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Penelope alla Guerra, Bur, 2008

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                                                              Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione. Perché la delusione è  un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po’ di sollievo ammettiamolo, ma che di rado s’accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono.

Oriana Fallaci

 

Penelope alla Guerra.

A mia madre

sNon ho letto tutto della Fallaci, se non ai tempi di scuola – anni 80 – , e di momenti storici e culturali nel frattempo ne sono passati molti. La nostra scrittrice nel intanto ha persino lasciato questo mondo. Però il suo spirito non ci lascerà mai perché è ormai acquisito il concetto di una giornalista dotata di profonda passione per la vita, una società civile e un geloso rispetto della dignità della persona umana. Lei è stata un’osservatrice fra le più attente, indomite e vivaci di fronte agli avvenimenti internazionali, cos’ come ai fatti di costume. La Fallaci ha saputo comprendere in un modo unico la realtà caleidoscopica del momento e leggere oggi i suoi articoli, le sue interviste e i suoi libri – nati dall’esperienza giornalistica – (Il sesso inutile, Se il sole muore, Niente e così sia, Un uomo, Insciallah, Intervista con la storia) è per il lettore contemporaneo come avere tra le mani delle perle rare dal valore inestimabile.

È anche grazie a lei che oggi possiamo capire più in profondità qualcosa della società di questo nostro tempo, attraverso quelli che dal costume alla politica e dalla cronaca alla storia ne sono stati più o meno i consapevoli protagonisti. Rispolverare e guardare con occhi più analitici i contenuti – spesso all’indice e scomodi – dei libri in cui la Fallaci ha raccolto le sue «interviste -», apparse sempre inizialmente su settimanali, ma organicamente concepite ogni volta in funzione del volume e sempre scritte con una straordinaria indipendenza di giudizio, sono oggi una rara miniera per intuire le possibile antinomie mai sepolte del nostro presente internazionale. Sul genere «intervista» si potrebbe avviare un lungo discorso. Certi nostri rotocalchi ne fanno il loro punto di forza, ed a ragione. Tuttavia si ha molto spesso l’impressione, che a questo particolare tipo d’inchiesta presieda ormai un particolare rituale di convenzioni e regole così rigidamente fissate e applicate che finiscono col renderle

quasi intercambiabili. Con i pezzi di Oriana Fallaci tutto ciò non avviene, per fortuna, e forse proprio questo è uno dei segreti primari delle sue capacità di giornalista. Perché un’intervista della Fallaci uno potrebbe anche ingegnarsi a scomporla nel suo meccanismo, ma troverebbe non solo sempre un personaggio autonomo ma soprattutto – agghiacciante sorpresa – troviamo come una narratrice sempre diversa. La Fallaci ha la insolita dote di svestirsi lei per prima di tutti gli eventuali apriori che potrebbero disturbare l’oggettiva immagine, che lei si appresta a donare ai suoi lettori, degli usurati cliché correnti. E’, anche, che sulla «giornalista» c’è un’

assidua pressione della «narratrice»: non intesa nella più convenzionale accezione di personalità dotata di fantasia romanzesca, ma nel senso di personalità applicata a penetrare all’interno dei valori apparenti e volta a scoprire i nodi focali di una figura rappresentativa o i punti nascosti di un caso umano. Di più, nell’incontro con la figura Oriana Fallaci porta il suo impegno, la sua curiosità professionale e umana, aggiungerei la sua rabbia, e questo alla fine, diventa la sinopia che articola dal interno i capitoli di ogni suo libro e ad essi conferisce unità.

Penelope alla guerra – la sua protagonista – quanto più è implacabile tanto più scopre, improvvisamente, certi inaspettati risvolti umani e persino, sentimentali.

Questa vicenda – così moderna per il suo tempo, 1976 – é spietata e drammatica e, se vogliamo guardarla da un certo punto di vista un po’ particolare, anche così «cinica», ha la sua punta di forza proprio nella carica dei sentimenti, in quella lezione di onestà e di lealtà che vien fuori nel finale e illumina, a ritroso, l’intera storia.

