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Perché Gesù era sicuramente celibe

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Single per vocazione o come scelta di astinenza sessuale?

Nel 1970 l’importante editore Harper & Row di New York pubblicò un libro che suscitò forti reazioni, così come qualche eco ebbe nel 2012 la scoperta di un tardo (IV sec.) frammento copto, per altro non perspicuo, nel quale sembrava che Cristo si rivolgesse a un’ipotetica “moglie”, Ora, il tema di quel volume era chiaro già nel titolo: Was Jesus married?, cioè “Gesù era sposato?”. L’autore, il teologo protestante William E. Phipps, partendo da un’ampia documentazione biblica e rabbinica, sosteneva che la descrizione tradizionale di un Gesù celibe era frutto solo di una successiva creazione teologica cristiana, dominata da un’idea distorta del sesso (il sottotitolo, infatti, suonava così: The Distortion of Sexuality in the Christian Tradition). A suo avviso, il silenzio del Nuovo Testamento sul matrimonio di Gesà nasceva dal fatto che si dava per scontato che egli fosse sposato, come facevano tutti i maestri giudaici di quel tempo, per i quali il celibato sarebbe stato impensabile e disonorevole.

Diciamo subito che questo argomento ex silentio, come si è soliti dire, è di sua natura ambiguo e può essere ritorto facilmente contro chi lo usa. Infatti, considerata la sorprendente loquacità dei vangeli sulla famiglia d’origine di Gesù, compresi i “fratelli e sorelle”, e sulle donne che lo accompagnavano nel suo ministero pubblico, il silenzio totale su un’eventuale moglie e sui figli ha solo una semplice e ovvia spiegazione. Non ci sono mai stati! Inoltre, argomentare sulla base del fatto che tutti i rabbini del tempo erano regolamente coniugati non è così decisivo per assegnare una moglie a Gesù. E questo per almeno due ragioni.

La prima è di ordine generale e si fonda sul cosiddetto “criterio storico della discontinuità”. Come abbiamo già avuto occasione di dire, Gesù fu certamente uomo del suo tempo, incarnato in una società e in una cultura, in continuità con l’ebraismo a cui apparteneva, ma non al punto da essere un puro e semplice rabbì giudaico, come tenta di proporre una certa rilettura ebraica contemporanea della figura di Cristo. Dopo tutto, non sarebbe stato così aspramente contestato dalle autorità giudaiche di allora, né condannato a morte dal Sinedrio per bestemmia, se fosse stato così tanto ebreo.

La seconda ragione è, invece, più specifica e documentaria. Il giudaismo del I secolo era meno omogeneo e monocromatico di quanto solitamente si immagina. Basta solo rimandare agli Esseni, la corrente giudaica attestata anche a Qumran sul Mar Morto, ove appunto vennero alla luce nel 1947 i documenti di quella comunità. Ebbene, tre testimoni autorevoli e differenti tra loro come lo storico latino Plinio il Vecchio, lo storico ebreo palestinese Giuseppe Flavio e il filosofo ebreo della diaspora ebraica di Alessandria d’Egitto Filone convergono nell’affermare che molti Esseni, se non tutti, erano celibi. Citiamo solo Plinio che nella suaStoria naturale li descrive come “persone che vivono in disparte, senza alcuna donna, avendo rinunciato a ogni amore sessuale […], una razza eterna in cui nessuno nasce” (V,73,1-3). Le motivazioni di questa scelta sono date dagli altri due autori ebrei, Giuseppe Flavio e Filone, e sono varie, di taglio spirituale e teologico (in preparazione all’incontro pieno con Dio), ma anche cultico (purità sacerdotale dell’intera comunità per offrire un culto angelico in un tempio vivente). Non dobbiamo però dimenticare che anche nell’Antico Testamento appare una grande figura di celibe, Geremia, che è costretto da Dio al celibato come segno profetico della fine della vita del popolo ebraico peccatore (16,1-4). Ma è curioso segnalare che nel citato Filone e in altri testi giudaici si fa strada persino l’idea di un Mosè celibe, almeno nella cornice del Sinai, in una solitudine e in un distacco assoluto, illuminato solo dalla presenza divina. Anche Giovanni Battista vive in solitudine nel deserto e a raccogliere il suo cadavere per la sepoltura ci sono solo i discepoli (Mc 6,29) e sappiamo quanto quest’obbligo della sepoltura fosse fondamentale nel giudaismo per moglie e figli del defunto. Anzi, il Talmud ci attesta l’esistenza di un rabbì, Simeon ben Azzai, che giustificava così il suo celibato: “La mia anima è innamorata della Torah. Il mondo può essere portato avanti da altri”.

