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Penitenza: la pratica della “terza forma”

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di: Matteo Cavani

In occasione del Natale, il vescovo di Modena Erio Castellucci ha concesso alle parrocchie la possibilità di celebrare il rito della penitenza con confessione e assoluzione generale, la cosiddetta “terza forma”.

La parrocchia di cui sono parroco – insieme ad almeno un’altra decina di parrocchie della diocesi – ha scelto di avvalersi di questa possibilità e ha organizzato la celebrazione nei giorni immediatamente precedenti il Natale. È stata una vera e propria sorpresa.

L’attesa e la celebrazione

Prima di tutto, per il numero di persone che hanno partecipato. La chiesa ha registrato un’affluenza che era difficile immaginare. Tutti coloro che potevano entrare (considerate le attuali limitazioni) sono entrati, altri sono rimasti all’esterno. Già verso le 18,30 – la celebrazione iniziava alle ore 19 – si sentiva che l’aria era elettrica e che la partecipazione sarebbe stata significativa. Man mano che i minuti passavano la chiesa si riempiva come nelle occasioni particolarmente sentite. Nessuno si sarebbe mai aspettato una risposta di tale entità.

Evidentemente il desiderio di celebrare la misericordia del Signore e ricevere il perdono è un aspetto molto presente nel popolo di Dio.

L’assemblea ordinata e silenziosa ha celebrato – e questo è il secondo aspetto – con grande intensità. C’era il desiderio palpabile di essere lì, un desiderio favorito sicuramente dalla mancanza di altre proposte in questo tempo, ma una voglia reale di celebrare un sacramento importante in modo nuovo. È stato sorprendente vedere famiglie, adulti, giovani e anziani partecipi e raccolti da una stessa consapevolezza: essere bisognosi di misericordia, insieme, lasciando cadere quel “velo di vergogna” che rischia di ancorarci al nostro peccato, piuttosto che alla fiducia nel perdono del Signore.

Ha scritto una persona che era presente: «Mentre nella confessione individuale prevale la miseria della nostra umanità, stasera la debolezza di ciascuno confessata comunitariamente ha fatto risuonare la parola di san Paolo “Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza per fare a tutti misericordia” e soprattutto “dalla debolezza trarrà la forza”… Alla fine, siamo tutti nella stessa barchetta in preda alla bufera. Però siamo ancora qui tutti insieme. “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”».

Una forma penitenziale prevista e… applicata

Celebrare in questo modo la misericordia è stata anche e soprattutto – terzo aspetto – una promessa mantenuta dalla chiesa che, nel Vaticano II, ha riformato il rito del sacramento della penitenza. La forma utilizzata, infatti, è quella presente nell’edizione del Rito della penitenza del 1974. Si tratta quindi di una novità fino ad un certo punto. Come è accaduto spesso nella storia della Chiesa, i concili vengono recepiti dopo cinquant’anni dalla loro celebrazione ed è questo il tempo maturo per continuare a percorre questa strada.

Il vescovo nel decreto che dà la possibilità di celebrare la liturgia comunitaria con la confessione e assoluzione generale nel tempo natalizio scrive: «La possibilità di attivare la “terza forma” del rito della penitenza, in un contesto come questo, può diventare non solo un esempio pubblico di prudenza, ma anche e soprattutto un’occasione per sottolineare come il sacramento della penitenza non si possa ridurre a un gesto individuale rapido (la “confessione di Natale”) e per aiutare a comprendere che il perdono di Dio richiede e comporta un cammino di conversione insieme alla comunità cristiana.

Il fatto che l’assoluzione collettiva orienti ad una successiva confessione personale può mettere in moto un “processo” virtuoso che, se adeguatamente introdotto da una catechesi adatta, integra meglio gli elementi del sacramento in un ordine diverso e con un respiro più ampio».

Alla luce di queste parole si potrebbe pensare, ad esempio, un itinerario penitenziale quaresimale scandito da una liturgia penitenziale il mercoledì delle ceneri, a cui segue la possibilità di avere un dialogo con il ministro durante il tempo quaresimale, per concludere con una liturgia con assoluzione (generale o individuale?) all’inizio della settimana santa. Il cammino quaresimale potrebbe essere accompagnato da una riflessione che coinvolga tutta la parrocchia sul sacramento della penitenza come «seconda tavola di salvezza dopo il battesimo» (prefazio della penitenza) per celebrare in pienezza la Pasqua.

Ha scritto un’altra persona presente alla celebrazione: «La liturgia che abbiamo vissuto è tra le cose molto positive di questo bruttissimo virus».

Questo modo di celebrare la cosiddetta “terza forma” nulla toglie alla “prima forma” (la celebrazione individuale), ma apre un’altra strada con la quale celebrare la misericordia del Signore. Forse si tratta davvero di un nuovo vaccino per potere permettere a tanti di avvicinarsi alla medicina della misericordia.

