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Parrocchia e diaconato permanente

L’importanza dei ministeri nella comunità parrocchiale

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di: Enzo Petrolino

In uno dei passaggi dell’Istruzione su La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa si legge al n. 13 che, «per promuovere la centralità della presenza missionaria della comunità cristiana nel mondo, è importante ripensare non solo a una nuova esperienza di parrocchia, ma anche, in essa, al ministero e alla missione dei sacerdoti, che, insieme con i fedeli laici, hanno il compito di essere “sale e luce del mondo” (cf. Mt 5,13-14), “lampada sul candelabro” (cf. Mc 4,21), mostrando il volto di una comunità evangelizzatrice, capace di un’adeguata lettura dei segni dei tempi, che genera una coerente testimonianza di vita evangelica».

L’importanza dei ministeri nella comunità parrocchiale

Una delle grandi realtà originarie che il Concilio ha recuperato e riaffermato è che la Chiesa è tutta ministeriale: non si può capire la Chiesa se non la si intende pienamente come ministero, serviziodiaconia. Il soggetto primo, dunque, della ministerialità è tutta la Chiesa, anche se poi tale ministerialità viene di fatto esercitata da singoli soggetti.

Se la realtà della Chiesa è ministero, non c’è nessuno dei suoi membri che non sia coinvolto nel ministero che essa, nel suo insieme, esercita. Il Concilio, dopo aver sottolineato il carattere di mistero-sacramento della Chiesa, ha voluto introdurre, prima ancora di qualunque diversificazione interna, un concetto che comprendesse tutti i battezzati. Ha scelto perciò, a tal fine, la categoria di popolo di Dio, recuperando la dimensione biblica di storia, alleanza, elezione, missione e di cammino escatologico.

La felice intuizione ha avuto il pregio di mettere in rilievo il mutuo rapporto tra il sacerdozio ministeriale e quello comune, che si incentrano entrambi nell’unico sacerdozio di Cristo (LG 10). Questo popolo messianico è inviato al mondo intero, e tutti gli uomini, in qualche modo, sono ad esso chiamati (LG 9;13).

La concezione del Vaticano II riguardo al popolo di Dio è pervasa dall’esigenza di partecipazione e di comunione di tutti i battezzati al servizio «profetico, sacerdotale e regale» di Cristo (LG 10;12), il che si traduce nell’inserimento attivo nei vari servizi ecclesiali dei carismi donati per l’utilità comune (LG 12). Comune, dunque, all’intero popolo di Dio è la ministerialità.

I punti di riferimento teologico-pastorali

Dall’Istruzione emerge che oggi c’è l’esigenza del rinnovamento della parrocchia, in forza del nuovo modo di intenderla, di essere e di esprimersi, dei cambiamenti socio-culturali, di una sua possibile e necessaria integrazione con altre realtà sociali e strutturali. Problema che, da tempo, è posto all’attenzione della riflessione teologico-pastorale. Sicuramente «le diverse componenti in cui la parrocchia si articola sono chiamate alla comunione e all’unità».

Nella misura in cui ognuno recepisce la propria complementarità, ponendola a servizio della comunità, allora, da una parte, si può vedere realizzato a pieno il ministero del parroco e dei presbiteri che collaborano come pastori; dall’altra, emerge la peculiarità dei vari carismi dei diaconi, dei consacrati e dei laici, perché ognuno si adoperi per la costruzione dell’unico corpo (cf. 1Cor 12,12).

Il cap. VIII alla lettera e) dell’Istruzione è dedicato ai diaconi dove viene affermato che «sono ministri ordinati, incardinati in una diocesi o nelle altre realtà ecclesiali che ne abbiano la facoltà; sono collaboratori del vescovo e dei presbiteri nell’unica missione evangelizzatrice con il compito specifico, in virtù del sacramento ricevuto, di «servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità».

La riattivazione di questo ministero permette che la simbolica diaconale giochi a fondo nella Chiesa. Di fronte a tutti i ministri ordinati, vescovi compresi, oltre che ai laici, i diaconi significano e realizzano la dipendenza di tutti verso Cristo servo che, per la forza del suo Spirito, impegna tutta la Chiesa ad essere soprattutto un popolo di servi e a ridonare al mondo il gusto del servizio.

Dentro a queste linee essenziali, il problema di quale forma concreta debba assumere il ministero diaconale non può essere deciso a tavolino, ma deve poter usufruire di molta esperienza ancora, di tanta storia, di figure di santità.

A salvaguardia dell’identità dei diaconi, in vista della promozione del loro ministero, papa Francesco ha dapprima messo in guardia contro alcuni rischi relativi alla comprensione della natura del diaconato: «Dobbiamo stare attenti a non vedere i diaconi come mezzi preti e mezzi laici. […] E nemmeno va bene l’immagine del diacono come una specie di intermediario tra i fedeli e i pastori. Né a metà strada fra i preti e i laici, né a metà strada fra i pastori e i fedeli. E ci sono due tentazioni. C’è il pericolo del clericalismo: il diacono che è troppo clericale. […] E, l’altra tentazione, il funzionalismo: è un aiuto che ha il prete per questo o per quello».

Onde evitare questo rischio, a mio avviso, sono tre le esperienze che risulteranno decisive: la comunione, la missionarietà e la diocesanità.

Anzitutto l’ecclesiologia di comunione 

È, come noto, il principio unificante e la chiave ermeneutica di tutto il magistero conciliare. Frutto della riscoperta del dato neotestamentario (soprattutto le lettere paoline) e della genuina tradizione ecclesiale (cf. Ignazio di Antiochia) è l’ecclesiologia di comunione.