E sotto questo aspetto pochi titoli sono così calzanti come questo di Penelope alla guerra e ci suggeriscono la chiave in cui va letto il romanzo, con quel senso di femminilità e d’aggressività insieme ch’emana dal personaggio principale, e quella mistione di tenero e vorace che durante l’arco della vicenda la Fallaci sa così bene

amalgamare in un impasto di situazioni e di scrittura d’una rara capacità di presa sulla realtà.

Inviata da un produttore cinematografico per due mesi a New York a familiarizzarsi con l’ambiente dall’interno e cavarne un soggetto per un film, la ragazza Giovanna detta Giò parte con l’euforia di conoscere un mondo diverso dal quale è stata sempre affascinata ma forse, inconsciamente, anche con la speranza di ritrovare

Richard, un americano che, militare negli anni di guerra, trovò rifugio nella loro casa e fece innamorare di sé la ragazzina che lei era allora. E, nonostante abbia occhi lucidi e «virili», il primo impatto con l’America e la sua meccanizzazione sembra combaciare con la nozione che di quel paese Giò ingenuamente si porta dentro, e sul momento non incrina il suo entusiasmo. Ma poi succede – proprio come succede nei romanzi, e nella vita – che Giò ritrovi anche Richard, e che riprenda su altre basi quel lontano legame adolescenziale idealizzato in tutto questo tempo e proprio tramite l’inibito Richard lo scontro con la realtà si fa aspro e umiliante. La giovane donna se ne ritorna a Roma, al termine dei due mesi vissuti nella «favolosa» America, portandosi appresso le ferite d’una sconfitta che forse travalicano la sua qualità di donna e sono le ferite d’una creatura umana che ha sperimentato, pagando di persona, più che l’inconciliabilità di due mondi l’inconciliabilità fra noi e noi stessi.

Siamo di fronte a un libro violento e tenero, spregiudicato e moralistico, crudele e appassionato, disperato e ottimista, tutte vette sublimi di quella prestigiosa personalità che fu Oriana Fallaci.

Egidia Simonetti

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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Penelope alla Guerra, Bur, 2008

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Oriana Fallaci

 

Penelope alla Guerra.

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sNon ho letto tutto della Fallaci, se non ai tempi di scuola – anni 80 – , e di momenti storici e culturali nel frattempo ne sono passati molti. La nostra scrittrice nel intanto ha persino lasciato questo mondo. Però il suo spirito non ci lascerà mai perché è ormai acquisito il concetto di una giornalista dotata di profonda passione per la vita, una società civile e un geloso rispetto della dignità della persona umana. Lei è stata un’osservatrice fra le più attente, indomite e vivaci di fronte agli avvenimenti internazionali, cos’ come ai fatti di costume. La Fallaci ha saputo comprendere in un modo unico la realtà caleidoscopica del momento e leggere oggi i suoi articoli, le sue interviste e i suoi libri – nati dall’esperienza giornalistica – (Il sesso inutile, Se il sole muore, Niente e così sia, Un uomo, Insciallah, Intervista con la storia) è per il lettore contemporaneo come avere tra le mani delle perle rare dal valore inestimabile.

È anche grazie a lei che oggi possiamo capire più in profondità qualcosa della società di questo nostro tempo, attraverso quelli che dal costume alla politica e dalla cronaca alla storia ne sono stati più o meno i consapevoli protagonisti. Rispolverare e guardare con occhi più analitici i contenuti – spesso all’indice e scomodi – dei libri in cui la Fallaci ha raccolto le sue «interviste -», apparse sempre inizialmente su settimanali, ma organicamente concepite ogni volta in funzione del volume e sempre scritte con una straordinaria indipendenza di giudizio, sono oggi una rara miniera per intuire le possibile antinomie mai sepolte del nostro presente internazionale. Sul genere «intervista» si potrebbe avviare un lungo discorso. Certi nostri rotocalchi ne fanno il loro punto di forza, ed a ragione. Tuttavia si ha molto spesso l’impressione, che a questo particolare tipo d’inchiesta presieda ormai un particolare rituale di convenzioni e regole così rigidamente fissate e applicate che finiscono col renderle

