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Partecipazione carismatica

Culmen et Fons

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di: Andrea Grillo e Ghislain Lafont

Con questo post si conclude questa “sezione” della serie dedicata alla nuova teologia eucaristica. Ghislain Lafont conduce al termine la propria riflessione sull’eucaristia, con una rilettura della “partecipazione attiva” in termini di “partecipazione carismatica”. Vengono così ricapitolati tutti i temi portanti della riflessione, come attuazione della profezia con cui il Concilio Vaticano II ha pensato la Chiesa come “comunità sacerdotale”. Una nuova teologia eucaristica implica una nuova concezione della Chiesa e del ministero.

Le discussioni precedenti avevano avuto per oggetto una migliore comprensione di ciò che è “partecipazione attiva” all’eucaristia (come anche a tutta la vita della Chiesa). Avevano cercato di valorizzare la visione essenziale della Chiesa secondo il Vaticano II, presente in particolare nei due primi capitoli della Lumen gentium. Secondo la I lettera di Pietro, citata dal Concilio, la Chiesa è «stirpe eletta, comunità sacerdotale e regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (2,9). Essa è tutto questo, ma lo è solo in quanto corpo di Cristo, ossia di colui che ha offerto a Dio suo Padre un «sacrificio unico, col quale ha reso perfetti coloro che vengono santificati» (Eb 10,14). Ne consegue che il soggetto sacerdotale che fa oggi memoria viva di questo unico sacrificio, e include in esso il proprio sacrificio, è il popolo di Dio, la nazione santa, la Chiesa come corpo. Ogni eucaristia, celebrata in un momento preciso del tempo e in un luogo determinato, è tale anzitutto per la comunità che celebra e, allo stesso tempo, per la Chiesa universale che è presente in modo mistico ad ogni celebrazione.

Il titolo che abilita ogni cristiano a partecipare all’eucaristia è il battesimo, nel quale egli è stato immerso nella morte di Cristo ed è risorto come creatura nuova. Di là viene che egli partecipa del sacerdozio regale di Gesù Cristo, insieme a tutti gli altri cristiani. Dire questo è essenziale, ma bisogna subito aggiungere: ciascuno, per essere una cosa sola con gli altri nel corpo di Cristo, è dotato da Dio di una misura di grazia ma anche di una missione particolare: tanto l’una quanto l’altra discendono dal dono dello Spirito, su cui occorre operare un discernimento. Il battesimo nel nome di Cristo deve quindi coniugarsi al battesimo nella potenza dello Spirito. In termini più tecnici, si dirà che il carattere di Cristo e il carisma dello Spirito fanno il cristiano. Il “discernimento” di cui papa Francesco ha tanto parlato influisce proprio su questo: quale è la misura di grazia, quale è la missione evangelica che mi sono donate, in comunione con tutti gli altri, perché il mondo divenga eucaristia?

Sarebbe bene, dunque, che ogni cristiano, recandosi all’eucaristia domenicale, dicesse a se stesso: «Andiamo insieme a celebrare la memoria di Gesù Cristo e, in lui, gli uni con gli altri, “ad offrire noi stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1)». L’importante, ad inizio di celebrazione, è di rinsaldare i legami spirituali che fanno della comunità il corpo di Cristo, soggetto attivo del memoriale. Ora, tutto ciò si manifesta concretamente nel corpo che noi siamo, uomini e donne presenti qui ed ora: dove collocarsi, quale posizione prendere insieme, come assicurare il silenzio per ascoltare, dar voce al canto comune, rispondere, – e per alcuni e alcune: prendere la parola, portare oggetti ecc. Tutto ciò forma un corpo vivente, dove le parti sono in rapporto di reciprocità, come un “ordine”, direi come una “coreografia”. Se, quando siamo a teatro, guardiamo bene il balletto che si svolge davanti a noi, non fissiamo gli occhi unicamente su ciò che chiamiamo “primi ballerini”, ma sull’insieme, poiché il solista si iscrive nelle evoluzioni del corpo di ballo, composto di uomini e donne. Evidentemente io non ho alcuna esperienza di ciò, ma sarei tentato di pensare che dei solisti, che danzano “in comunione” con l’intero corpo di ballo, e non “per farsi vedere”, aiutino gli altri ad eseguire bene la loro parte, allo stesso modo per cui, se questi ultimi sono contenti del loro ruolo, senza gelosia o risentimento, aiutano i solisti. Non conosco personalmente dei danzatori, ma da attori che conosco ho sentito molte volte questa frase: «per recitare bene a teatro, bisogna dimenticare e donare se stessi».