La prima istanza che si pone alle nostre Chiese è quella di far maturare nelle comunità quella che i documenti chiamano la «coscienza diaconale», ovvero la consapevolezza della comunionalità che si traduce nella partecipazione e nella corresponsabilità a tutti i livelli e nelle sue diverse forme. «Contesto idoneo alle vocazioni al diaconato è… una Chiesa intenta a discernere le vie per le quali il Signore la chiama a sostenere le responsabilità del Vangelo, a vivere e manifestare il mistero della comunione, a tradurre in opere e istituzioni le premure della carità e i diversi servizi pastorali» (CEI, I diaconi permanenti nella Chiesa in Italia. Orientamenti e Norme, 1993, n. 10). È questo, dunque, il terreno più proprio per far sbocciare e coltivare le vocazioni al ministero diaconale.

La missionarietà

Missione e comunione, ovviamente, sono due facce della stessa medaglia. È la missione stessa che rinsalda la comunione, che detta le esigenze alla comunione, perché è il desiderio di donare agli altri Cristo che unisce i cristiani.

In uno dei passaggi della nota pastorale della CEI dal titolo Il volto missionario delle parrocchie in Italia si legge: «Il futuro della Chiesa in Italia, e non solo, ha bisogno della parrocchia. È una certezza basata sulla convinzione che la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo, per una Chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare. Essa è l’immagine concreta del desiderio di Dio di prendere dimora tra gli uomini».

Con questa nota – scrivono i vescovi nell’introduzione al documento – «non si è voluto neanche fare una riflessione generale sulla parrocchia, ma solo mettere a fuoco ciò che è necessario perché essa partecipi alla svolta missionaria della Chiesa in Italia di fronte alle sfide di quest’epoca di forti cambiamenti» (n. 5).

E, più avanti, parlando del segno della fecondità del Vangelo nel territorio, i vescovi sottolineano che la presenza della parrocchia si deve esprimere anzitutto «nel tessere rapporti diretti con tutti i suoi abitanti, cristiani e non cristiani, partecipi della vita della comunità o ai suoi margini. Presenza nel territorio che vuol dire sollecitudine verso i più deboli e gli ultimi, farsi carico degli emarginati, servizio dei poveri, antichi e nuovi, premura per i malati e per i minori in disagio» (n. 10).

Di questa presenza i primi responsabili sono i parroci e i diaconi ai quali – come si esprime l’episcopato italiano – bisogna affidare ambiti ministeriali, «secondo una figura propria e non derivata rispetto a quella del presbitero, nella prospettiva dell’animazione del servizio su tutti i fronti della vita ecclesiale» (n. 12). Vediamo alcuni di questi impegni.

I diaconi a servizio del popolo di Dio

«Nell’esercizio del suo ministero, il diacono aiuta gli altri a riconoscere e a valorizzare i propri carismi e le proprie funzioni nella comunità; in tal modo egli promuove e sostiene le attività apostoliche dei laici».

Il rapportarsi del diacono ai laici nasce dal fatto che egli, attraverso la grazia sacramentale, è abilitato a recepire le varie necessità, facendo emergere e suscitando servizi e ministeri nel popolo di Dio. Tale posizione che vede il diacono a servizio del popolo di Dio implica che il diacono, anche se, da un lato, appartiene al clero in quanto ha ricevuto un’ordinazione, dall’altro, condivida la vita dei laici i quali lo sostengono come appartenente a loro.

Da questa realtà il ministero del diacono, partecipando del sacramento dell’ordine, ha tra i fedeli un’autorevolezza analoga a quella del presbitero; ma, nello stesso tempo, egli, partecipando della condizione comune del popolo, condivide e comprende i problemi di tutti, aiutando anche i presbiteri in tale comprensione.

Certamente il ritmo eccessivamente dinamico e talvolta alienante che caratterizza la nostra società e le nostre comunità ecclesiali svuota della loro carica umana i contatti personali e diretti con la gente, per ridursi ad un caotico incrociarsi di rapporti secondari, senza più punti di contatto e senza possibilità di uno scambio vitale di esperienze e di collaborazione. Queste difficoltà sono oggi presenti anche nelle nostre realtà parrocchiali, dove le nostre comunità si avviano verso un anonimato senza volto, verso incontri prevalentemente di massa e talvolta solo formali, privi del contatto umano e personale.

È una crisi di comunicazione, perché la gente oggi non fa più riferimento alla parrocchia per ricevere una formazione adeguata. «Solo una comunità accogliente e dialogante può trovare le vie per instaurare rapporti di amicizia e offrire risposte alla sete di Dio che è presente nel cuore di ogni uomo. Oggi si impone la ricerca di nuovi linguaggi, non autoreferenziali e arricchiti dalle acquisizioni di quanti operano nell’ambito della comunicazione, della cultura e dell’arte.

Per questo è necessario educare a una fede più motivata, capace di dialogare anche con chi si avvicina alla Chiesa solo occasionalmente, con i credenti di altre religioni e con i non credenti». In tale prospettiva, è necessario che «in ogni comunità l’approfondimento di una fede consapevole abbia piena cittadinanza nel nostro tempo, così da contribuire anche alla crescita della società» (CEI, La restaurazione del diaconato permanente nella Chiesa italiana, 1971, n. 26).

Spesso l’unico momento nel quale il presbitero può raggiungere i suoi fedeli è quello della messa domenicale. Momento che lascia poco spazio al dialogo spontaneo e costruttivo. In questo senso il diaconato e il suo esercizio devono essere visti in relazione ad una Chiesa che cresce nella consapevolezza di essere missionaria. Un impegno che deve far decollare la pastorale oltre la semplice conservazione dell’esistente, per farla aprire in maniera coraggiosa alle nuove sollecitazioni che provengono dalla società.

