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Per una riconciliazione liturgica









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di: Andrea Grillo e Zeno Carra

Le Edizioni Dehoniane Bologna hanno pubblicato il 19 giugno 2020 l’e-book Oltre Summorum Pontificum. Per una riconciliazione liturgica possibile, nel quale 6 teologi – oltre ai due curatori, John Baldovin (Boston), Martin Kloeckener (Friburgo), Arnaud Join-Lambert (Lovanio) e Benedikt Kranemann (Erfurt) – scrivendo nella loro lingua madre rispondono a tre domande sugli sviluppi della liturgia cattolica e sulla necessità che venga superato lo «stato di eccezione» che in essa è stato introdotto con il motu proprio Summorum Pontificum (SP). Così la «pace liturgica» sembra ormai possibile solo «oltre» questo documento. Contemporaneamente, una inchiesta, voluta da papa Francesco, ha posto a tutti i vescovi cattolici nove domande sull’impatto di SP sulla vita ecclesiale e sulla formazione. Il libro vuole essere anche un aiuto ai vescovi nel rispondere alle domande del questionario ufficiale. I due curatori spiegano qui di seguito il motivo che li ha spinti a scrivere e a far scrivere il libro. Questi testi non fanno parte del libro, ma sono stati scritti in occasione della presentazione.

Una riconciliazione possibile (z.c.)

Nella stagione ecclesiale presente, in cui diventano sempre più percepibili spaccature, fazioni e schieramenti, in cui spesso le posizioni si decidono prima di pensare seriamente a ciò che c’è in gioco, in cui molto, troppo si stilizza precipitosamente nella dinamica del «pro o contro», suona come appello profetico la parola «riconciliazione».

Essa è stata recentemente invocata dal cardinale Kurt Koch per un ambito che nei moti della vita ecclesiale non è indifferente: la liturgia.

Viene invocata come via necessaria per sanare il tessuto della chiesa, a fronte della costatazione che ciò che voleva essere strumento per la pace ha forse sprigionato effetti indesiderati. Il motu proprio Summorum Pontificum, di tredici anni or sono, voleva essere fattore di più larga accoglienza delle istanze di una parte del popolo di Dio, nonché restituire al suo insieme ciò che si stimava potesse essere risorsa preziosa per la fede e la spiritualità dei cattolici. Si auspicava che la più ampia concessione della celebrazione secondo il messale di Giovanni XXIII potesse giovare alla celebrazione ordinaria secondo il messale romano promulgato da Paolo VI.

Dopo tredici anni la situazione non mostra tanto gli effetti auspicati: in taluni settori del cattolicesimo questa misura legislativa ha fomentato irrigidimento ed oltranzismo; in molti la frequentazione della forma straordinaria spesso non ha contribuito a vivere meglio il regime liturgico ordinario della chiesa, ma ha fatto sorgere o ha acuito il disagio di stare in esso. Taluni sono giunti addirittura ad auspicare che il frutto del provvedimento sia una progressiva sostituzione del novus ordo con il vetus ordo. Anziché costruire pace il motu proprio forse sta contribuendo ad allargare gli strappi nel tessuto della chiesa.

E non può che essere così: se la liturgia fa la chiesa, diverse liturgie fanno diverse chiese. Quel rito che il Concilio Vaticano secondo chiese di riformare, liberalizzato, ora va plasmando relazioni, coscienze, spiritualità ad esso conformi. Allargando il divario con quanto della chiesa il rito riformato va facendo.

Si può sbrigativamente dire: «è stato un errore: si faccia marcia-indietro».

Si può anche tentare di andare avanti, superando quanto ora, a distanza di anni, si vede come fallimentare, e cercando la via per ottemperare all’istanza positiva del provvedimento: ascoltare empaticamente i rilievi delle criticità e migliorare l’esistente. Cercare cioè la via della riconciliazione che sola, nei conflitti, riapre la strada.

L’e-book plurilingue che esce oggi a firma di sei autori si colloca proprio qui: mette a tema l’idea di «riconciliazione liturgica» e abbozza vie possibili per una riconciliazione che si vuole ecclesiale. Ma soprattutto i sei autori, da percorsi e prospettive diverse, riconoscendosi reciprocamente e mettendo in comune idee non sempre componibili, tentano un esercizio in atto di quell’ascolto reciproco e dialogo senza i quali nessuna riconciliazione è possibile. (z.c.)

Una riconciliazione bene intesa (a.g.)

Nel libro si tratta di riprendere le fila di una “pace liturgica” che esige uno sguardo lungimirante, non solo verso il futuro, ma anche verso il passato. Vi è stata, infatti, una recente stagione nella disciplina liturgica ecclesiale, nella quale si è potuto ritenere che la «pace» fosse generata dal riconoscere a ciascuno il diritto di celebrare come voleva. Non era difficile prevedere che, mediante uno strumento concepito come «esercizio di libertà», si sarebbe generata la possibilità di «immunizzarsi dalla riforma liturgica».