Evidentemente nessuna celebrazione può essere “riuscita” senza che qualcuno, in mezzo a tutti, presieda al centro, prenda la parola e faccia certi gesti in nome del Corpo e con esso. Nessuno può fare ciò se non ha un “carisma personale”, riconosciuto nella comunità e ad essa “ordinato”, ossia collocato in nome di Cristo in questo ministero di unità attiva. Spero che quanto ho scritto nelle pagine precedenti (ma anche in pubblicazioni anteriori) dia credito a questa proposta. Ho tentato di mostrare che vi è stata, fin dagli inizi della Chiesa, la tentazione per i cristiani di “disertare le assemblee”, alla quale ha corrisposto, per i preti, quella di celebrare “per” gli altri, ma “senza” gli altri, in modo che, poco a poco, è invalsa la mentalità per cui “la messa è affare del prete”. Questa mentalità si è anche sviluppata all’ombra di una teologia dell’eucaristia centrata non sul memoriale del sacrificio spirituale ma sulla purificazione dai peccati e l’allontanamento della minaccia dell’inferno (come se il sacrificio unico di Cristo non avesse già purificato tutto), al punto che, se non ci fosse stato il peccato, non ci sarebbe stato né Cristo né sacrificio… Tuttavia noi sappiamo, dal libro della Genesi, che l’essenza del sacrificio consiste nell’ascolto attivo della parola di Dio e nel consenso al lasciarsi spiazzare richiesto dalla Parola a colui che obbedisce. Nell’Eden, nello stato di innocenza, questa parola è risuonata non a proposito di valori altamente “spirituali”, ma intorno ad “alimenti”, poiché l’uomo è terrestre. Ciò che Dio si aspettava, era che l’uomo confermasse la sua innocenza: non come una attitudine ingenua o infantile, ma come un rapporto libero e filiale col Padre. Ciò che l’uomo non ha fatto agli inizi, Gesù di Nazaret, Figlio di Dio e vero uomo lo ha fatto, e l’eucaristia permette a coloro che lo hanno ricevuto nella fede, di farne memoria, e di offrirlo congiuntamente alla partecipazione che essi ne fanno non solo sul piano della liturgia, ma della loro umanità: e ciò durerà in eterno.

Così, la “partecipazione dei fedeli” all’eucaristia è il loro impegno, in anima e corpo, in grazia e carisma, in comunione con gli altri, affinché tutta l’assemblea possa allo stesso tempo entrare nella memoria viva del mistero pasquale di Gesù, riceverne i frutti e con esso offrire anche se stessa. Questo vuol dire il titolo di questo ultimo capitolo: “partecipazione carismatica”, ossia ciascuno secondo il proprio dono e nessuno senza il dono degli altri. Questo è, io penso, “l’ordine della carità” di cui parlava Pascal, e che san Paolo descrive nel capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi, giusto nel contesto della “cena del Signore”.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Con questo post si conclude questa “sezione” della serie dedicata alla nuova teologia eucaristica. Ghislain Lafont conduce al termine la propria riflessione sull’eucaristia, con una rilettura della “partecipazione attiva” in termini di “partecipazione carismatica”. Vengono così ricapitolati tutti i temi portanti della riflessione, come attuazione della profezia con cui il Concilio Vaticano II ha pensato la Chiesa come “comunità sacerdotale”. Una nuova teologia eucaristica implica una nuova concezione della Chiesa e del ministero.