Questa frase ci permette di inoltrarci nel tema del celibato di Gesù, vedendolo cioè come vocazionale e non come puro e semplice dato anagrafico o mera scelta di astinenza sessuale, diversificandosi in questo da altri celibi pagani di quel secolo, come il filosofo stoico Epitteto e il mistico pitagorico itinerante Apollonio di Tiana, o i vari maestri ambulanti di filosofia cinica. Detto in altri termini, Gesù scelse il celibato non solo per evitare noie e fastidi della vita quotidiana familiare così da essere libero per il suo ministero pubblico, come un po’ fa balenare per sé e per i cristiani di Corinto Paolo quando scrive: “Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come piacere al Signore; lo sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come piacere alla moglie, e si trova diviso!” (1Cor 7,32-34).

Quale era, allora, la motivazione che reggeva la scelta “vocazionale” celibataria di Gesù? Ci possono essere ragioni sottintese nei vangeli, stimolate anche dalla stessa teologia essena. Ragioni di tipo escatologico (cioè basate sulla tensione verso la pienezza finale della storia), sul modello di quella da lui affermata nella controversia con i sadducei sulla risurrezione dei morti: “Nella risurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli di Dio in cielo” (Mt 22,30). Meno probabili sono ragioni di tipo cultico, cioè di purità rituale, che pure occhieggiano nel contesto escatologico dell’Apocallise: “Questi sono coloro che non si sono contaminati con donne; sono, infatti, vergini” (14,4). In realtà, il riferimento primario dev’essere, invece, cercato in una famosa frase che Gesù pronunzia nel contesto del dibattito sul matrimonio e sul divorzio: “Vi sono eunuchi che nacquero così dal seno della madre, e vi sono eunuchi i quali furono resi tali dagli uomini, e vi sono eunuchi che si resero tali da sé per il [o in vista del] regno dei cieli” (Mt 19,12).

Certo, è possibile che questa frase sia stata messa in bocca a Gesù dall’evangelista per giustificare il celibato religioso volontario praticato da alcuni membri della Chiesa delle origini. Tuttavia è un dato di fatto che “eunuco” ed “evirare” non ricorrono mai in Matteo e il verbo è del tutto assente nell’intero Nuovo Testamento. Si tratta, quindi, di qualcosa di sorprendente e originale, che Matteo ha ereditato da un’antica tradizione orale a lui precedente, per di più in un contesto connesso al tema antitetico del matrimonio. L’immagine del celibe religioso come quella di uno che si evira per il regno dei cieli è violenta e sconvolgente e non può che risalire all’autorità e alla libertà del Gesù storico, spesso non convenzionale e provocatorio nel suo linguaggio (è quello che gli studiosi della storicità dei vangeli usano definire il “criterio dell’imbarazzo”).

Da questa frase così unica (mai essa appare nelle descrizioni del celibato degli autori contemporanei a Gesù) emerge chiaramente il senso ultimo della scelta di Cristo. Essa nasce da una dedizione totale, assoluta ed esclusiva alla predicazione e all’attuazione del regno di Dio. Il celibato cristiano non è fondato su motivi rituali e neppure sull’attesa di un’imminente apocalisse, con la relativa fine del mondo. E’ invece una consacrazione di sé, di tutto il proprio tempo, delle energie e dei pensieri, dell’affetto e dell’amore personale all’impegno del regno di Dio, cioè al progetto divino di pienezza e di pace, di redenzione e di salvezza nei confronti della storia umana. Come scrive uno dei più eminenti esegeti americani, il già citato John P. Meier, il Gesù storico “interpretò il suo celibato come conseguenza di una missione profetica totalizzante nei confronti di Israele”.

In questa linea è da concepire anche la teologia della verginità offerta da san Paolo nel citato capitolo 7 della prima lettera ai Corinzi. Al di là di una diversa formulazione esteriore, legata al contesto in cui l’Apostolo scrive (quello di Corinto, città “erotizzata”) e alla sua personale sensibilità, anche in quella pagina la verginità è vista alla luce del regno di Dio. In una società così depravata, ottusa ed egoista (l’antica Corinto era simile alle nostre città e allo standard di vita contemporaneo), la verginità diventa un segno provocatorio. Non è l’esaltazione di uno stato civile, né di una situazione fisiologica, bensì è agli occhi di Paolo espressione di dedizione assoluta al regno di Dio, all’amore del prossimo, alla libera donazione di sé.

