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Per i giovani solo lavoro precario: e la Chiesa cosa dice?

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«Tra i tanti richiami che il Papa e i vescovi fanno su tanti argomenti – chiede una lettrice – , non potrebbero insistere di più sulla necessità di dare ai giovani un futuro migliore?». Risponde don Leonardo Salutati, docente di pastorale sociale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Scusatemi uno sfogo: sono nonna e vedo i miei nipoti che si danno da fare per trovare lavoro ma gli vengono proposte condizioni disumane: precarietà, lavoro tutti i giorni compresa la domenica, orari e stipendi che rendono difficile pensare di creare una famiglia. La Chiesa cosa dice su questo? Tra i tanti richiami che il Papa e i vescovi fanno su tanti argomenti, non potrebbero insistere di più sulla necessità di dare ai giovani un futuro migliore?

Anna Detti

La Chiesa, a cominciare dall’enciclica Rerum novarum, di cui il 15 maggio ricorrono 125 anni dalla promulgazione, ha offerto alla società innumerevoli insegnamenti e suggerimenti riguardo al lavoro, richiamando espressamente quelli che sono i diritti e i doveri degli uomini e prendendo tante volte le difese dei lavoratori ingiustamente sfruttati o non adeguatamente al centro delle politiche economiche della società.

In particolare Giovanni Paolo II, nel 1981 in occasione del 90° anniversario di Rerum novarum, ha dedicato un’intera enciclica sul tema del lavoro, la Laborem exercens. Tale riflessione denuncia la condizione dell’uomo immerso nelle questioni e nei conflitti sociali del tempo, legati soprattutto al problema del lavoro che, purtroppo, continuano oggi ad essere presenti, pur in forme diverse. Nel riscontrare una opposizione tra classe lavoratrice e datori di lavoro che, a partire dall’epoca della prima industrializzazione si è manifestata in modo sempre più marcata, il papa ricorda che tale contrapposizione non è nella natura delle cose e nel richiamare il «principio sempre insegnato dalla Chiesa… della priorità del “lavoro” nei confronti del “capitale” che riguarda direttamente il processo stesso di produzione», ricorda che tale principio «è verità evidente che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo» e che, pertanto, lavoratori e datori di lavoro dovrebbero «semmai essere associati in nuove forme di partecipazione e di cointeressamento» (LE 12), in funzione del bene di tutti e di ciascuno. Tale risultato può essere conseguito con il costante impegno per una sapiente programmazione economica, rispettosa della dignità e della libertà dell’uomo.

Un obiettivo indubbiamente alto, complesso e difficoltoso, per il quale il Papa non manca di ricordare a tutti i soggetti coinvolti la necessità di rivolgersi al mistero pasquale del Cristo crocifisso e risorto, per attingere l’ispirazione e la forza necessarie alla sua realizzazione (LE 27).

Giovanni Paolo II precisa ulteriormente il suo pensiero elaborando il concetto di «datore di lavoro indiretto» in cui risiede il compito della formulazione di un’adeguata programmazione economica. Con questa espressione intende «sia le persone sia le istituzioni di vario tipo, come anche i contratti collettivi di lavoro e i principi di comportamento, stabiliti da queste persone ed istituzioni, i quali determinano tutto il sistema socio-economico» e condizionano «in tal modo il comportamento del datore di lavoro diretto, quando quest’ultimo determina concretamente il contratto ed i rapporti di lavoro» (LE 17). Al «datore di lavoro indiretto» il Papa attribuisce l’obbligo morale «di agire contro la disoccupazione, la quale è in ogni caso un male e (…) una vera calamità sociale. Essa diventa un problema particolarmente doloroso, quando vengono colpiti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati mediante un’appropriata formazione culturale, tecnica e professionale, non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità» (LE 18).

Parole e concetti chiari che sono stati ripresi più volte e in più occasioni dai suoi successori, ma anche da tanti cristiani, uomini e donne di buona volontà, impegnati a vari livelli nella realizzazione di una società equa per tutti, fino all’attuale pontefice, papa Francesco che a più riprese ha ribadito che: «Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti… e in particolare i giovani devono poter coltivare la fiducia che i loro sforzi, il loro entusiasmo, l’investimento delle loro energie e delle loro risorse non saranno inutili» (dic. 2015).

Anche Papa Francesco, consapevole della complessità della questione, non ha mancato di invitare tutti a pregare il Signore che illumini i responsabili, assicurando ai giovani la sua preghiera perché questi giovani «sono… la nostra carne, sono la nostra carne di Cristo», da Cristo redenta con il suo sacrificio e il suo sangue.

