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Pasqua a Gerusalemme, Pizzaballa: “Vita sulle ombre di morte”

Pasqua a Gerusalemme

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L’amministratore apostolico del Patriarcato latino: «La vita qui vale poco, l’uso cinico del potere decide la sorte di popoli interi. Il Sepolcro è il trampolino da cui ripartire»

 

GIORGIO BERNARDELLI
GERUSALEMME 

Pasqua davanti al «segno che da duemila anni annuncia la risurrezione e la vita». Mentre negli occhi di tutti sono ancora impresse le immagini di morte del Venerdì Santo di Gaza e i notiziari rilanciano nuove minacce per i prossimi giorni. È la sfida di sempre della Pasqua a Gerusalemme: parlare di vita là dove apparentemente la morte sembrerebbe continuare a regnare indisturbata. E si è rinnovata anche in questa Pasqua 2018 con il rito presieduto di prima mattina al Santo Sepolcro dall’amministratore apostolico del Patriarcato latino, monsignor Pierbattista Pizzaballa, davanti alla tomba vuota di cui oggi parla la liturgia. 

È tornata da qualche tempo a riempirsi di pellegrini Gerusalemme: sono tanti anche in queste ore in cui la Città Santa vive anche Pesach, la Pasqua degli ebrei, mentre domenica prossima sarà la volta della Pasqua delle Chiese d’Oriente. Ma i riti che ritornano sono anche quelli delle contrapposizioni politiche nella Terra Santa senza pace. «Questo nostro tempo è segnato dalla morte. La vediamo ovunque attorno a noi. La vita ha poco valore dalle nostre parti. Qui si muore facilmente – riconosce con amarezza Pizzaballa nella sua omelia -. Lo vediamo nei Paesi che ci circondano e lo vediamo anche a casa nostra. Non voglio ripetere ancora una volta la ormai consueta litania di morte che ci avvolge, come i teli che avvolgevano il corpo di Gesù. Le guerre e i conflitti politici li conosciamo bene per nome». 
 
Ma fare Pasqua – continua l’amministratore apostolico – è compiere il passo di Maria di Magdala: anche lei andava al sepolcro «per piangere su una promessa non mantenuta: Colui che aveva promesso la Vita giace in un sepolcro da tre giorni, prigioniero della morte». Ed è solo di fonte al Sepolcro vuoto che i suoi occhi si aprono: capisce che «non c’era altro modo di superare l’ostacolo della morte se non attraversandola completamente, fino ad uscirne vittoriosi, aprendo un varco per tutti». 
 
Anche la Pasqua di oggi a Gerusalemme, allora, chiede di attraversarle le ombre di morte, scrutandole nel profondo. «Ciò a cui assistiamo è solo la conseguenza e non l’origine della morte – commenta monsignor Pizzaballa -. Prima ancora che i conflitti e le tensioni, ombra di morte è l’uso cinico del potere che decide la sorte di popoli interi, che decide le guerre e manda a morire migliaia di persone e che crea i conflitti e le tensioni; morte è seminare sfiducia e odio; morte è la frustrazione che porta a non avere più speranza in una vita vera, a smettere di sognare». E, poi anche oltre le ferite create dal conflitto, «ombra di morte è credere che la propria famiglia non possa vivere riconciliata; che la nostra comunità non abbia futuro; che la nostra vita, insomma sia segnata per sempre». 
 
Il mistero della Pasqua, dunque, «è entrare li, in quei sepolcri, in quelle nostre ferite e fare esperienza che eravamo solo chiusi nei nostri piccoli cenacoli, come i discepoli, dentro le nostre paure – conclude la guida della Chiesa latina di Gerusalemme -. Il Sepolcro vuoto di Cristo non sia la stazione finale del nostro cammino, ma il trampolino dal quale ripartire, carichi di speranza, di vita e di gioia. È la testimonianza di tanti e tante che ancora oggi in ogni parte del mondo e anche nella nostra comunità ecclesiale, continuano a donare la vita con passione e senza paura e testimoniano così di appartenere al risorto, anche quando vengono rifiutati o uccisi». 
 
Ed è la testimonianza, ad esempio, della piccolissima comunità cristiana che in queste ore, proprio a Gaza – il ventre molle dimenticato, sempre buono per rinfocolare il conflitto – ha celebrato la sua Pasqua. Mille cristiani di cui appena 150 cattolici, in un territorio abitato da un milione e mezzo di persone in una manciata di chilometri quadrati. Quest’anno in molti si sono visti pure rifiutare il permesso straordinario per uscire dalla Striscia almeno per la festa dei cristiani. «Io e la mia comunità – raccontava all’agenzia Sir l’altro giorno il loro parroco, padre Mario Da Silva – vogliamo inviare i nostri auguri di Pasqua di Resurrezione a tutti i nostri fratelli nel mondo, con una richiesta: pregate per noi che stiamo soffrendo con Cristo. Vogliamo risorgere con Lui per avere una vita nuova. Offriamo le nostre sofferenze per il bene del mondo e per tutti voi». 

