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Pazienza? “Penso ai fedeli perseguitati”, a chi ha figli malati

Il Papa a Santa Marta

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Francesco a Santa Marta: non è sconfitta o rassegnazione, ma dialogo con i propri limiti. È l’atteggiamento di chi di fronte a un figlio disabile dice «grazie a Dio che è vivo»
 

DOMENICO AGASSO JR
CITTÀ DEL VATICANO

Bisogna chiedere «al Signore la virtù della pazienza», che non è una sconfitta o rassegnazione, ma dialogo con i propri limiti. È propria di chi è in cammino e deve affrontare difficoltà anche tremende, come i cristiani perseguitati o i genitori di bambini disabili. Lo afferma papa Francesco nella Messa di questa mattina, 12 febbraio 2018, a Casa Santa Marta. 

Nella Prima Lettura odierna San Giacomo Apostolo scrive: «La vostra fede, messa alla prova, produce pazienza». È il passo da cui il Pontefice ricava l’omelia, come riporta Vatican News . 
 
Che cosa significa essere pazienti nella vita e davanti alle sofferenze? Innanzitutto il Vescovo di Roma riconosce che non è semplice comprenderlo; poi distingue con forza la pazienza cristiana dalla «rassegnazione» e dall’atteggiamento della «sconfitta»: al contrario, Bergoglio definisce la pazienza come la «virtù» di «chi è in cammino», e non di chi è «fermo» e «chiuso».  
 
Perché «quando si va in cammino capitano tante cose che non sempre sono buone. A me dice tanto sulla pazienza come virtù in cammino, l’atteggiamento dei genitori quando viene un figlio ammalato o disabile, nasce così. “Ma grazie a Dio che è vivo!”: questi sono i pazienti. E portano tutta la vita quel figlio con amore, fino alla fine». Il Papa sottolinea che «non è facile portare per anni e anni e anni un figlio disabile, un figlio ammalato… Ma la gioia di avere quel figlio dà loro la forza di portare avanti e questo è pazienza, non è rassegnazione: cioè, è la virtù che viene quando uno è in cammino».  
 
Esclama dunque Francesco: «La pazienza cristiana non va per la strada della sconfitta».  
 
Jorge Mario Bergoglio si sofferma poi sull’etimologia della parola «pazienza»: il significato comprende il senso di responsabilità, perché il «paziente non lascia la sofferenza, la porta su», e «con gioia, letizia, “perfetta letizia”», come «dice l’apostolo». 
 
La pazienza «significa “portare su” e non affidare a un altro che porti il problema, che porti la difficoltà: “La porto io, questa è la mia difficoltà, è il mio problema. Mi fa soffrire? Eh, certo! Ma lo porto”. Portare su. E anche la pazienza è la sapienza di saper dialogare con il limite». Francesco osserva che «ci sono tanti limiti nella vita ma l’impaziente non li vuole, li ignora perché non sa dialogare con i limiti. C’è qualche fantasia di onnipotenza o di pigrizia, non sappiamo… Ma non sa». 
 
Il Pontefice precisa poi che la pazienza di cui parla San Giacomo non è un «consiglio per i cristiani: se guardiamo alla storia della Salvezza», infatti, si può vedere «la pazienza di Dio, nostro Padre», che ha portato in avanti il suo «popolo testardo» ogni volta che «faceva un idolo e andava da una parte all’altra».  
 
Inoltre, la virtù della pazienza è pure quella che Dio ha con «ognuno di noi, accompagnandoci» e «aspettando i nostri tempi». Proprio il Signore che ha addirittura mandato Suo Figlio affinché «entrasse in pazienza, prendesse la sua missione», offrendosi, donandosi «con decisione» alla Passione.  
 
A questo punto papa Francesco pensa «ai nostri fratelli perseguitati nel Medio Oriente, cacciati via per essere cristiani… E loro ci tengono di (ad) essere cristiani: sono entrati in pazienza come il Signore è entrato in pazienza».  
 
Per il Pontefice «con queste idee, forse, possiamo oggi pregare, pregare per il nostro popolo: “Signore, dà al tuo popolo pazienza per portare su le prove”. E anche pregare per noi».  
 
Nota ed esorta infine il Vescovo di Roma: «Tante volte siamo impazienti: quando una cosa non va, sgridiamo… “Ma, fermati un po’, pensa alla pazienza di Dio Padre, entra in pazienza come Gesù”. È una bella virtù la pazienza, chiediamola al Signore». 

