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Pena capitale e polemiche: il Concilio non è ancora stato recepito

La pena capitale e la recezione del Vaticano II

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L’arcivescovo Marchetto, storico del Vaticano II, dopo la decisione di Francesco di dichiarare inammissibile la pena di morte, chiarisce i riferimenti alla corretta ermeneutica conciliare di cui parlò Benedetto XVI

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Le reazioni registrate in occasione della decisione pontificia» di modificare le parole del Catechismo sulla pena di morte «confermano che non siamo ancora riusciti, dopo più di 50 anni, a ricevere in pace, del Concilio Ecumenico Vaticano II, la sua corretta ermeneutica». Lo afferma in questa intervista con Vatican Insider l’arcivescovo Agostino Marchetto, già nunzio apostolico e segretario del Pontificio consiglio per i migranti, studioso e storico del Vaticano II. 

La recente modifica del testo del Catechismo relativa all’inammissibilità della pena di morte ha provocato discussioni e polemiche. Come la giudica?  
«Indipendentemente dalle ragioni portate a sostegno della modifica – come da generale consenso per quanto riguarda materia del genere – sono favorevole al pronunciamento». 
  
Sia i favorevoli che i contrari alla modifica – che pure precisa un testo già modificato da san Giovanni Paolo II dopo alcuni anni dalla promulgazione del Catechismo – parlano dell’ermeneutica conciliare e in particolare le parole di Benedetto XVI nell’ormai famoso discorso alla Curia romana del dicembre 2005. Per quale motivo? 
«Faccio presente che all’inizio son rimasto silenzioso di fronte alle prime discussioni e polemiche a proposito del cambiamento circa la pena di morte introdotto nel Catechismo della Chiesa cattolica. Ma successivamente sono intervenuto pacatamente anch’io poiché ho costatato che si tirava in campo – com’era naturale – l’ermeneutica conciliare. Ho letto di posizioni favorevoli alla decisione di Papa Francesco che però non si trovano nella stessa posizione riguardo all’interpretazione del Vaticano II. C’è chi è, sì, per la riforma e il rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa, e chi è della linea generale della rottura nella discontinuità. Ma vi sono stati altri che, pur nella posizione dell’interpretazione tradizionale, non dico tradizionalista, trovano che si verifica qui una rottura». 
  
Perché si contrappone l’ermeneutica della rottura all’ermeneutica della continuità, dimenticando sempre che Papa Ratzinger parlò di “ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”? 
«Riprenderei, per rispondere, anzitutto il testo esatto di Papa Benedetto, riferentesi alle due ermeneutiche che egli presentò nel famoso discorso alla Curia Romana del 22/12/05, poiché mi rendo conto che, al citarlo, non lo si fa correttamente, in genere, e ne ho riprova anche in recenti interventi sulla modifica del Catechismo riguardo alla pena di morte. Papa Benedetto XVI disse esattamente che “Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare ‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’ ‘ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa’, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. In genere chi vi si riferisce “dimentica”, per l’interpretazione che Papa Ratzinger riprova, la propria caratteristica della “rottura”, mentre, dall’altra parte, c’è in genere il rischio di tralasciare il “rinnovamento”, se non addirittura la “riforma”, e specialmente l’ “unico soggetto Chiesa”, elemento qualificante ed indispensabile del citato decisivo giudizio di Papa Benedetto. Del resto credo che le reazioni registrate in occasione della decisione pontificia in parola confermano che non siamo ancora riusciti, dopo più di 50 anni, a ricevere in pace, del Concilio Ecumenico Vaticano II, la sua corretta ermeneutica, quella cioè “della riforma e del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”. Intendo dire che una evoluzione omogenea, e mi rifaccio al pensiero di Newman, si può dare in materia anche dottrinale, ma rimanendo unico il soggetto Chiesa, che proprio lo stesso Cardinale riconobbe, nel suo tempo, quello del IV secolo, a cui andava la sua particolare attenzione di ricerca. E da ciò il suo passaggio al cattolicesimo». 
  