Nelle comunità parrocchiali senza presbitero

Uno dei fenomeni dell’attuale momento storico ecclesiale è la diminuzione del numero dei presbiteri e, conseguentemente, il progressivo moltiplicarsi di comunità parrocchiali senza la presenza del presbitero. Al n. 98 dell’Istruzione è scritto che «il vescovo, a suo prudente giudizio, potrà affidare ufficialmente alcuni incarichi ai diaconi come la celebrazione di una liturgia della Parola nelle domeniche e nelle feste di precetto, quando, “per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica”. Si tratta di un’eventualità eccezionale, a cui fare ricorso solo in circostanze di vera impossibilità». 

Anche se la restaurazione del diaconato nella Chiesa non nasce da motivi dovuti alla scarsità di vocazioni presbiterali, i vescovi italiani, nel delineare gli spazi dove il diacono può esercitare il suo ministero, dicono primariamente che esso si caratterizza come servizio attivo nel piano pastorale diocesano e come apertura e disponibilità per i bisogni dell’intera Chiesa particolare. Ciò non toglie, dunque, che il diacono possa essere anche impegnato nelle comunità parrocchiali senza presbitero residente.

Davanti a tali situazioni la Chiesa non è rimasta indifferente: sia da parte dei vescovi sia da parte delle stesse comunità cristiane si è avuta una certa preoccupazione tesa ad assicurare soprattutto la tradizione cristiana della domenica, come giorno del Signore. Questo per ribadire primariamente che i cristiani, in tale giorno, si riuniscono con il Risorto da cui sempre viene l’iniziativa della convocazione.

Questo incontro, fondamentalmente, è la celebrazione dell’eucaristia. Quando però non può aver luogo questa pienezza sacramentale, è tuttavia possibile incontrarsi con il Signore attraverso altre forme della sua presenza reale nella Chiesa: la parola di Dio, l’assemblea stessa dei credenti. Una risposta in tal senso è stata data dalla Congregazione per il culto divino con la pubblicazione nel 1988 del Direttorio per le celebrazioni domenicali in assenza del presbitero.

La diocesanità

Il diacono viene ordinato sempre in relazione ad una Chiesa particolare, nella quale si incardina. Ogni ordinazione è relativa ad una precisa comunità; non è conferita per accrescere semplicemente la dignità personale, ma per poter esercitare concretamente un servizio al popolo di Dio.

Una volta indicati gli ambiti, l’articolazione dei compiti precisi sarà decisa dalla convergenza di diversi fattori: i doni personali (carattere psicologico, competenze e carismi), le storie e le situazioni personali e familiari, la reale configurazione della Chiesa particolare. Non sarà fuori luogo rievocare la celebre e antichissima formula contenuta nel primo documento che parla dell’ordinazione diaconale, e cioè la Tradizione apostolica di Ippolito (III secolo). In essa si afferma che il diacono è ordinato «non per il sacerdozio ma per il ministero “del vescovo”». Nell’evoluzione successiva la formula è diventata semplicemente «per il ministero», come si evince dal testo sui diaconi della LG.

Da tutto questo si possono trarre alcuni importanti corollari.

Anzitutto lo stretto rapporto che il vescovo deve instaurare con i suoi diaconi e che questi devono avere con lui: un rapporto di comunione, permeato di obbedienza che, dalla persona del vescovo, si deve estendere anche al progetto pastorale della diocesi; un rapporto, inoltre, da parte del vescovo, di ascolto e di dialogo intorno alle istanze e agli impegni prioritari di carattere diocesano, visto che il diacono è «l’occhio, l’orecchio e la bocca del vescovo» secondo la felice espressione del documento patristico noto come Didascalia degli Apostoli.

In questa prospettiva si può anche comprendere che la parrocchia di per sé non è l’ambito proprio del ministero diaconale se non in via eccezionale e quindi transitoria. Questo anche per evitare che il diacono venga considerato una sorte di “vice-parroco” dimezzato.

La priorità dell’evangelizzazione 

È un altro punto imprescindibile di riferimento per mettere meglio a fuoco il ministero diaconale oggi e le sue prospettive di impegno per il futuro. Vorrei, anzitutto, sottolineare il carattere prioritario dell’evangelizzazione nella missione della Chiesa. Si tratta di una priorità logica e temporale nel dinamismo della salvezza, che ha una duplice radice e un duplice fondamento.

Prima di tutto di ordine teologico, che chiama in causa la nostra fedeltà a Cristo, servo di Dio e degli uomini, il quale ha iniziato la sua missione salvifica con l’annuncio del Vangelo del Regno e l’appello alla conversione e alla fede (cf. Mc 1,15). Questa, infatti, nasce dall’ascolto della parola di Dio e ad essa si alimenta (cf. Rom 10,17) e perciò costituisce – come ricorda già il concilio di Trento – l’initium salutis.

L’altra ragione è di ordine pastorale e scaturisce dalla situazione e dai mutamenti socio-culturali del nostro tempo, legati alle conseguenze del pervasivo fenomeno della secolarizzazione, che hanno determinato la scristianizzazione, una diffusa indifferenza, un’appartenenza parziale e condizionata a Cristo e alla Chiesa, una perdita delle evidenze etiche con una forte ricaduta nel soggettivismo e nel relativismo morale ecc.. In questa situazione, già dal concilio Vaticano II, e sempre più insistentemente in questo trentennio che è seguito all’assise ecumenica, si è parlato e si parla di una “nuova evangelizzazione”.

Ecco alcune “vie” privilegiate della comunicazione della fede e quindi della missione dei diaconi.