quasi intercambiabili. Con i pezzi di Oriana Fallaci tutto ciò non avviene, per fortuna, e forse proprio questo è uno dei segreti primari delle sue capacità di giornalista. Perché un’intervista della Fallaci uno potrebbe anche ingegnarsi a scomporla nel suo meccanismo, ma troverebbe non solo sempre un personaggio autonomo ma soprattutto – agghiacciante sorpresa – troviamo come una narratrice sempre diversa. La Fallaci ha la insolita dote di svestirsi lei per prima di tutti gli eventuali apriori che potrebbero disturbare l’oggettiva immagine, che lei si appresta a donare ai suoi lettori, degli usurati cliché correnti. E’, anche, che sulla «giornalista» c’è un’

assidua pressione della «narratrice»: non intesa nella più convenzionale accezione di personalità dotata di fantasia romanzesca, ma nel senso di personalità applicata a penetrare all’interno dei valori apparenti e volta a scoprire i nodi focali di una figura rappresentativa o i punti nascosti di un caso umano. Di più, nell’incontro con la figura Oriana Fallaci porta il suo impegno, la sua curiosità professionale e umana, aggiungerei la sua rabbia, e questo alla fine, diventa la sinopia che articola dal interno i capitoli di ogni suo libro e ad essi conferisce unità.

Penelope alla guerra – la sua protagonista – quanto più è implacabile tanto più scopre, improvvisamente, certi inaspettati risvolti umani e persino, sentimentali.

Questa vicenda – così moderna per il suo tempo, 1976 – é spietata e drammatica e, se vogliamo guardarla da un certo punto di vista un po’ particolare, anche così «cinica», ha la sua punta di forza proprio nella carica dei sentimenti, in quella lezione di onestà e di lealtà che vien fuori nel finale e illumina, a ritroso, l’intera storia.

E sotto questo aspetto pochi titoli sono così calzanti come questo di Penelope alla guerra e ci suggeriscono la chiave in cui va letto il romanzo, con quel senso di femminilità e d’aggressività insieme ch’emana dal personaggio principale, e quella mistione di tenero e vorace che durante l’arco della vicenda la Fallaci sa così bene

amalgamare in un impasto di situazioni e di scrittura d’una rara capacità di presa sulla realtà.

Inviata da un produttore cinematografico per due mesi a New York a familiarizzarsi con l’ambiente dall’interno e cavarne un soggetto per un film, la ragazza Giovanna detta Giò parte con l’euforia di conoscere un mondo diverso dal quale è stata sempre affascinata ma forse, inconsciamente, anche con la speranza di ritrovare

Richard, un americano che, militare negli anni di guerra, trovò rifugio nella loro casa e fece innamorare di sé la ragazzina che lei era allora. E, nonostante abbia occhi lucidi e «virili», il primo impatto con l’America e la sua meccanizzazione sembra combaciare con la nozione che di quel paese Giò ingenuamente si porta dentro, e sul momento non incrina il suo entusiasmo. Ma poi succede – proprio come succede nei romanzi, e nella vita – che Giò ritrovi anche Richard, e che riprenda su altre basi quel lontano legame adolescenziale idealizzato in tutto questo tempo e proprio tramite l’inibito Richard lo scontro con la realtà si fa aspro e umiliante. La giovane donna se ne ritorna a Roma, al termine dei due mesi vissuti nella «favolosa» America, portandosi appresso le ferite d’una sconfitta che forse travalicano la sua qualità di donna e sono le ferite d’una creatura umana che ha sperimentato, pagando di persona, più che l’inconciliabilità di due mondi l’inconciliabilità fra noi e noi stessi.

Siamo di fronte a un libro violento e tenero, spregiudicato e moralistico, crudele e appassionato, disperato e ottimista, tutte vette sublimi di quella prestigiosa personalità che fu Oriana Fallaci.

Egidia Simonetti

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E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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