Che cosa significano esattamente quelle parole di Benedetto XVI? 
«Siamo così giunti a un punto che non è stato sviscerato a dovere, ma che l’esempio sopra riferito nel cammino di Newman aiuta a comprendere, così come alcune affermazioni del cardinale Ratzinger, sui termini pre- e post-conciliare, quali “l’unica maniera di rendere credibile il Vaticano II è presentarlo chiaramente com’è: una parte dell’intera e unica tradizione della Chiesa e della sua Fede”, o di Benedetto XVI affinché il Vaticano II sia recepito alla luce di tutto il bagaglio dottrinale della Chiesa. E qui va detto che il concetto ratzingeriano della riforma va visto specialmente nel rapporto della Chiesa con la storia, all’attenzione a declinare la dottrina nella storia all’interno della fondamentale dinamica cattolica di tradizione-incarnazione nell’oggi senza prostituirvisi. Direi di più. Vi è valorizzazione dell’omogeneo e legittimo “sviluppo del dogma” nell’orizzonte della riforma, aldilà dello schematismo tradizionalismo-progressismo. Certo il presente ecclesiologico non può essere separato dalla Tradizione poiché la vera cattolicità si esprime nell’et…et, nella coniugazione di nova et vetera, cioè nella ragionevole “comunicazione” dell’esperienza – diciamo così – di Tradizione di fronte alle sfide e comprensibili esigenze dell’oggi. Scriveva uno storico che il Vaticano II “non è una sterile ripetizione o imitazione di forme e di contenuti del passato e nemmeno una creazione ex nihilo della Chiesa”. Magari in apparenti discontinuità, la Chiesa vi ha invece mantenuto e approfondito la sua vera identità. “Essa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, in cammino attraverso i tempi”. Ripetendo le parole di conclusione di Papa Benedetto XVI, che sintetizza la posizione di tutti Vescovi di Roma conciliari e post, “unico soggetto del popolo di Dio in cammino”». 
  
È innegabile che dietro molte delle critiche a molte decisioni dell’attuale pontificato vi sia in realtà una critica di fondo non all’ermeneutica conciliare della rottura ma al Concilio stesso. È significativo, ad esempio, che vi siano anche vescovi i quali, a proposito dell’intercomunione, criticano il Codice di Diritto canonico e soprattutto i testi conciliari che in modo chiaro descrivono e delimitano questa possibilità. Il Concilio è stato recepito? 
«Mi verrebbe da dire: ciascuno ha ricevuto il Concilio alla sua maniera, meglio, i componenti delle due grandi tendenze, di maggioranza e minoranza, in cui c’erano, già in Concilio, degli estremi, per non dire estremisti, hanno avuto tendenza nel post-concilio a riprendere di esso il proprio contributo, la propria posizione, senza preoccuparsi dei testi conciliari, approvati con maggioranze quasi plebiscitarie e in cui si espresse il consenso conciliare che ebbe la conferma papale, a cui si deve aderire come vero Concilio. E così purtroppo continuano a fare coloro che ad essi si richiamano. Quindi la questione ermeneutica si ripresenta continuamente in tutta la sua difficoltà. Nella riforma comunque ci vuole di nuovo la “conversione” al Concilio, la bussola che il Signore ci ha dato per navigare sulle acque del mondo contemporaneo. I segni dei tempi poi non sono una nuova rivelazione ma vanno interpretati alla luce della Sacra Scrittura e della Tradizione, come si fece in Concilio del resto. Il Magno Sinodo, così ho sempre chiamato il Concilio Ecumenico Vaticano II, è stato dunque, recepito? Ci sono tre gradini di suo studio e applicazione: la storia, che ha ancora strada da fare, e la ermeneutica, il necessario passaggio per giungere appunto infine alla ricezione, affinché sia corretta. Credo poter concludere che abbiamo ancora molto cammino da percorrere anche per non rimanere ogni volta che qualcosa “evolve” o che si vuole che così avvenga, nel pelago delle discussioni e delle polemiche, manchi il quadro di riferimento indicato dalla Chiesa per la corretta ricezione conciliare». 