  • Quella, anzitutto, della “capillarità”, e cioè dell’annuncio della parola di Dio in piccoli gruppi o comunità inferiori e della penetrazione evangelica negli ambienti di vita e di lavoro, famiglie, caseggiati, borghi dispersi delle campagne ecc…, dove è più facile realizzare il dialogo, la circolazione della parola, l’adesione del messaggio alle situazioni. Sono elementi importanti per la formazione di piccole comunità che dovrebbero avere poi il loro sbocco e la manifestazione unitaria più forte e significativa nell’assemblea eucaristica domenicale.
  • C’è poi un’altra via privilegiata di evangelizzazione che s’impone oggi, nel contesto di pluralismo e d’indifferenza che caratterizza il clima culturale: è quella della testimonianza personale – e soprattutto comunitaria – della misericordia e della carità, di fronte alle antiche e nuove povertà.

Vorrei sottolineare che il diacono, in questi campi, non è e non può essere soltanto un protagonista (lo dovrebbe essere ogni fedele laico formato e ogni operatore pastorale!) bensì un animatore, un responsabile, un educatore di fratelli e sorelle che s’impegnano su queste frontiere. Il diaconato si deve porre oggi come lievito nella pasta della tradizionale parrocchia per lievitarla dal di dentro, ponendosi in stretto legame con la Chiesa locale e assumendo pienamente la pastorale della diocesi stessa, con particolare attenzione al problema degli adulti e dei lontani.

Questo ministero dovrebbe nascere dalla base, nei quartieri, nei rioni, nei condomini, nelle zone rurali, favorendo la dimensione cellulare della Chiesa, dimensione che è tale da consentire un rapporto immediato e fraterno tra persone e famiglie, giovani e adulti: un rapporto fondato sulla Parola di Dio che convoca e unisce nella comunione.

L’esistenza di rapporti personali immediati costituisce il terreno più favorevole per un’attenzione alle esigenze delle persone e dei gruppi umani, e per dare spazio quindi alla corresponsabilità dei fedeli, nell’esercizio di servizi e ministeri diversi, in conformità dei loro carismi. Questa attenzione è possibile dove si realizzano rapporti personali immediati, per un’evangelizzazione efficacemente capillare, favorendo la nascita di zone di influenza territoriale chiamate diaconie.

Nelle parrocchie affidate “in solidum” 

Nel contesto del progetto delle Unità pastorali (c. VII) il vescovo può anche decretare il raggruppamento stabile e istituzionale di varie parrocchie all’interno del vicariato foraneo, tenendo conto… che ogni parrocchia di tale raggruppamento deve essere affidata a un parroco o anche a un gruppo di sacerdoti in solidum, che si prenda cura di tutte le comunità parrocchiali (nn. 54-60).

Una rilevante conseguenza pratica viene dedotta dal fatto che il «diacono può essere impegnato anche nelle comunità… affidate in solidum ad un gruppo di sacerdoti, per la cura di quegli ambiti che sono propri del ministero diaconale».

In questi anni stiamo assistendo ad una trasformazione della pastorale che coinvolge il volto della parrocchia la quale deve adeguarsi ad un mondo che cambia, senza perdere di vista la propria identità e la sua tipica originalità di “laboratorio” di prima e nuova evangelizzazione.

Quando si parla di Unità pastorali, si parla di un nuovo modo di rapportare la parrocchia con il territorio che la abita. È ormai riconosciuto alla parrocchia il carattere di fondamentale articolazione della Chiesa e del suo ministero, per riferimento alle forme quotidiane della vita cristiana. Essa è il luogo “ordinario” della celebrazione eucaristica, sorgente e forma della comunità ecclesiale, luogo della catechesi di iniziazione cristiana.

Il suo carattere “territoriale” la presenta come “luogo” di vita cristiana, per tutti i fedeli, “casa comune” per tutti, che non indulge a criteri elitari di scelte e dedica una cura particolare a chi appare più povero, più emarginato e più lontano. Tuttavia, il carattere “rigorosamente” territoriale della parrocchia è oggi messo in discussione dalle mutate condizioni sociali. La gente oggi vive in una mobilità sociale e in una quantità di situazioni e di ambienti che travalicano il raggio dell’azione pastorale “normale” delle nostre parrocchie. La nascita e i motivi che hanno determinato la costituzione delle Unità pastorali sono da ricercarsi nella necessità di promuovere una pastorale coordinata, cioè una pastorale d’insieme.

Certamente il progetto delle Unità pastorali non può essere riconducibile solo al problema della diminuzione numerica dei presbiteri e, conseguentemente, della loro ridistribuzione sul territorio. La motivazione più profonda è da ricercare nell’ecclesiologia del Vaticano II che ci ha offerto una visione di Chiesa nella quale dev’essere promossa e attuata la partecipazione e la corresponsabilità di tutti i fedeli, secondo il principio dell’unità di missione nella diversità dei ministeri, degli uffici e delle funzioni.

Tutto questo significa riscoprire, da una parte, la vocazione missionaria della Chiesa e, dall’altra, la comunione per una pastorale d’insieme, cioè lavorare insieme riconoscendo i carismi e i ministeri presenti nella comunità cristiana e impostando in una maniera nuova il servizio pastorale, la sua conversione.

Questa rinnovata visione porta necessariamente a ripensare la pastorale parrocchiale e in particolare il suo animatore. Si tratta, in definitiva, di affidare, in solido, la cura pastorale di più parrocchie o comunità cristiane situate in un’area omogenea territoriale ad uno o più presbiteri coadiuvati da diaconi, religiosi e fedeli laici.

In solidum significa che è affidata ad ogni membro del gruppo l’attività pastorale delle comunità parrocchiali interessate, attività da svolgere in comunione con tutti gli altri. Tutta la linea di azione pastorale e l’affidamento dei vari compiti e servizi saranno coordinati da un moderatore, così come viene chiamato dal Codice di diritto canonico (can. 517 § 1) colui che ha la responsabilità e informa stabilmente il vescovo.