L’Apostolo riconosce che matrimonio e verginità sono entrambi “carismi” (1Cor 7,7), ma la seconda è il segno dello stato ultimo dell’umanià, quando – come si è visto nel dibattito di Gesù con i sadducei – non ci saranno più legami limitati, ma ci sarà un cuor solo e una vita sola in Dio. In un certo senso, anche i coniugi cristiani dovrebbero avere nella loro esistenza matrimoniale un seme di verginità, intesa non come mera astinenza sessuale, ma come desiderio di donazione pura e assoluta per il regno di Dio e la sua giustizia. Così considerati, celibato e verginità non si oppongono al matrimonio. Dopo tutto, Simon Pietro fu sposato, e lo furono prima i profeti e tanti personaggi come lo stesso Giuseppe, padre legale di Gesù. Questi ebbe lo statuto di sposo di Maria, chiamata “sua sposa” (Mt 1,19.20.24); tuttavia, proprio in Giuseppe e Maria s’intrecciano verginità e nuzialità, secondo un modello unico, ideale e perfetto.

Una nota a margine: lo studioso Phipps, da cui siamo partiti, pur argomentando inizialmente in modo legittimo, anche se a nostro avviso discutibile (come abbiamo dimostrato), nel prosieguo del suo libro si lascia tentare dal romanzesco, come è accaduto ad altri autori. Secondo lui, Gesù sposò Maria Maddalena che divenne adultera, anche se suo marito le rimase sempre fedele e innamorato. Infatti, invece di divorziare da lei, la riportò a sé, facendola pentire del suo tradimento. Fu sulla base di questa esperienza che Gesù si convinse che si deve combattere il divorzio. E così via, di fantasia in fantasia (Phipps ci informa persino che Gesù sposò Maria di Magdala prima dei vent’anni!). Il suo è uno dei tanti esempi di una ricerca sulla figura del Gesù storico condotta con apparente libertà da vincoli confessionali e da condizionamenti esternie e che, invece, si rivela affidata a preconcetti personali ben più coartati e devianti. Comme ammoniva Robert Musil (1880-1942) nel suo famoso romanzo L’uomo senza qualità, “non è vero che il ricercatore genuino insegue la verità, è la verità che insegue l’autentico ricercatore”.

[Tratto da Gianfranco Ravasi, “Incontrare il Maestro. Ma voi chi dite che io sia?” (Edizioni San Paolo)]

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Nel 1970 l’importante editore Harper & Row di New York pubblicò un libro che suscitò forti reazioni, così come qualche eco ebbe nel 2012 la scoperta di un tardo (IV sec.) frammento copto, per altro non perspicuo, nel quale sembrava che Cristo si rivolgesse a un’ipotetica “moglie”, Ora, il tema di quel volume era chiaro già nel titolo: Was Jesus married?, cioè “Gesù era sposato?”. L’autore, il teologo protestante William E. Phipps, partendo da un’ampia documentazione biblica e rabbinica, sosteneva che la descrizione tradizionale di un Gesù celibe era frutto solo di una successiva creazione teologica cristiana, dominata da un’idea distorta del sesso (il sottotitolo, infatti, suonava così: The Distortion of Sexuality in the Christian Tradition). A suo avviso, il silenzio del Nuovo Testamento sul matrimonio di Gesà nasceva dal fatto che si dava per scontato che egli fosse sposato, come facevano tutti i maestri giudaici di quel tempo, per i quali il celibato sarebbe stato impensabile e disonorevole.

Diciamo subito che questo argomento ex silentio, come si è soliti dire, è di sua natura ambiguo e può essere ritorto facilmente contro chi lo usa. Infatti, considerata la sorprendente loquacità dei vangeli sulla famiglia d’origine di Gesù, compresi i “fratelli e sorelle”, e sulle donne che lo accompagnavano nel suo ministero pubblico, il silenzio totale su un’eventuale moglie e sui figli ha solo una semplice e ovvia spiegazione. Non ci sono mai stati! Inoltre, argomentare sulla base del fatto che tutti i rabbini del tempo erano regolamente coniugati non è così decisivo per assegnare una moglie a Gesù. E questo per almeno due ragioni.

La prima è di ordine generale e si fonda sul cosiddetto “criterio storico della discontinuità”. Come abbiamo già avuto occasione di dire, Gesù fu certamente uomo del suo tempo, incarnato in una società e in una cultura, in continuità con l’ebraismo a cui apparteneva, ma non al punto da essere un puro e semplice rabbì giudaico, come tenta di proporre una certa rilettura ebraica contemporanea della figura di Cristo. Dopo tutto, non sarebbe stato così aspramente contestato dalle autorità giudaiche di allora, né condannato a morte dal Sinedrio per bestemmia, se fosse stato così tanto ebreo.