La Chiesa dunque ha detto e dice molto sul lavoro e sulla sua dignità e fa proprie le preoccupazioni, i sogni, le speranze dei giovani che, insieme alla questione del lavoro, sono da sempre al centro della sua attenzione.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Scusatemi uno sfogo: sono nonna e vedo i miei nipoti che si danno da fare per trovare lavoro ma gli vengono proposte condizioni disumane: precarietà, lavoro tutti i giorni compresa la domenica, orari e stipendi che rendono difficile pensare di creare una famiglia. La Chiesa cosa dice su questo? Tra i tanti richiami che il Papa e i vescovi fanno su tanti argomenti, non potrebbero insistere di più sulla necessità di dare ai giovani un futuro migliore?

Anna Detti

La Chiesa, a cominciare dall’enciclica Rerum novarum, di cui il 15 maggio ricorrono 125 anni dalla promulgazione, ha offerto alla società innumerevoli insegnamenti e suggerimenti riguardo al lavoro, richiamando espressamente quelli che sono i diritti e i doveri degli uomini e prendendo tante volte le difese dei lavoratori ingiustamente sfruttati o non adeguatamente al centro delle politiche economiche della società.

In particolare Giovanni Paolo II, nel 1981 in occasione del 90° anniversario di Rerum novarum, ha dedicato un’intera enciclica sul tema del lavoro, la Laborem exercens. Tale riflessione denuncia la condizione dell’uomo immerso nelle questioni e nei conflitti sociali del tempo, legati soprattutto al problema del lavoro che, purtroppo, continuano oggi ad essere presenti, pur in forme diverse. Nel riscontrare una opposizione tra classe lavoratrice e datori di lavoro che, a partire dall’epoca della prima industrializzazione si è manifestata in modo sempre più marcata, il papa ricorda che tale contrapposizione non è nella natura delle cose e nel richiamare il «principio sempre insegnato dalla Chiesa… della priorità del “lavoro” nei confronti del “capitale” che riguarda direttamente il processo stesso di produzione», ricorda che tale principio «è verità evidente che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo» e che, pertanto, lavoratori e datori di lavoro dovrebbero «semmai essere associati in nuove forme di partecipazione e di cointeressamento» (LE 12), in funzione del bene di tutti e di ciascuno. Tale risultato può essere conseguito con il costante impegno per una sapiente programmazione economica, rispettosa della dignità e della libertà dell’uomo.

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Giovanni Paolo II precisa ulteriormente il suo pensiero elaborando il concetto di «datore di lavoro indiretto» in cui risiede il compito della formulazione di un’adeguata programmazione economica. Con questa espressione intende «sia le persone sia le istituzioni di vario tipo, come anche i contratti collettivi di lavoro e i principi di comportamento, stabiliti da queste persone ed istituzioni, i quali determinano tutto il sistema socio-economico» e condizionano «in tal modo il comportamento del datore di lavoro diretto, quando quest’ultimo determina concretamente il contratto ed i rapporti di lavoro» (LE 17). Al «datore di lavoro indiretto» il Papa attribuisce l’obbligo morale «di agire contro la disoccupazione, la quale è in ogni caso un male e (…) una vera calamità sociale. Essa diventa un problema particolarmente doloroso, quando vengono colpiti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati mediante un’appropriata formazione culturale, tecnica e professionale, non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità» (LE 18).

Parole e concetti chiari che sono stati ripresi più volte e in più occasioni dai suoi successori, ma anche da tanti cristiani, uomini e donne di buona volontà, impegnati a vari livelli nella realizzazione di una società equa per tutti, fino all’attuale pontefice, papa Francesco che a più riprese ha ribadito che: «Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti… e in particolare i giovani devono poter coltivare la fiducia che i loro sforzi, il loro entusiasmo, l’investimento delle loro energie e delle loro risorse non saranno inutili» (dic. 2015).

Anche Papa Francesco, consapevole della complessità della questione, non ha mancato di invitare tutti a pregare il Signore che illumini i responsabili, assicurando ai giovani la sua preghiera perché questi giovani «sono… la nostra carne, sono la nostra carne di Cristo», da Cristo redenta con il suo sacrificio e il suo sangue.

La Chiesa dunque ha detto e dice molto sul lavoro e sulla sua dignità e fa proprie le preoccupazioni, i sogni, le speranze dei giovani che, insieme alla questione del lavoro, sono da sempre al centro della sua attenzione.

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