È evidente che con le Unità pastorali non si vuole affermare il superamento della parrocchia intesa tradizionalmente come «comunità territoriale», ma si ha il superamento della sua autonomia, passando da una parrocchia chiusa in se stessa ad una comunità parrocchiale aperta, in un contesto di comunione e di coordinamento dell’azione pastorale.

Risulta quindi necessario “riequilibrare” l’azione pastorale, spostando il baricentro della parrocchia intesa in senso “autoreferenziale” (tutta concentrata all’ombra del campanile) verso la prospettiva tipicamente “missionaria”, intesa come normalità quotidiana e dimensione costante della cosiddetta «pastorale ordinaria».

Gli ambiti di azione comune possono essere individuati nei rapporti con la società civile, le iniziative di volontariato, la pastorale d’iniziazione cristiana e sacramentale in genere, la formazione degli operatori pastorali, la pastorale giovanile. Pertanto, una delle condizioni necessarie per dare vita a tale realtà è quella di avere figure ministeriali necessarie per la vita della comunità che, collaborando, mettano a disposizione i propri doni e le proprie risorse spirituali e materiali.

Conseguentemente si pone un problema molto delicato, cioè quello del rapporto tra i presbiteri e i diaconi. Da una parte, i parroci devono avere la possibilità di ripensare al proprium originario del loro ministero: dedicazione alla preghiera e al ministero della Parola. L’esperienza concreta di modelli di comunione e di buon rapporto tra questi due ministeri ordinati può favorire certamente la promozione del diaconato nelle nostre comunità locali.

Mi piace concludere con le parole dei vescovi italiani che, parlando della dimensione missionaria dell’azione educativa, affermano, facendo riferimento ad Atti 1,8, che «è lo Spirito a formare la Chiesa per la missione, la testimonianza e l’annuncio. Grazie alla sua forza, la Chiesa diventa segno e strumento della comunione di tutti gli uomini tra loro e con Dio, manifesta l’amore fraterno da cui ciascuno può riconoscere i discepoli del Signore (cf. Gv 13,35) e proclama in ogni lingua le grandi opere di Dio tra i popoli (cf. At 2,9-11)».

Dunque, l’azione educativa necessita di luoghi credibili: anzitutto la famiglia, con il suo ruolo peculiare e irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là delle opzioni ideologiche; la parrocchia, «fontana del villaggio», luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle relazioni quotidiane.

In ognuno di questi ambiti l’apporto della qualità del ministero dei diaconi diventa una delle vie privilegiate della missione evangelizzatrice della diaconia della Chiesa.

  • Enzo Petrolino è presidente Comunità del diaconato in Italia.

Originale: Settimana News
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Parrocchia e diaconato permanente

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di: Enzo Petrolino

In uno dei passaggi dell’Istruzione su La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa si legge al n. 13 che, «per promuovere la centralità della presenza missionaria della comunità cristiana nel mondo, è importante ripensare non solo a una nuova esperienza di parrocchia, ma anche, in essa, al ministero e alla missione dei sacerdoti, che, insieme con i fedeli laici, hanno il compito di essere “sale e luce del mondo” (cf. Mt 5,13-14), “lampada sul candelabro” (cf. Mc 4,21), mostrando il volto di una comunità evangelizzatrice, capace di un’adeguata lettura dei segni dei tempi, che genera una coerente testimonianza di vita evangelica».

L’importanza dei ministeri nella comunità parrocchiale

Una delle grandi realtà originarie che il Concilio ha recuperato e riaffermato è che la Chiesa è tutta ministeriale: non si può capire la Chiesa se non la si intende pienamente come ministero, serviziodiaconia. Il soggetto primo, dunque, della ministerialità è tutta la Chiesa, anche se poi tale ministerialità viene di fatto esercitata da singoli soggetti.

Se la realtà della Chiesa è ministero, non c’è nessuno dei suoi membri che non sia coinvolto nel ministero che essa, nel suo insieme, esercita. Il Concilio, dopo aver sottolineato il carattere di mistero-sacramento della Chiesa, ha voluto introdurre, prima ancora di qualunque diversificazione interna, un concetto che comprendesse tutti i battezzati. Ha scelto perciò, a tal fine, la categoria di popolo di Dio, recuperando la dimensione biblica di storia, alleanza, elezione, missione e di cammino escatologico.

La felice intuizione ha avuto il pregio di mettere in rilievo il mutuo rapporto tra il sacerdozio ministeriale e quello comune, che si incentrano entrambi nell’unico sacerdozio di Cristo (LG 10). Questo popolo messianico è inviato al mondo intero, e tutti gli uomini, in qualche modo, sono ad esso chiamati (LG 9;13).

La concezione del Vaticano II riguardo al popolo di Dio è pervasa dall’esigenza di partecipazione e di comunione di tutti i battezzati al servizio «profetico, sacerdotale e regale» di Cristo (LG 10;12), il che si traduce nell’inserimento attivo nei vari servizi ecclesiali dei carismi donati per l’utilità comune (LG 12). Comune, dunque, all’intero popolo di Dio è la ministerialità.

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Nella misura in cui ognuno recepisce la propria complementarità, ponendola a servizio della comunità, allora, da una parte, si può vedere realizzato a pieno il ministero del parroco e dei presbiteri che collaborano come pastori; dall’altra, emerge la peculiarità dei vari carismi dei diaconi, dei consacrati e dei laici, perché ognuno si adoperi per la costruzione dell’unico corpo (cf. 1Cor 12,12).

