poveri, malati mentali, disabili, gente di strada.

«La sensibilità sociale dei coreani – ha aggiunto – sta raggiungendo settori che prima ignorava e coinvolge gruppi di persone sempre più diverse e veramente motivate, a partire dai giovani». E questo si deve molto alla Chiesa locale che ha fatto aprire gli occhi alla società sui più poveri e dimenticati. Padre Bordo è stato definito «l’angelo dei senzatetto coreani». Per questa sua attività, ha ricevuto il Premio Ho-Am (un diploma, una medaglia d’oro e 300 milioni di won coreani, equivalenti a circa 215 mila euro), definito il «Nobel coreano», per il servizio ai senzatetto, anziani soli e giovani di strada.

Nelle feste di Natale e Pasqua è solito scrivere una lettera ai suoi amici sparsi nel mondo, non solo per chiedere loro aiuti, ma anche per comunicare la sua gioia di essere missionario in mezzo ai poveri e condividere la sua esperienza di fede. Nella lettera per la festa di Pasqua di quest’anno invita a leggere il Vangelo nella prospettiva della risurrezione di Cristo, abbandonando quelle letture “dolorifiche”, troppo spesso accentuate anche nelle nostre omelie e catechesi, di un cristianesimo che si limita principalmente a parlare di croce, sofferenza, morte, dimenticando che Cristo è risorto e vive sempre con noi. Questa è la verità che deve guidare l’intera nostra esistenza con i doni pasquali della pace, gioia, perdono e spirito di fortezza. Di seguito riprendiamo la sua lettera (A. Dall’Osto).

Mi sembra che l’insegnamento dei preti, dei vescovi e forse della Chiesa non sia esatto o almeno completo. Nelle nostre omelie, nelle nostre catechesi, si insegna e si parla soprattutto di Gesù crocifisso come se questo fosse l’ultimo capitolo del Vangelo. Al contrario, dimentichiamo che gli ultimi versetti dei Vangeli parlano della risurrezione di Gesù, della pace che ci ha donato, della vittoria sulla paura e della gioia dei discepoli.

Analizziamo allora i Vangeli. Il primo, quello di Matteo, al capitolo 27,50 dice: «Gesù, emesso un alto grido spirò». Continua al capitolo 28,20, dice: «Non temete… Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». «Questa è la conclusione del Vangelo di Matteo: Dio è con noi! Inoltre, nella Bibbia l’espressione “non temere” viene ripetuta 365 volte, una volta per ogni giorno del nostro vivere! Non sono stupende queste affermazioni?

Marco, al capitolo 15,37, afferma: «Gesù, dando un forte grido, spirò». Ma poi prosegue e, al capitolo 16,37ss, afferma: «Non abbiate paura… Andate in tutto il mondo e predicate la buona notizia a tutte le genti… imponete le mani e guarite gli ammalati… Il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che li accompagnavano»Non aver paura, curate gli infermi; Gesù era con loro e confermava tutto l’operato dei discepoli; queste sono le ultime meravigliose parole di Gesù secondo Marco.

Poi Luca al capitolo 23,46 scrive: «Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito; detto questo spirò». Seguita il racconto di Luca che, al capitolo 24,32ss, scrive: «Ci ardeva il cuore nel petto… Davvero il Signore è risorto… Gesù apparve in mezzo a loro e disse. Pace a voi… Pace. Perché siete turbati?… La gioia dei discepoli era grande… Predicate a tutti la conversione (metanoia = cambiamento di immagine/mentalità su Dio) e il perdono. È l’ultimo gesto di Gesù: «Alzate le mani, li benedisse». Un testo che finisce con le parole: ardore, pace, benedizione. Allora perché avete paura?

L’ultimo Vangelo, quello di Giovanni, annota al capitolo 19,30ss: «Tutto è compiuto. E chinato il capo spirò». Poi al capitolo 20,19 ss: «Pace a voi… I discepoli gioirono nel vedere il Signore… Ricevete lo Spirito Santo e rimettete i peccati Pace… Pace… Simone pasci e proteggi le mie pecorelle… Tu seguimi». Questa è l’ultima parola di Gesù secondo il quarto Vangelo. Quindi l’epilogo parla di sequela, pace, gioia, Spirito di fortezza.

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Proviamo a fare un po’ di ordine: se le ultime parole dei Vangeli sono: risurrezione, gioia, pace, fuga dalla paura, perdono, benedizione, perché noi tutti preti, vescovi, religiosi continuiamo a parlare principalmente di croce, sofferenza, morte?

Mi sembra di poter individuare due motivi principali: uno teologico e uno psicologico.

Quello psicologico è facile da intuire: la nostra vita umana è fatta di tanto dolore, tradimenti e disillusioni; parlare di passione, morte e crocifissione arriva direttamente al nostro spirito, alla nostra esperienza di tutti i giorni. È un messaggio facile da capire e percepire; non per caso in tutte le nostre chiese primeggia il crocifisso.

A tutto ciò, si somma poi la motivazione teologica, un po’ superata in realtà, cioè che Gesù ci ha salvato attraverso la sua sofferenza, crocifissione e morte. Sì, questo è vero, ma solo parzialmente: è più preciso affermare che Gesù ci ha salvato tramite tutta la sua esistenza che contempla: la vita nascosta di Nazareth, la predicazione, i miracoli, la passione, la morte, la risurrezione e l’ascensione al cielo. Questa è la teologia più esatta e completa.

Quindi, se le ultime parole dei Vangeli sono: pace, allegria, perdono, lode, iniziamo a parlare di queste realtà, della sua risurrezione che è stata condivisa con tutti noi (è da notare che le ultime tre parole in assoluto della Bibbia sono: «Grazia (benevolenza) a tutti». Dove quel tutti è inclusivo di tutta l’umanità. Non ha aggettivi né specificazioni né qualificativi. Tutti è tutti senza esclusioni di razza, sesso, religione o cultura… Buoni e cattivi (Mt 5,45; Lc 6,35). Allora mettiamo nelle nostre chiese una bella statua di Gesù risorto sorridente e benedicente.

Noi alla Casa di Anna, il nostro centro per gente senza fissa dimora, abbiamo una piccola cappellina intitola a Gesù risorto. Parliamo e testimoniamo a tutti il gaudio nell’aver rincontrato il Vivente, di aver fatto la sua esperienza e di essere felici, anche in questa traballante e spesso dolorosa esistenza, perché lui, il Risorto, è con noi e ci dona il suo giubilo, la sua pace, il suo perdono e la sua grazia.

I Vangeli terminano parlando di benedizione. Allora con la nostra vita facciamoci festosi portatori di questo messaggio di felicità a questa società così opaca e triste. La penultima decisiva parola della Bibbia è Maranatha! (Vieni, Signore Gesù!).

«Sì, Gesù è vivo in mezzo a noi e io l’ho incontrato
nell’abbraccio di un povero,
nella scodella di riso offerto ad un anziano solo,
nel gioco condiviso con un ragazzo di strada,
nel sedermi a terra e parlare con un barbone supino sull’asfalto,
nello sguardo impaurito di un giovane in una fredda notte d’inverno,
nelle tortuose strade della vita,
in un sorriso donato con sincera gioia,
in una quieta alba che rincorre le gaie onde del fiume,
in quel candido pane spezzato ogni giorno…
No so se Dio è in cielo,
non ci sono mai stato e non lo posso affermare,
ma sicuramente è in mezzo a noi:
io l’ho visto e lo posso testimoniare.
Da lui mi sono sentito accolto, perdonato, amato, guidato e teneramente abbracciato.
Grazie, Signore Gesù, vivo e presente in mezzo a noi».

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