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Perché Gesù viene chiamato il «Figlio dell’Uomo»?

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell'Italia centrale.

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Un lettore ci chiede il significato di una delle espressioni con cui i Vangeli chiamano Gesù. Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale.

Più volte nel Vangelo Gesù viene definito (o usa lui stesso questa formula) il Figlio dell’Uomo. Cosa significa esattamente questa espressione?

Indirizzo email

Non è semplice raccogliere in poche righe una questione così complessa come quella posta dal lettore. Proverò a delineare alcune linee per un ulteriore approfondimento.

Il titolo «figlio dell’uomo», o «figlio d’uomo» che si trova nei Vangeli deriva dall’espressione ebraica (o aramaica) che indica l’umanità, oppure un singolo essere umano.

Nell’Antico Testamento la frase si manifesta spesso come designazione per «umanità» o «essere umano», in contrasto con le prerogative divine (Sal 8,5: «che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?»; Sal 144,3: «Signore, che cos’è l’uomo perché tu l’abbia a cuore? Il figlio dell’uomo, perché te ne dia pensiero?»; Num 23,19: «Dio non è un uomo perché egli menta, non è un figlio d’uomo perché egli ritratti»).

L’espressione viene usata per ben 93 volte anche nel libro di Ezechiele, come designazione del profeta, in contrasto con la maestà di Dio che gli parla.

Ma soprattutto c’è un testo enormemente importante nel libro di Daniele: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto. Io, Daniele, mi sentii agitato nell’animo, tanto le visioni della mia mente mi avevano turbato; mi accostai a uno dei vicini e gli domandai il vero significato di tutte queste cose ed egli me ne diede questa spiegazione: «Le quattro grandi bestie rappresentano quattro re, che sorgeranno dalla terra; ma i santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, in eterno» (Dan 7,13-18).

Nel libro di Daniele non è chiaro se l’espressione «figlio d’uomo» aveva già assunto il valore di un titolo a sé stante. Nella visione apocalittica che proclama il trionfo supremo di Israele sul tiranno seleucide Antioco IV (215 – 164 a.C.), Daniele vede «uno come un figlio dell’uomo» presentato in trionfo davanti al trono di Dio alla fine dei tempi.

Dovremmo aggiungere che il termine è usato anche nelle «parabole» del libro di Enoch, un apocrifo del I sec. a.C. (1 Enoc 37 –71). Queste parabole sembrano fornire un parallelo al tipo di sviluppo che ha avuto luogo nella tradizione evangelica dove l’espressione “figlio dell’uomo” assume un maggiore peso teologico.

Nel Nuovo Testamento l’espressione è usata esclusivamente come auto-designazione di Gesù. Le uniche eccezioni sono i passaggi in cui vengono citati Daniele o il Salmo (così in Atti 7,56; Eb 2,6; Ap 1,13;  14,14). Gli interpreti hanno generalmente racchiuso i vari usi del titolo in tre gruppi principali:

a. Gesù nel contesto del suo ministero terreno (così Marco 2,10: l’autorità di perdonare i peccati; 2,28: Gesù, signore del sabato; si veda anche Matteo 8,20; 13,37; 12,32;  16,13; 18,11; Luca 7,34; 11,30;

b. Gesù fra umiliazione e sofferenze (così Marco 8,31; 9,31; 10,33);  anche Marco 9,12; 10,45; Matteo 12,40;

c. Gesù come giudice alla fine dei tempi (così Marco 8,38; 14,62; Matteo 16,27-28; 19,28; Luca 17,22.24.26.30; 21,36).

Nel Vangelo di Giovanni, il titolo di «figlio dell’uomo» viene applicato a Gesù come l’inviato da Dio (Giovanni 1,51: «vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo»; 3,13: «nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo»; 6,62). L’espressione è utilizzata anche in connessione con la morte di Gesù, che questo vangelo descrive come l’ora della glorificazione (Giovanni 3,14: «come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»; 12,23.34; 13,31).

Un punto molto interessante è se questo titolo è stato utilizzato dal Gesù storico, oppure se nasca dalla tradizione evangelica. Alcuni suggeriscono che Gesù lo usava semplicemente come auto-designazione, com’è tipico del linguaggio aramaico ed ebraico (cioè, «questo essere umano»), o come semplice espressione di umiltà.

Altri sostengono che Gesù si riferisce a un figlio apocalittico dell’uomo come nel libro di Daniele, ma non si identificava con questa figura trionfante (ad esempio, Marco 8,38; Luca 12,8). Se egli è colui che deve giudicare ogni creatura umana al momento del suo ritorno alla fine dei tempi, l’espressione più emblematica dei Vangeli è tuttavia questa: «il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Stefano Tarocchi

Originale: ToscanaOggi.it
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Più volte nel Vangelo Gesù viene definito (o usa lui stesso questa formula) il Figlio dell’Uomo. Cosa significa esattamente questa espressione?