Il cap. VIII alla lettera e) dell’Istruzione è dedicato ai diaconi dove viene affermato che «sono ministri ordinati, incardinati in una diocesi o nelle altre realtà ecclesiali che ne abbiano la facoltà; sono collaboratori del vescovo e dei presbiteri nell’unica missione evangelizzatrice con il compito specifico, in virtù del sacramento ricevuto, di «servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità».

La riattivazione di questo ministero permette che la simbolica diaconale giochi a fondo nella Chiesa. Di fronte a tutti i ministri ordinati, vescovi compresi, oltre che ai laici, i diaconi significano e realizzano la dipendenza di tutti verso Cristo servo che, per la forza del suo Spirito, impegna tutta la Chiesa ad essere soprattutto un popolo di servi e a ridonare al mondo il gusto del servizio.

Dentro a queste linee essenziali, il problema di quale forma concreta debba assumere il ministero diaconale non può essere deciso a tavolino, ma deve poter usufruire di molta esperienza ancora, di tanta storia, di figure di santità.

A salvaguardia dell’identità dei diaconi, in vista della promozione del loro ministero, papa Francesco ha dapprima messo in guardia contro alcuni rischi relativi alla comprensione della natura del diaconato: «Dobbiamo stare attenti a non vedere i diaconi come mezzi preti e mezzi laici. […] E nemmeno va bene l’immagine del diacono come una specie di intermediario tra i fedeli e i pastori. Né a metà strada fra i preti e i laici, né a metà strada fra i pastori e i fedeli. E ci sono due tentazioni. C’è il pericolo del clericalismo: il diacono che è troppo clericale. […] E, l’altra tentazione, il funzionalismo: è un aiuto che ha il prete per questo o per quello».

Onde evitare questo rischio, a mio avviso, sono tre le esperienze che risulteranno decisive: la comunione, la missionarietà e la diocesanità.

Anzitutto l’ecclesiologia di comunione 

È, come noto, il principio unificante e la chiave ermeneutica di tutto il magistero conciliare. Frutto della riscoperta del dato neotestamentario (soprattutto le lettere paoline) e della genuina tradizione ecclesiale (cf. Ignazio di Antiochia) è l’ecclesiologia di comunione.

La prima istanza che si pone alle nostre Chiese è quella di far maturare nelle comunità quella che i documenti chiamano la «coscienza diaconale», ovvero la consapevolezza della comunionalità che si traduce nella partecipazione e nella corresponsabilità a tutti i livelli e nelle sue diverse forme. «Contesto idoneo alle vocazioni al diaconato è… una Chiesa intenta a discernere le vie per le quali il Signore la chiama a sostenere le responsabilità del Vangelo, a vivere e manifestare il mistero della comunione, a tradurre in opere e istituzioni le premure della carità e i diversi servizi pastorali» (CEI, I diaconi permanenti nella Chiesa in Italia. Orientamenti e Norme, 1993, n. 10). È questo, dunque, il terreno più proprio per far sbocciare e coltivare le vocazioni al ministero diaconale.

La missionarietà

Missione e comunione, ovviamente, sono due facce della stessa medaglia. È la missione stessa che rinsalda la comunione, che detta le esigenze alla comunione, perché è il desiderio di donare agli altri Cristo che unisce i cristiani.

In uno dei passaggi della nota pastorale della CEI dal titolo Il volto missionario delle parrocchie in Italia si legge: «Il futuro della Chiesa in Italia, e non solo, ha bisogno della parrocchia. È una certezza basata sulla convinzione che la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo, per una Chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare. Essa è l’immagine concreta del desiderio di Dio di prendere dimora tra gli uomini».

Con questa nota – scrivono i vescovi nell’introduzione al documento – «non si è voluto neanche fare una riflessione generale sulla parrocchia, ma solo mettere a fuoco ciò che è necessario perché essa partecipi alla svolta missionaria della Chiesa in Italia di fronte alle sfide di quest’epoca di forti cambiamenti» (n. 5).

E, più avanti, parlando del segno della fecondità del Vangelo nel territorio, i vescovi sottolineano che la presenza della parrocchia si deve esprimere anzitutto «nel tessere rapporti diretti con tutti i suoi abitanti, cristiani e non cristiani, partecipi della vita della comunità o ai suoi margini. Presenza nel territorio che vuol dire sollecitudine verso i più deboli e gli ultimi, farsi carico degli emarginati, servizio dei poveri, antichi e nuovi, premura per i malati e per i minori in disagio» (n. 10).

Di questa presenza i primi responsabili sono i parroci e i diaconi ai quali – come si esprime l’episcopato italiano – bisogna affidare ambiti ministeriali, «secondo una figura propria e non derivata rispetto a quella del presbitero, nella prospettiva dell’animazione del servizio su tutti i fronti della vita ecclesiale» (n. 12). Vediamo alcuni di questi impegni.

I diaconi a servizio del popolo di Dio

«Nell’esercizio del suo ministero, il diacono aiuta gli altri a riconoscere e a valorizzare i propri carismi e le proprie funzioni nella comunità; in tal modo egli promuove e sostiene le attività apostoliche dei laici».

Il rapportarsi del diacono ai laici nasce dal fatto che egli, attraverso la grazia sacramentale, è abilitato a recepire le varie necessità, facendo emergere e suscitando servizi e ministeri nel popolo di Dio. Tale posizione che vede il diacono a servizio del popolo di Dio implica che il diacono, anche se, da un lato, appartiene al clero in quanto ha ricevuto un’ordinazione, dall’altro, condivida la vita dei laici i quali lo sostengono come appartenente a loro.

Da questa realtà il ministero del diacono, partecipando del sacramento dell’ordine, ha tra i fedeli un’autorevolezza analoga a quella del presbitero; ma, nello stesso tempo, egli, partecipando della condizione comune del popolo, condivide e comprende i problemi di tutti, aiutando anche i presbiteri in tale comprensione.