La seconda ragione è, invece, più specifica e documentaria. Il giudaismo del I secolo era meno omogeneo e monocromatico di quanto solitamente si immagina. Basta solo rimandare agli Esseni, la corrente giudaica attestata anche a Qumran sul Mar Morto, ove appunto vennero alla luce nel 1947 i documenti di quella comunità. Ebbene, tre testimoni autorevoli e differenti tra loro come lo storico latino Plinio il Vecchio, lo storico ebreo palestinese Giuseppe Flavio e il filosofo ebreo della diaspora ebraica di Alessandria d’Egitto Filone convergono nell’affermare che molti Esseni, se non tutti, erano celibi. Citiamo solo Plinio che nella suaStoria naturale li descrive come “persone che vivono in disparte, senza alcuna donna, avendo rinunciato a ogni amore sessuale […], una razza eterna in cui nessuno nasce” (V,73,1-3). Le motivazioni di questa scelta sono date dagli altri due autori ebrei, Giuseppe Flavio e Filone, e sono varie, di taglio spirituale e teologico (in preparazione all’incontro pieno con Dio), ma anche cultico (purità sacerdotale dell’intera comunità per offrire un culto angelico in un tempio vivente). Non dobbiamo però dimenticare che anche nell’Antico Testamento appare una grande figura di celibe, Geremia, che è costretto da Dio al celibato come segno profetico della fine della vita del popolo ebraico peccatore (16,1-4). Ma è curioso segnalare che nel citato Filone e in altri testi giudaici si fa strada persino l’idea di un Mosè celibe, almeno nella cornice del Sinai, in una solitudine e in un distacco assoluto, illuminato solo dalla presenza divina. Anche Giovanni Battista vive in solitudine nel deserto e a raccogliere il suo cadavere per la sepoltura ci sono solo i discepoli (Mc 6,29) e sappiamo quanto quest’obbligo della sepoltura fosse fondamentale nel giudaismo per moglie e figli del defunto. Anzi, il Talmud ci attesta l’esistenza di un rabbì, Simeon ben Azzai, che giustificava così il suo celibato: “La mia anima è innamorata della Torah. Il mondo può essere portato avanti da altri”.

Questa frase ci permette di inoltrarci nel tema del celibato di Gesù, vedendolo cioè come vocazionale e non come puro e semplice dato anagrafico o mera scelta di astinenza sessuale, diversificandosi in questo da altri celibi pagani di quel secolo, come il filosofo stoico Epitteto e il mistico pitagorico itinerante Apollonio di Tiana, o i vari maestri ambulanti di filosofia cinica. Detto in altri termini, Gesù scelse il celibato non solo per evitare noie e fastidi della vita quotidiana familiare così da essere libero per il suo ministero pubblico, come un po’ fa balenare per sé e per i cristiani di Corinto Paolo quando scrive: “Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come piacere al Signore; lo sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come piacere alla moglie, e si trova diviso!” (1Cor 7,32-34).

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Quale era, allora, la motivazione che reggeva la scelta “vocazionale” celibataria di Gesù? Ci possono essere ragioni sottintese nei vangeli, stimolate anche dalla stessa teologia essena. Ragioni di tipo escatologico (cioè basate sulla tensione verso la pienezza finale della storia), sul modello di quella da lui affermata nella controversia con i sadducei sulla risurrezione dei morti: “Nella risurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli di Dio in cielo” (Mt 22,30). Meno probabili sono ragioni di tipo cultico, cioè di purità rituale, che pure occhieggiano nel contesto escatologico dell’Apocallise: “Questi sono coloro che non si sono contaminati con donne; sono, infatti, vergini” (14,4). In realtà, il riferimento primario dev’essere, invece, cercato in una famosa frase che Gesù pronunzia nel contesto del dibattito sul matrimonio e sul divorzio: “Vi sono eunuchi che nacquero così dal seno della madre, e vi sono eunuchi i quali furono resi tali dagli uomini, e vi sono eunuchi che si resero tali da sé per il [o in vista del] regno dei cieli” (Mt 19,12).