 
 
Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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GIORGIO BERNARDELLI
GERUSALEMME 

Pasqua davanti al «segno che da duemila anni annuncia la risurrezione e la vita». Mentre negli occhi di tutti sono ancora impresse le immagini di morte del Venerdì Santo di Gaza e i notiziari rilanciano nuove minacce per i prossimi giorni. È la sfida di sempre della Pasqua a Gerusalemme: parlare di vita là dove apparentemente la morte sembrerebbe continuare a regnare indisturbata. E si è rinnovata anche in questa Pasqua 2018 con il rito presieduto di prima mattina al Santo Sepolcro dall’amministratore apostolico del Patriarcato latino, monsignor Pierbattista Pizzaballa, davanti alla tomba vuota di cui oggi parla la liturgia. 

È tornata da qualche tempo a riempirsi di pellegrini Gerusalemme: sono tanti anche in queste ore in cui la Città Santa vive anche Pesach, la Pasqua degli ebrei, mentre domenica prossima sarà la volta della Pasqua delle Chiese d’Oriente. Ma i riti che ritornano sono anche quelli delle contrapposizioni politiche nella Terra Santa senza pace. «Questo nostro tempo è segnato dalla morte. La vediamo ovunque attorno a noi. La vita ha poco valore dalle nostre parti. Qui si muore facilmente – riconosce con amarezza Pizzaballa nella sua omelia -. Lo vediamo nei Paesi che ci circondano e lo vediamo anche a casa nostra. Non voglio ripetere ancora una volta la ormai consueta litania di morte che ci avvolge, come i teli che avvolgevano il corpo di Gesù. Le guerre e i conflitti politici li conosciamo bene per nome». 
 
Ma fare Pasqua – continua l’amministratore apostolico – è compiere il passo di Maria di Magdala: anche lei andava al sepolcro «per piangere su una promessa non mantenuta: Colui che aveva promesso la Vita giace in un sepolcro da tre giorni, prigioniero della morte». Ed è solo di fonte al Sepolcro vuoto che i suoi occhi si aprono: capisce che «non c’era altro modo di superare l’ostacolo della morte se non attraversandola completamente, fino ad uscirne vittoriosi, aprendo un varco per tutti». 
 
Anche la Pasqua di oggi a Gerusalemme, allora, chiede di attraversarle le ombre di morte, scrutandole nel profondo. «Ciò a cui assistiamo è solo la conseguenza e non l’origine della morte – commenta monsignor Pizzaballa -. Prima ancora che i conflitti e le tensioni, ombra di morte è l’uso cinico del potere che decide la sorte di popoli interi, che decide le guerre e manda a morire migliaia di persone e che crea i conflitti e le tensioni; morte è seminare sfiducia e odio; morte è la frustrazione che porta a non avere più speranza in una vita vera, a smettere di sognare». E, poi anche oltre le ferite create dal conflitto, «ombra di morte è credere che la propria famiglia non possa vivere riconciliata; che la nostra comunità non abbia futuro; che la nostra vita, insomma sia segnata per sempre». 
 
Il mistero della Pasqua, dunque, «è entrare li, in quei sepolcri, in quelle nostre ferite e fare esperienza che eravamo solo chiusi nei nostri piccoli cenacoli, come i discepoli, dentro le nostre paure – conclude la guida della Chiesa latina di Gerusalemme -. Il Sepolcro vuoto di Cristo non sia la stazione finale del nostro cammino, ma il trampolino dal quale ripartire, carichi di speranza, di vita e di gioia. È la testimonianza di tanti e tante che ancora oggi in ogni parte del mondo e anche nella nostra comunità ecclesiale, continuano a donare la vita con passione e senza paura e testimoniano così di appartenere al risorto, anche quando vengono rifiutati o uccisi». 
 
Ed è la testimonianza, ad esempio, della piccolissima comunità cristiana che in queste ore, proprio a Gaza – il ventre molle dimenticato, sempre buono per rinfocolare il conflitto – ha celebrato la sua Pasqua. Mille cristiani di cui appena 150 cattolici, in un territorio abitato da un milione e mezzo di persone in una manciata di chilometri quadrati. Quest’anno in molti si sono visti pure rifiutare il permesso straordinario per uscire dalla Striscia almeno per la festa dei cristiani. «Io e la mia comunità – raccontava all’agenzia Sir l’altro giorno il loro parroco, padre Mario Da Silva – vogliamo inviare i nostri auguri di Pasqua di Resurrezione a tutti i nostri fratelli nel mondo, con una richiesta: pregate per noi che stiamo soffrendo con Cristo. Vogliamo risorgere con Lui per avere una vita nuova. Offriamo le nostre sofferenze per il bene del mondo e per tutti voi». 

 
 
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