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Non è semplice raccogliere in poche righe una questione così complessa come quella posta dal lettore. Proverò a delineare alcune linee per un ulteriore approfondimento.

Il titolo «figlio dell’uomo», o «figlio d’uomo» che si trova nei Vangeli deriva dall’espressione ebraica (o aramaica) che indica l’umanità, oppure un singolo essere umano.

Nell’Antico Testamento la frase si manifesta spesso come designazione per «umanità» o «essere umano», in contrasto con le prerogative divine (Sal 8,5: «che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?»; Sal 144,3: «Signore, che cos’è l’uomo perché tu l’abbia a cuore? Il figlio dell’uomo, perché te ne dia pensiero?»; Num 23,19: «Dio non è un uomo perché egli menta, non è un figlio d’uomo perché egli ritratti»).

L’espressione viene usata per ben 93 volte anche nel libro di Ezechiele, come designazione del profeta, in contrasto con la maestà di Dio che gli parla.

Ma soprattutto c’è un testo enormemente importante nel libro di Daniele: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto. Io, Daniele, mi sentii agitato nell’animo, tanto le visioni della mia mente mi avevano turbato; mi accostai a uno dei vicini e gli domandai il vero significato di tutte queste cose ed egli me ne diede questa spiegazione: «Le quattro grandi bestie rappresentano quattro re, che sorgeranno dalla terra; ma i santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, in eterno» (Dan 7,13-18).

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Nel libro di Daniele non è chiaro se l’espressione «figlio d’uomo» aveva già assunto il valore di un titolo a sé stante. Nella visione apocalittica che proclama il trionfo supremo di Israele sul tiranno seleucide Antioco IV (215 – 164 a.C.), Daniele vede «uno come un figlio dell’uomo» presentato in trionfo davanti al trono di Dio alla fine dei tempi.

Dovremmo aggiungere che il termine è usato anche nelle «parabole» del libro di Enoch, un apocrifo del I sec. a.C. (1 Enoc 37 –71). Queste parabole sembrano fornire un parallelo al tipo di sviluppo che ha avuto luogo nella tradizione evangelica dove l’espressione “figlio dell’uomo” assume un maggiore peso teologico.

Nel Nuovo Testamento l’espressione è usata esclusivamente come auto-designazione di Gesù. Le uniche eccezioni sono i passaggi in cui vengono citati Daniele o il Salmo (così in Atti 7,56; Eb 2,6; Ap 1,13;  14,14). Gli interpreti hanno generalmente racchiuso i vari usi del titolo in tre gruppi principali:

a. Gesù nel contesto del suo ministero terreno (così Marco 2,10: l’autorità di perdonare i peccati; 2,28: Gesù, signore del sabato; si veda anche Matteo 8,20; 13,37; 12,32;  16,13; 18,11; Luca 7,34; 11,30;

b. Gesù fra umiliazione e sofferenze (così Marco 8,31; 9,31; 10,33);  anche Marco 9,12; 10,45; Matteo 12,40;

c. Gesù come giudice alla fine dei tempi (così Marco 8,38; 14,62; Matteo 16,27-28; 19,28; Luca 17,22.24.26.30; 21,36).

Nel Vangelo di Giovanni, il titolo di «figlio dell’uomo» viene applicato a Gesù come l’inviato da Dio (Giovanni 1,51: «vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo»; 3,13: «nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo»; 6,62). L’espressione è utilizzata anche in connessione con la morte di Gesù, che questo vangelo descrive come l’ora della glorificazione (Giovanni 3,14: «come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»; 12,23.34; 13,31).

Un punto molto interessante è se questo titolo è stato utilizzato dal Gesù storico, oppure se nasca dalla tradizione evangelica. Alcuni suggeriscono che Gesù lo usava semplicemente come auto-designazione, com’è tipico del linguaggio aramaico ed ebraico (cioè, «questo essere umano»), o come semplice espressione di umiltà.

Altri sostengono che Gesù si riferisce a un figlio apocalittico dell’uomo come nel libro di Daniele, ma non si identificava con questa figura trionfante (ad esempio, Marco 8,38; Luca 12,8). Se egli è colui che deve giudicare ogni creatura umana al momento del suo ritorno alla fine dei tempi, l’espressione più emblematica dei Vangeli è tuttavia questa: «il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Stefano Tarocchi

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