Certo, è possibile che questa frase sia stata messa in bocca a Gesù dall’evangelista per giustificare il celibato religioso volontario praticato da alcuni membri della Chiesa delle origini. Tuttavia è un dato di fatto che “eunuco” ed “evirare” non ricorrono mai in Matteo e il verbo è del tutto assente nell’intero Nuovo Testamento. Si tratta, quindi, di qualcosa di sorprendente e originale, che Matteo ha ereditato da un’antica tradizione orale a lui precedente, per di più in un contesto connesso al tema antitetico del matrimonio. L’immagine del celibe religioso come quella di uno che si evira per il regno dei cieli è violenta e sconvolgente e non può che risalire all’autorità e alla libertà del Gesù storico, spesso non convenzionale e provocatorio nel suo linguaggio (è quello che gli studiosi della storicità dei vangeli usano definire il “criterio dell’imbarazzo”).

Da questa frase così unica (mai essa appare nelle descrizioni del celibato degli autori contemporanei a Gesù) emerge chiaramente il senso ultimo della scelta di Cristo. Essa nasce da una dedizione totale, assoluta ed esclusiva alla predicazione e all’attuazione del regno di Dio. Il celibato cristiano non è fondato su motivi rituali e neppure sull’attesa di un’imminente apocalisse, con la relativa fine del mondo. E’ invece una consacrazione di sé, di tutto il proprio tempo, delle energie e dei pensieri, dell’affetto e dell’amore personale all’impegno del regno di Dio, cioè al progetto divino di pienezza e di pace, di redenzione e di salvezza nei confronti della storia umana. Come scrive uno dei più eminenti esegeti americani, il già citato John P. Meier, il Gesù storico “interpretò il suo celibato come conseguenza di una missione profetica totalizzante nei confronti di Israele”.

In questa linea è da concepire anche la teologia della verginità offerta da san Paolo nel citato capitolo 7 della prima lettera ai Corinzi. Al di là di una diversa formulazione esteriore, legata al contesto in cui l’Apostolo scrive (quello di Corinto, città “erotizzata”) e alla sua personale sensibilità, anche in quella pagina la verginità è vista alla luce del regno di Dio. In una società così depravata, ottusa ed egoista (l’antica Corinto era simile alle nostre città e allo standard di vita contemporaneo), la verginità diventa un segno provocatorio. Non è l’esaltazione di uno stato civile, né di una situazione fisiologica, bensì è agli occhi di Paolo espressione di dedizione assoluta al regno di Dio, all’amore del prossimo, alla libera donazione di sé.

L’Apostolo riconosce che matrimonio e verginità sono entrambi “carismi” (1Cor 7,7), ma la seconda è il segno dello stato ultimo dell’umanià, quando – come si è visto nel dibattito di Gesù con i sadducei – non ci saranno più legami limitati, ma ci sarà un cuor solo e una vita sola in Dio. In un certo senso, anche i coniugi cristiani dovrebbero avere nella loro esistenza matrimoniale un seme di verginità, intesa non come mera astinenza sessuale, ma come desiderio di donazione pura e assoluta per il regno di Dio e la sua giustizia. Così considerati, celibato e verginità non si oppongono al matrimonio. Dopo tutto, Simon Pietro fu sposato, e lo furono prima i profeti e tanti personaggi come lo stesso Giuseppe, padre legale di Gesù. Questi ebbe lo statuto di sposo di Maria, chiamata “sua sposa” (Mt 1,19.20.24); tuttavia, proprio in Giuseppe e Maria s’intrecciano verginità e nuzialità, secondo un modello unico, ideale e perfetto.

Una nota a margine: lo studioso Phipps, da cui siamo partiti, pur argomentando inizialmente in modo legittimo, anche se a nostro avviso discutibile (come abbiamo dimostrato), nel prosieguo del suo libro si lascia tentare dal romanzesco, come è accaduto ad altri autori. Secondo lui, Gesù sposò Maria Maddalena che divenne adultera, anche se suo marito le rimase sempre fedele e innamorato. Infatti, invece di divorziare da lei, la riportò a sé, facendola pentire del suo tradimento. Fu sulla base di questa esperienza che Gesù si convinse che si deve combattere il divorzio. E così via, di fantasia in fantasia (Phipps ci informa persino che Gesù sposò Maria di Magdala prima dei vent’anni!). Il suo è uno dei tanti esempi di una ricerca sulla figura del Gesù storico condotta con apparente libertà da vincoli confessionali e da condizionamenti esternie e che, invece, si rivela affidata a preconcetti personali ben più coartati e devianti. Comme ammoniva Robert Musil (1880-1942) nel suo famoso romanzo L’uomo senza qualità, “non è vero che il ricercatore genuino insegue la verità, è la verità che insegue l’autentico ricercatore”.

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