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Francesco a Santa Marta: non è sconfitta o rassegnazione, ma dialogo con i propri limiti. È l’atteggiamento di chi di fronte a un figlio disabile dice «grazie a Dio che è vivo»
 

DOMENICO AGASSO JR
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Bisogna chiedere «al Signore la virtù della pazienza», che non è una sconfitta o rassegnazione, ma dialogo con i propri limiti. È propria di chi è in cammino e deve affrontare difficoltà anche tremende, come i cristiani perseguitati o i genitori di bambini disabili. Lo afferma papa Francesco nella Messa di questa mattina, 12 febbraio 2018, a Casa Santa Marta. 

Nella Prima Lettura odierna San Giacomo Apostolo scrive: «La vostra fede, messa alla prova, produce pazienza». È il passo da cui il Pontefice ricava l’omelia, come riporta Vatican News . 
 
Che cosa significa essere pazienti nella vita e davanti alle sofferenze? Innanzitutto il Vescovo di Roma riconosce che non è semplice comprenderlo; poi distingue con forza la pazienza cristiana dalla «rassegnazione» e dall’atteggiamento della «sconfitta»: al contrario, Bergoglio definisce la pazienza come la «virtù» di «chi è in cammino», e non di chi è «fermo» e «chiuso».  
 
Perché «quando si va in cammino capitano tante cose che non sempre sono buone. A me dice tanto sulla pazienza come virtù in cammino, l’atteggiamento dei genitori quando viene un figlio ammalato o disabile, nasce così. “Ma grazie a Dio che è vivo!”: questi sono i pazienti. E portano tutta la vita quel figlio con amore, fino alla fine». Il Papa sottolinea che «non è facile portare per anni e anni e anni un figlio disabile, un figlio ammalato… Ma la gioia di avere quel figlio dà loro la forza di portare avanti e questo è pazienza, non è rassegnazione: cioè, è la virtù che viene quando uno è in cammino».  
 
Esclama dunque Francesco: «La pazienza cristiana non va per la strada della sconfitta».  
 
Jorge Mario Bergoglio si sofferma poi sull’etimologia della parola «pazienza»: il significato comprende il senso di responsabilità, perché il «paziente non lascia la sofferenza, la porta su», e «con gioia, letizia, “perfetta letizia”», come «dice l’apostolo». 
 
La pazienza «significa “portare su” e non affidare a un altro che porti il problema, che porti la difficoltà: “La porto io, questa è la mia difficoltà, è il mio problema. Mi fa soffrire? Eh, certo! Ma lo porto”. Portare su. E anche la pazienza è la sapienza di saper dialogare con il limite». Francesco osserva che «ci sono tanti limiti nella vita ma l’impaziente non li vuole, li ignora perché non sa dialogare con i limiti. C’è qualche fantasia di onnipotenza o di pigrizia, non sappiamo… Ma non sa». 
 
Il Pontefice precisa poi che la pazienza di cui parla San Giacomo non è un «consiglio per i cristiani: se guardiamo alla storia della Salvezza», infatti, si può vedere «la pazienza di Dio, nostro Padre», che ha portato in avanti il suo «popolo testardo» ogni volta che «faceva un idolo e andava da una parte all’altra».  
 
Inoltre, la virtù della pazienza è pure quella che Dio ha con «ognuno di noi, accompagnandoci» e «aspettando i nostri tempi». Proprio il Signore che ha addirittura mandato Suo Figlio affinché «entrasse in pazienza, prendesse la sua missione», offrendosi, donandosi «con decisione» alla Passione.  
 
A questo punto papa Francesco pensa «ai nostri fratelli perseguitati nel Medio Oriente, cacciati via per essere cristiani… E loro ci tengono di (ad) essere cristiani: sono entrati in pazienza come il Signore è entrato in pazienza».  
 
Per il Pontefice «con queste idee, forse, possiamo oggi pregare, pregare per il nostro popolo: “Signore, dà al tuo popolo pazienza per portare su le prove”. E anche pregare per noi».  
 
Nota ed esorta infine il Vescovo di Roma: «Tante volte siamo impazienti: quando una cosa non va, sgridiamo… “Ma, fermati un po’, pensa alla pazienza di Dio Padre, entra in pazienza come Gesù”. È una bella virtù la pazienza, chiediamola al Signore». 

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