Ora, ed è qui il punto nevralgico di tutta questa vicenda, lo strumento della «pace liturgica» non può essere diverso dal Concilio Vaticano II e dalla sua attuazione. Lungimiranza vuole che si riconosca apertamente, ed universalmente, che la via verso la «pace» passa attraverso la recezione del Concilio, non attraverso la sua elisione, la sua rimozione o addirittura la sua contestazione.

Per questo il libro offre un quadro molto articolato degli stili e delle modalità con cui viene pensata oggi questa opera di «riconciliazione», che il Concilio Vaticano II ha inaugurato, e alla cui scuola occorre proseguire. Perciò non è esagerato riconoscere come «stato di eccezione» la condizione ecclesiale che è stata generata dal MP Summorum Pontificum: per 13 anni, dal 2007, la concessione di una «duplice forma» del rito romano ha introdotto un rischioso parallelismo tra forme, che non ha portato la pace, ma la guerra: e dietro le liturgie diverse si celavano spesso diverse chiese.

Per uscire dallo stato di eccezione bisogna fare tre passaggi, che costano non poco:

bisogna ammettere che la forma del rito romano può essere sincronicamente solo una, mentre diacronicamente se ne possono contare diverse;

bisogna spostare la tensione dalla differenza tra due forme conflittuali ai diversi registri interni ad un’unica forma, che meritano di essere valorizzati;

occorre riconoscere che, per affrontare tali questioni, non sono sufficienti motivi di «contenuto», ma anche cura e attenzione per le dimensioni «formali», «rituali» e «simboliche» della tradizione.

«Pace liturgica» non è né la rivendicazione di restare immuni dal Concilio, né la pretesa che la approvazione dei nuovi ordines abbia risolto la «questione liturgica». Se riconosciamo che la nostra incapacità rituale risale almeno ad A. Rosmini e a P. Guéranger, che già la denunciavano nella prima metà del 1800, non ci illuderemo di aver risolto la questione né sostituendo ai riti del 1969 quelli del 1962, né accettando che possano agire in parallelo gli uni e gli altri.

Ci resta solo una via: la recezione comune di un’unica forma rituale, la cui forma verbale e forma simbolica sappia assumere una nuova evidenza e una nuova autorità nel corpo ecclesiale. Per uscire dallo stato di eccezione occorre restituire autorità alla forma rituale comune e ai vescovi che ne custodiscono la efficacia formale e sostanziale.

Un forma del rito romano, su cui un vescovo diocesano non possa esercitare la propria autorità, è appunto il frutto e insieme la causa di quello «stato di eccezione» che chiede oggi di essere superato. In questa direzione si muovono, con diversi stili e linguaggi, i brevi ma preziosi saggi di questo volume. (a.g.)

Originale: Settimana News
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Le Edizioni Dehoniane Bologna hanno pubblicato il 19 giugno 2020 l’e-book Oltre Summorum Pontificum. Per una riconciliazione liturgica possibile, nel quale 6 teologi – oltre ai due curatori, John Baldovin (Boston), Martin Kloeckener (Friburgo), Arnaud Join-Lambert (Lovanio) e Benedikt Kranemann (Erfurt) – scrivendo nella loro lingua madre rispondono a tre domande sugli sviluppi della liturgia cattolica e sulla necessità che venga superato lo «stato di eccezione» che in essa è stato introdotto con il motu proprio Summorum Pontificum (SP). Così la «pace liturgica» sembra ormai possibile solo «oltre» questo documento. Contemporaneamente, una inchiesta, voluta da papa Francesco, ha posto a tutti i vescovi cattolici nove domande sull’impatto di SP sulla vita ecclesiale e sulla formazione. Il libro vuole essere anche un aiuto ai vescovi nel rispondere alle domande del questionario ufficiale. I due curatori spiegano qui di seguito il motivo che li ha spinti a scrivere e a far scrivere il libro. Questi testi non fanno parte del libro, ma sono stati scritti in occasione della presentazione.

Una riconciliazione possibile (z.c.)

Nella stagione ecclesiale presente, in cui diventano sempre più percepibili spaccature, fazioni e schieramenti, in cui spesso le posizioni si decidono prima di pensare seriamente a ciò che c’è in gioco, in cui molto, troppo si stilizza precipitosamente nella dinamica del «pro o contro», suona come appello profetico la parola «riconciliazione».

Essa è stata recentemente invocata dal cardinale Kurt Koch per un ambito che nei moti della vita ecclesiale non è indifferente: la liturgia.

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Viene invocata come via necessaria per sanare il tessuto della chiesa, a fronte della costatazione che ciò che voleva essere strumento per la pace ha forse sprigionato effetti indesiderati. Il motu proprio Summorum Pontificum, di tredici anni or sono, voleva essere fattore di più larga accoglienza delle istanze di una parte del popolo di Dio, nonché restituire al suo insieme ciò che si stimava potesse essere risorsa preziosa per la fede e la spiritualità dei cattolici. Si auspicava che la più ampia concessione della celebrazione secondo il messale di Giovanni XXIII potesse giovare alla celebrazione ordinaria secondo il messale romano promulgato da Paolo VI.