Originale: Vatican Insider
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La pena capitale e la recezione del Vaticano II

  

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L’arcivescovo Marchetto, storico del Vaticano II, dopo la decisione di Francesco di dichiarare inammissibile la pena di morte, chiarisce i riferimenti alla corretta ermeneutica conciliare di cui parlò Benedetto XVI

ANDREA TORNIELLI
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«Le reazioni registrate in occasione della decisione pontificia» di modificare le parole del Catechismo sulla pena di morte «confermano che non siamo ancora riusciti, dopo più di 50 anni, a ricevere in pace, del Concilio Ecumenico Vaticano II, la sua corretta ermeneutica». Lo afferma in questa intervista con Vatican Insider l’arcivescovo Agostino Marchetto, già nunzio apostolico e segretario del Pontificio consiglio per i migranti, studioso e storico del Vaticano II. 

La recente modifica del testo del Catechismo relativa all’inammissibilità della pena di morte ha provocato discussioni e polemiche. Come la giudica?  
«Indipendentemente dalle ragioni portate a sostegno della modifica – come da generale consenso per quanto riguarda materia del genere – sono favorevole al pronunciamento». 
  
Sia i favorevoli che i contrari alla modifica – che pure precisa un testo già modificato da san Giovanni Paolo II dopo alcuni anni dalla promulgazione del Catechismo – parlano dell’ermeneutica conciliare e in particolare le parole di Benedetto XVI nell’ormai famoso discorso alla Curia romana del dicembre 2005. Per quale motivo? 
«Faccio presente che all’inizio son rimasto silenzioso di fronte alle prime discussioni e polemiche a proposito del cambiamento circa la pena di morte introdotto nel Catechismo della Chiesa cattolica. Ma successivamente sono intervenuto pacatamente anch’io poiché ho costatato che si tirava in campo – com’era naturale – l’ermeneutica conciliare. Ho letto di posizioni favorevoli alla decisione di Papa Francesco che però non si trovano nella stessa posizione riguardo all’interpretazione del Vaticano II. C’è chi è, sì, per la riforma e il rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa, e chi è della linea generale della rottura nella discontinuità. Ma vi sono stati altri che, pur nella posizione dell’interpretazione tradizionale, non dico tradizionalista, trovano che si verifica qui una rottura». 
  
Perché si contrappone l’ermeneutica della rottura all’ermeneutica della continuità, dimenticando sempre che Papa Ratzinger parlò di “ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”? 
«Riprenderei, per rispondere, anzitutto il testo esatto di Papa Benedetto, riferentesi alle due ermeneutiche che egli presentò nel famoso discorso alla Curia Romana del 22/12/05, poiché mi rendo conto che, al citarlo, non lo si fa correttamente, in genere, e ne ho riprova anche in recenti interventi sulla modifica del Catechismo riguardo alla pena di morte. Papa Benedetto XVI disse esattamente che “Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare ‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’ ‘ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa’, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. In genere chi vi si riferisce “dimentica”, per l’interpretazione che Papa Ratzinger riprova, la propria caratteristica della “rottura”, mentre, dall’altra parte, c’è in genere il rischio di tralasciare il “rinnovamento”, se non addirittura la “riforma”, e specialmente l’ “unico soggetto Chiesa”, elemento qualificante ed indispensabile del citato decisivo giudizio di Papa Benedetto. Del resto credo che le reazioni registrate in occasione della decisione pontificia in parola confermano che non siamo ancora riusciti, dopo più di 50 anni, a ricevere in pace, del Concilio Ecumenico Vaticano II, la sua corretta ermeneutica, quella cioè “della riforma e del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”. Intendo dire che una evoluzione omogenea, e mi rifaccio al pensiero di Newman, si può dare in materia anche dottrinale, ma rimanendo unico il soggetto Chiesa, che proprio lo stesso Cardinale riconobbe, nel suo tempo, quello del IV secolo, a cui andava la sua particolare attenzione di ricerca. E da ciò il suo passaggio al cattolicesimo». 
  