Le discussioni precedenti avevano avuto per oggetto una migliore comprensione di ciò che è “partecipazione attiva” all’eucaristia (come anche a tutta la vita della Chiesa). Avevano cercato di valorizzare la visione essenziale della Chiesa secondo il Vaticano II, presente in particolare nei due primi capitoli della Lumen gentium. Secondo la I lettera di Pietro, citata dal Concilio, la Chiesa è «stirpe eletta, comunità sacerdotale e regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (2,9). Essa è tutto questo, ma lo è solo in quanto corpo di Cristo, ossia di colui che ha offerto a Dio suo Padre un «sacrificio unico, col quale ha reso perfetti coloro che vengono santificati» (Eb 10,14). Ne consegue che il soggetto sacerdotale che fa oggi memoria viva di questo unico sacrificio, e include in esso il proprio sacrificio, è il popolo di Dio, la nazione santa, la Chiesa come corpo. Ogni eucaristia, celebrata in un momento preciso del tempo e in un luogo determinato, è tale anzitutto per la comunità che celebra e, allo stesso tempo, per la Chiesa universale che è presente in modo mistico ad ogni celebrazione.

Il titolo che abilita ogni cristiano a partecipare all’eucaristia è il battesimo, nel quale egli è stato immerso nella morte di Cristo ed è risorto come creatura nuova. Di là viene che egli partecipa del sacerdozio regale di Gesù Cristo, insieme a tutti gli altri cristiani. Dire questo è essenziale, ma bisogna subito aggiungere: ciascuno, per essere una cosa sola con gli altri nel corpo di Cristo, è dotato da Dio di una misura di grazia ma anche di una missione particolare: tanto l’una quanto l’altra discendono dal dono dello Spirito, su cui occorre operare un discernimento. Il battesimo nel nome di Cristo deve quindi coniugarsi al battesimo nella potenza dello Spirito. In termini più tecnici, si dirà che il carattere di Cristo e il carisma dello Spirito fanno il cristiano. Il “discernimento” di cui papa Francesco ha tanto parlato influisce proprio su questo: quale è la misura di grazia, quale è la missione evangelica che mi sono donate, in comunione con tutti gli altri, perché il mondo divenga eucaristia?

Sarebbe bene, dunque, che ogni cristiano, recandosi all’eucaristia domenicale, dicesse a se stesso: «Andiamo insieme a celebrare la memoria di Gesù Cristo e, in lui, gli uni con gli altri, “ad offrire noi stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1)». L’importante, ad inizio di celebrazione, è di rinsaldare i legami spirituali che fanno della comunità il corpo di Cristo, soggetto attivo del memoriale. Ora, tutto ciò si manifesta concretamente nel corpo che noi siamo, uomini e donne presenti qui ed ora: dove collocarsi, quale posizione prendere insieme, come assicurare il silenzio per ascoltare, dar voce al canto comune, rispondere, – e per alcuni e alcune: prendere la parola, portare oggetti ecc. Tutto ciò forma un corpo vivente, dove le parti sono in rapporto di reciprocità, come un “ordine”, direi come una “coreografia”. Se, quando siamo a teatro, guardiamo bene il balletto che si svolge davanti a noi, non fissiamo gli occhi unicamente su ciò che chiamiamo “primi ballerini”, ma sull’insieme, poiché il solista si iscrive nelle evoluzioni del corpo di ballo, composto di uomini e donne. Evidentemente io non ho alcuna esperienza di ciò, ma sarei tentato di pensare che dei solisti, che danzano “in comunione” con l’intero corpo di ballo, e non “per farsi vedere”, aiutino gli altri ad eseguire bene la loro parte, allo stesso modo per cui, se questi ultimi sono contenti del loro ruolo, senza gelosia o risentimento, aiutano i solisti. Non conosco personalmente dei danzatori, ma da attori che conosco ho sentito molte volte questa frase: «per recitare bene a teatro, bisogna dimenticare e donare se stessi».

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Così, la “partecipazione dei fedeli” all’eucaristia è il loro impegno, in anima e corpo, in grazia e carisma, in comunione con gli altri, affinché tutta l’assemblea possa allo stesso tempo entrare nella memoria viva del mistero pasquale di Gesù, riceverne i frutti e con esso offrire anche se stessa. Questo vuol dire il titolo di questo ultimo capitolo: “partecipazione carismatica”, ossia ciascuno secondo il proprio dono e nessuno senza il dono degli altri. Questo è, io penso, “l’ordine della carità” di cui parlava Pascal, e che san Paolo descrive nel capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi, giusto nel contesto della “cena del Signore”.

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