Dopo tredici anni la situazione non mostra tanto gli effetti auspicati: in taluni settori del cattolicesimo questa misura legislativa ha fomentato irrigidimento ed oltranzismo; in molti la frequentazione della forma straordinaria spesso non ha contribuito a vivere meglio il regime liturgico ordinario della chiesa, ma ha fatto sorgere o ha acuito il disagio di stare in esso. Taluni sono giunti addirittura ad auspicare che il frutto del provvedimento sia una progressiva sostituzione del novus ordo con il vetus ordo. Anziché costruire pace il motu proprio forse sta contribuendo ad allargare gli strappi nel tessuto della chiesa.

E non può che essere così: se la liturgia fa la chiesa, diverse liturgie fanno diverse chiese. Quel rito che il Concilio Vaticano secondo chiese di riformare, liberalizzato, ora va plasmando relazioni, coscienze, spiritualità ad esso conformi. Allargando il divario con quanto della chiesa il rito riformato va facendo.

Si può sbrigativamente dire: «è stato un errore: si faccia marcia-indietro».

Si può anche tentare di andare avanti, superando quanto ora, a distanza di anni, si vede come fallimentare, e cercando la via per ottemperare all’istanza positiva del provvedimento: ascoltare empaticamente i rilievi delle criticità e migliorare l’esistente. Cercare cioè la via della riconciliazione che sola, nei conflitti, riapre la strada.

L’e-book plurilingue che esce oggi a firma di sei autori si colloca proprio qui: mette a tema l’idea di «riconciliazione liturgica» e abbozza vie possibili per una riconciliazione che si vuole ecclesiale. Ma soprattutto i sei autori, da percorsi e prospettive diverse, riconoscendosi reciprocamente e mettendo in comune idee non sempre componibili, tentano un esercizio in atto di quell’ascolto reciproco e dialogo senza i quali nessuna riconciliazione è possibile. (z.c.)

Una riconciliazione bene intesa (a.g.)

Nel libro si tratta di riprendere le fila di una “pace liturgica” che esige uno sguardo lungimirante, non solo verso il futuro, ma anche verso il passato. Vi è stata, infatti, una recente stagione nella disciplina liturgica ecclesiale, nella quale si è potuto ritenere che la «pace» fosse generata dal riconoscere a ciascuno il diritto di celebrare come voleva. Non era difficile prevedere che, mediante uno strumento concepito come «esercizio di libertà», si sarebbe generata la possibilità di «immunizzarsi dalla riforma liturgica».

Ora, ed è qui il punto nevralgico di tutta questa vicenda, lo strumento della «pace liturgica» non può essere diverso dal Concilio Vaticano II e dalla sua attuazione. Lungimiranza vuole che si riconosca apertamente, ed universalmente, che la via verso la «pace» passa attraverso la recezione del Concilio, non attraverso la sua elisione, la sua rimozione o addirittura la sua contestazione.

Per questo il libro offre un quadro molto articolato degli stili e delle modalità con cui viene pensata oggi questa opera di «riconciliazione», che il Concilio Vaticano II ha inaugurato, e alla cui scuola occorre proseguire. Perciò non è esagerato riconoscere come «stato di eccezione» la condizione ecclesiale che è stata generata dal MP Summorum Pontificum: per 13 anni, dal 2007, la concessione di una «duplice forma» del rito romano ha introdotto un rischioso parallelismo tra forme, che non ha portato la pace, ma la guerra: e dietro le liturgie diverse si celavano spesso diverse chiese.

Per uscire dallo stato di eccezione bisogna fare tre passaggi, che costano non poco:

bisogna ammettere che la forma del rito romano può essere sincronicamente solo una, mentre diacronicamente se ne possono contare diverse;

bisogna spostare la tensione dalla differenza tra due forme conflittuali ai diversi registri interni ad un’unica forma, che meritano di essere valorizzati;

occorre riconoscere che, per affrontare tali questioni, non sono sufficienti motivi di «contenuto», ma anche cura e attenzione per le dimensioni «formali», «rituali» e «simboliche» della tradizione.

«Pace liturgica» non è né la rivendicazione di restare immuni dal Concilio, né la pretesa che la approvazione dei nuovi ordines abbia risolto la «questione liturgica». Se riconosciamo che la nostra incapacità rituale risale almeno ad A. Rosmini e a P. Guéranger, che già la denunciavano nella prima metà del 1800, non ci illuderemo di aver risolto la questione né sostituendo ai riti del 1969 quelli del 1962, né accettando che possano agire in parallelo gli uni e gli altri.

Ci resta solo una via: la recezione comune di un’unica forma rituale, la cui forma verbale e forma simbolica sappia assumere una nuova evidenza e una nuova autorità nel corpo ecclesiale. Per uscire dallo stato di eccezione occorre restituire autorità alla forma rituale comune e ai vescovi che ne custodiscono la efficacia formale e sostanziale.

Un forma del rito romano, su cui un vescovo diocesano non possa esercitare la propria autorità, è appunto il frutto e insieme la causa di quello «stato di eccezione» che chiede oggi di essere superato. In questa direzione si muovono, con diversi stili e linguaggi, i brevi ma preziosi saggi di questo volume. (a.g.)

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