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«Siamo così giunti a un punto che non è stato sviscerato a dovere, ma che l’esempio sopra riferito nel cammino di Newman aiuta a comprendere, così come alcune affermazioni del cardinale Ratzinger, sui termini pre- e post-conciliare, quali “l’unica maniera di rendere credibile il Vaticano II è presentarlo chiaramente com’è: una parte dell’intera e unica tradizione della Chiesa e della sua Fede”, o di Benedetto XVI affinché il Vaticano II sia recepito alla luce di tutto il bagaglio dottrinale della Chiesa. E qui va detto che il concetto ratzingeriano della riforma va visto specialmente nel rapporto della Chiesa con la storia, all’attenzione a declinare la dottrina nella storia all’interno della fondamentale dinamica cattolica di tradizione-incarnazione nell’oggi senza prostituirvisi. Direi di più. Vi è valorizzazione dell’omogeneo e legittimo “sviluppo del dogma” nell’orizzonte della riforma, aldilà dello schematismo tradizionalismo-progressismo. Certo il presente ecclesiologico non può essere separato dalla Tradizione poiché la vera cattolicità si esprime nell’et…et, nella coniugazione di nova et vetera, cioè nella ragionevole “comunicazione” dell’esperienza – diciamo così – di Tradizione di fronte alle sfide e comprensibili esigenze dell’oggi. Scriveva uno storico che il Vaticano II “non è una sterile ripetizione o imitazione di forme e di contenuti del passato e nemmeno una creazione ex nihilo della Chiesa”. Magari in apparenti discontinuità, la Chiesa vi ha invece mantenuto e approfondito la sua vera identità. “Essa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, in cammino attraverso i tempi”. Ripetendo le parole di conclusione di Papa Benedetto XVI, che sintetizza la posizione di tutti Vescovi di Roma conciliari e post, “unico soggetto del popolo di Dio in cammino”». 
  
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«Mi verrebbe da dire: ciascuno ha ricevuto il Concilio alla sua maniera, meglio, i componenti delle due grandi tendenze, di maggioranza e minoranza, in cui c’erano, già in Concilio, degli estremi, per non dire estremisti, hanno avuto tendenza nel post-concilio a riprendere di esso il proprio contributo, la propria posizione, senza preoccuparsi dei testi conciliari, approvati con maggioranze quasi plebiscitarie e in cui si espresse il consenso conciliare che ebbe la conferma papale, a cui si deve aderire come vero Concilio. E così purtroppo continuano a fare coloro che ad essi si richiamano. Quindi la questione ermeneutica si ripresenta continuamente in tutta la sua difficoltà. Nella riforma comunque ci vuole di nuovo la “conversione” al Concilio, la bussola che il Signore ci ha dato per navigare sulle acque del mondo contemporaneo. I segni dei tempi poi non sono una nuova rivelazione ma vanno interpretati alla luce della Sacra Scrittura e della Tradizione, come si fece in Concilio del resto. Il Magno Sinodo, così ho sempre chiamato il Concilio Ecumenico Vaticano II, è stato dunque, recepito? Ci sono tre gradini di suo studio e applicazione: la storia, che ha ancora strada da fare, e la ermeneutica, il necessario passaggio per giungere appunto infine alla ricezione, affinché sia corretta. Credo poter concludere che abbiamo ancora molto cammino da percorrere anche per non rimanere ogni volta che qualcosa “evolve” o che si vuole che così avvenga, nel pelago delle discussioni e delle polemiche, manchi il quadro di riferimento indicato dalla Chiesa per la corretta ricezione conciliare». 

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