  • Matteo Cavani è parroco e docente di teologia morale.
Originale: Settimana News
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In occasione del Natale, il vescovo di Modena Erio Castellucci ha concesso alle parrocchie la possibilità di celebrare il rito della penitenza con confessione e assoluzione generale, la cosiddetta “terza forma”.

La parrocchia di cui sono parroco – insieme ad almeno un’altra decina di parrocchie della diocesi – ha scelto di avvalersi di questa possibilità e ha organizzato la celebrazione nei giorni immediatamente precedenti il Natale. È stata una vera e propria sorpresa.

L’attesa e la celebrazione

Prima di tutto, per il numero di persone che hanno partecipato. La chiesa ha registrato un’affluenza che era difficile immaginare. Tutti coloro che potevano entrare (considerate le attuali limitazioni) sono entrati, altri sono rimasti all’esterno. Già verso le 18,30 – la celebrazione iniziava alle ore 19 – si sentiva che l’aria era elettrica e che la partecipazione sarebbe stata significativa. Man mano che i minuti passavano la chiesa si riempiva come nelle occasioni particolarmente sentite. Nessuno si sarebbe mai aspettato una risposta di tale entità.

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Evidentemente il desiderio di celebrare la misericordia del Signore e ricevere il perdono è un aspetto molto presente nel popolo di Dio.

L’assemblea ordinata e silenziosa ha celebrato – e questo è il secondo aspetto – con grande intensità. C’era il desiderio palpabile di essere lì, un desiderio favorito sicuramente dalla mancanza di altre proposte in questo tempo, ma una voglia reale di celebrare un sacramento importante in modo nuovo. È stato sorprendente vedere famiglie, adulti, giovani e anziani partecipi e raccolti da una stessa consapevolezza: essere bisognosi di misericordia, insieme, lasciando cadere quel “velo di vergogna” che rischia di ancorarci al nostro peccato, piuttosto che alla fiducia nel perdono del Signore.

Ha scritto una persona che era presente: «Mentre nella confessione individuale prevale la miseria della nostra umanità, stasera la debolezza di ciascuno confessata comunitariamente ha fatto risuonare la parola di san Paolo “Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza per fare a tutti misericordia” e soprattutto “dalla debolezza trarrà la forza”… Alla fine, siamo tutti nella stessa barchetta in preda alla bufera. Però siamo ancora qui tutti insieme. “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”».

Una forma penitenziale prevista e… applicata

Celebrare in questo modo la misericordia è stata anche e soprattutto – terzo aspetto – una promessa mantenuta dalla chiesa che, nel Vaticano II, ha riformato il rito del sacramento della penitenza. La forma utilizzata, infatti, è quella presente nell’edizione del Rito della penitenza del 1974. Si tratta quindi di una novità fino ad un certo punto. Come è accaduto spesso nella storia della Chiesa, i concili vengono recepiti dopo cinquant’anni dalla loro celebrazione ed è questo il tempo maturo per continuare a percorre questa strada.

Il vescovo nel decreto che dà la possibilità di celebrare la liturgia comunitaria con la confessione e assoluzione generale nel tempo natalizio scrive: «La possibilità di attivare la “terza forma” del rito della penitenza, in un contesto come questo, può diventare non solo un esempio pubblico di prudenza, ma anche e soprattutto un’occasione per sottolineare come il sacramento della penitenza non si possa ridurre a un gesto individuale rapido (la “confessione di Natale”) e per aiutare a comprendere che il perdono di Dio richiede e comporta un cammino di conversione insieme alla comunità cristiana.

Il fatto che l’assoluzione collettiva orienti ad una successiva confessione personale può mettere in moto un “processo” virtuoso che, se adeguatamente introdotto da una catechesi adatta, integra meglio gli elementi del sacramento in un ordine diverso e con un respiro più ampio».

Alla luce di queste parole si potrebbe pensare, ad esempio, un itinerario penitenziale quaresimale scandito da una liturgia penitenziale il mercoledì delle ceneri, a cui segue la possibilità di avere un dialogo con il ministro durante il tempo quaresimale, per concludere con una liturgia con assoluzione (generale o individuale?) all’inizio della settimana santa. Il cammino quaresimale potrebbe essere accompagnato da una riflessione che coinvolga tutta la parrocchia sul sacramento della penitenza come «seconda tavola di salvezza dopo il battesimo» (prefazio della penitenza) per celebrare in pienezza la Pasqua.

Ha scritto un’altra persona presente alla celebrazione: «La liturgia che abbiamo vissuto è tra le cose molto positive di questo bruttissimo virus».

Questo modo di celebrare la cosiddetta “terza forma” nulla toglie alla “prima forma” (la celebrazione individuale), ma apre un’altra strada con la quale celebrare la misericordia del Signore. Forse si tratta davvero di un nuovo vaccino per potere permettere a tanti di avvicinarsi alla medicina della misericordia.

  • Matteo Cavani è parroco e docente di teologia morale.
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