Certamente il ritmo eccessivamente dinamico e talvolta alienante che caratterizza la nostra società e le nostre comunità ecclesiali svuota della loro carica umana i contatti personali e diretti con la gente, per ridursi ad un caotico incrociarsi di rapporti secondari, senza più punti di contatto e senza possibilità di uno scambio vitale di esperienze e di collaborazione. Queste difficoltà sono oggi presenti anche nelle nostre realtà parrocchiali, dove le nostre comunità si avviano verso un anonimato senza volto, verso incontri prevalentemente di massa e talvolta solo formali, privi del contatto umano e personale.

È una crisi di comunicazione, perché la gente oggi non fa più riferimento alla parrocchia per ricevere una formazione adeguata. «Solo una comunità accogliente e dialogante può trovare le vie per instaurare rapporti di amicizia e offrire risposte alla sete di Dio che è presente nel cuore di ogni uomo. Oggi si impone la ricerca di nuovi linguaggi, non autoreferenziali e arricchiti dalle acquisizioni di quanti operano nell’ambito della comunicazione, della cultura e dell’arte.

Per questo è necessario educare a una fede più motivata, capace di dialogare anche con chi si avvicina alla Chiesa solo occasionalmente, con i credenti di altre religioni e con i non credenti». In tale prospettiva, è necessario che «in ogni comunità l’approfondimento di una fede consapevole abbia piena cittadinanza nel nostro tempo, così da contribuire anche alla crescita della società» (CEI, La restaurazione del diaconato permanente nella Chiesa italiana, 1971, n. 26).

Spesso l’unico momento nel quale il presbitero può raggiungere i suoi fedeli è quello della messa domenicale. Momento che lascia poco spazio al dialogo spontaneo e costruttivo. In questo senso il diaconato e il suo esercizio devono essere visti in relazione ad una Chiesa che cresce nella consapevolezza di essere missionaria. Un impegno che deve far decollare la pastorale oltre la semplice conservazione dell’esistente, per farla aprire in maniera coraggiosa alle nuove sollecitazioni che provengono dalla società.

Nelle comunità parrocchiali senza presbitero

Uno dei fenomeni dell’attuale momento storico ecclesiale è la diminuzione del numero dei presbiteri e, conseguentemente, il progressivo moltiplicarsi di comunità parrocchiali senza la presenza del presbitero. Al n. 98 dell’Istruzione è scritto che «il vescovo, a suo prudente giudizio, potrà affidare ufficialmente alcuni incarichi ai diaconi come la celebrazione di una liturgia della Parola nelle domeniche e nelle feste di precetto, quando, “per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica”. Si tratta di un’eventualità eccezionale, a cui fare ricorso solo in circostanze di vera impossibilità». 

Anche se la restaurazione del diaconato nella Chiesa non nasce da motivi dovuti alla scarsità di vocazioni presbiterali, i vescovi italiani, nel delineare gli spazi dove il diacono può esercitare il suo ministero, dicono primariamente che esso si caratterizza come servizio attivo nel piano pastorale diocesano e come apertura e disponibilità per i bisogni dell’intera Chiesa particolare. Ciò non toglie, dunque, che il diacono possa essere anche impegnato nelle comunità parrocchiali senza presbitero residente.

Davanti a tali situazioni la Chiesa non è rimasta indifferente: sia da parte dei vescovi sia da parte delle stesse comunità cristiane si è avuta una certa preoccupazione tesa ad assicurare soprattutto la tradizione cristiana della domenica, come giorno del Signore. Questo per ribadire primariamente che i cristiani, in tale giorno, si riuniscono con il Risorto da cui sempre viene l’iniziativa della convocazione.

Questo incontro, fondamentalmente, è la celebrazione dell’eucaristia. Quando però non può aver luogo questa pienezza sacramentale, è tuttavia possibile incontrarsi con il Signore attraverso altre forme della sua presenza reale nella Chiesa: la parola di Dio, l’assemblea stessa dei credenti. Una risposta in tal senso è stata data dalla Congregazione per il culto divino con la pubblicazione nel 1988 del Direttorio per le celebrazioni domenicali in assenza del presbitero.

La diocesanità

Il diacono viene ordinato sempre in relazione ad una Chiesa particolare, nella quale si incardina. Ogni ordinazione è relativa ad una precisa comunità; non è conferita per accrescere semplicemente la dignità personale, ma per poter esercitare concretamente un servizio al popolo di Dio.

Una volta indicati gli ambiti, l’articolazione dei compiti precisi sarà decisa dalla convergenza di diversi fattori: i doni personali (carattere psicologico, competenze e carismi), le storie e le situazioni personali e familiari, la reale configurazione della Chiesa particolare. Non sarà fuori luogo rievocare la celebre e antichissima formula contenuta nel primo documento che parla dell’ordinazione diaconale, e cioè la Tradizione apostolica di Ippolito (III secolo). In essa si afferma che il diacono è ordinato «non per il sacerdozio ma per il ministero “del vescovo”». Nell’evoluzione successiva la formula è diventata semplicemente «per il ministero», come si evince dal testo sui diaconi della LG.

Da tutto questo si possono trarre alcuni importanti corollari.

Anzitutto lo stretto rapporto che il vescovo deve instaurare con i suoi diaconi e che questi devono avere con lui: un rapporto di comunione, permeato di obbedienza che, dalla persona del vescovo, si deve estendere anche al progetto pastorale della diocesi; un rapporto, inoltre, da parte del vescovo, di ascolto e di dialogo intorno alle istanze e agli impegni prioritari di carattere diocesano, visto che il diacono è «l’occhio, l’orecchio e la bocca del vescovo» secondo la felice espressione del documento patristico noto come Didascalia degli Apostoli.

In questa prospettiva si può anche comprendere che la parrocchia di per sé non è l’ambito proprio del ministero diaconale se non in via eccezionale e quindi transitoria. Questo anche per evitare che il diacono venga considerato una sorte di “vice-parroco” dimezzato.

La priorità dell’evangelizzazione 

È un altro punto imprescindibile di riferimento per mettere meglio a fuoco il ministero diaconale oggi e le sue prospettive di impegno per il futuro. Vorrei, anzitutto, sottolineare il carattere prioritario dell’evangelizzazione nella missione della Chiesa. Si tratta di una priorità logica e temporale nel dinamismo della salvezza, che ha una duplice radice e un duplice fondamento.

Prima di tutto di ordine teologico, che chiama in causa la nostra fedeltà a Cristo, servo di Dio e degli uomini, il quale ha iniziato la sua missione salvifica con l’annuncio del Vangelo del Regno e l’appello alla conversione e alla fede (cf. Mc 1,15). Questa, infatti, nasce dall’ascolto della parola di Dio e ad essa si alimenta (cf. Rom 10,17) e perciò costituisce – come ricorda già il concilio di Trento – l’initium salutis.

L’altra ragione è di ordine pastorale e scaturisce dalla situazione e dai mutamenti socio-culturali del nostro tempo, legati alle conseguenze del pervasivo fenomeno della secolarizzazione, che hanno determinato la scristianizzazione, una diffusa indifferenza, un’appartenenza parziale e condizionata a Cristo e alla Chiesa, una perdita delle evidenze etiche con una forte ricaduta nel soggettivismo e nel relativismo morale ecc.. In questa situazione, già dal concilio Vaticano II, e sempre più insistentemente in questo trentennio che è seguito all’assise ecumenica, si è parlato e si parla di una “nuova evangelizzazione”.

Ecco alcune “vie” privilegiate della comunicazione della fede e quindi della missione dei diaconi.

  • Quella, anzitutto, della “capillarità”, e cioè dell’annuncio della parola di Dio in piccoli gruppi o comunità inferiori e della penetrazione evangelica negli ambienti di vita e di lavoro, famiglie, caseggiati, borghi dispersi delle campagne ecc…, dove è più facile realizzare il dialogo, la circolazione della parola, l’adesione del messaggio alle situazioni. Sono elementi importanti per la formazione di piccole comunità che dovrebbero avere poi il loro sbocco e la manifestazione unitaria più forte e significativa nell’assemblea eucaristica domenicale.
  • C’è poi un’altra via privilegiata di evangelizzazione che s’impone oggi, nel contesto di pluralismo e d’indifferenza che caratterizza il clima culturale: è quella della testimonianza personale – e soprattutto comunitaria – della misericordia e della carità, di fronte alle antiche e nuove povertà.

Vorrei sottolineare che il diacono, in questi campi, non è e non può essere soltanto un protagonista (lo dovrebbe essere ogni fedele laico formato e ogni operatore pastorale!) bensì un animatore, un responsabile, un educatore di fratelli e sorelle che s’impegnano su queste frontiere. Il diaconato si deve porre oggi come lievito nella pasta della tradizionale parrocchia per lievitarla dal di dentro, ponendosi in stretto legame con la Chiesa locale e assumendo pienamente la pastorale della diocesi stessa, con particolare attenzione al problema degli adulti e dei lontani.

Questo ministero dovrebbe nascere dalla base, nei quartieri, nei rioni, nei condomini, nelle zone rurali, favorendo la dimensione cellulare della Chiesa, dimensione che è tale da consentire un rapporto immediato e fraterno tra persone e famiglie, giovani e adulti: un rapporto fondato sulla Parola di Dio che convoca e unisce nella comunione.

L’esistenza di rapporti personali immediati costituisce il terreno più favorevole per un’attenzione alle esigenze delle persone e dei gruppi umani, e per dare spazio quindi alla corresponsabilità dei fedeli, nell’esercizio di servizi e ministeri diversi, in conformità dei loro carismi. Questa attenzione è possibile dove si realizzano rapporti personali immediati, per un’evangelizzazione efficacemente capillare, favorendo la nascita di zone di influenza territoriale chiamate diaconie.

Nelle parrocchie affidate “in solidum” 

Nel contesto del progetto delle Unità pastorali (c. VII) il vescovo può anche decretare il raggruppamento stabile e istituzionale di varie parrocchie all’interno del vicariato foraneo, tenendo conto… che ogni parrocchia di tale raggruppamento deve essere affidata a un parroco o anche a un gruppo di sacerdoti in solidum, che si prenda cura di tutte le comunità parrocchiali (nn. 54-60).

Una rilevante conseguenza pratica viene dedotta dal fatto che il «diacono può essere impegnato anche nelle comunità… affidate in solidum ad un gruppo di sacerdoti, per la cura di quegli ambiti che sono propri del ministero diaconale».

In questi anni stiamo assistendo ad una trasformazione della pastorale che coinvolge il volto della parrocchia la quale deve adeguarsi ad un mondo che cambia, senza perdere di vista la propria identità e la sua tipica originalità di “laboratorio” di prima e nuova evangelizzazione.

Quando si parla di Unità pastorali, si parla di un nuovo modo di rapportare la parrocchia con il territorio che la abita. È ormai riconosciuto alla parrocchia il carattere di fondamentale articolazione della Chiesa e del suo ministero, per riferimento alle forme quotidiane della vita cristiana. Essa è il luogo “ordinario” della celebrazione eucaristica, sorgente e forma della comunità ecclesiale, luogo della catechesi di iniziazione cristiana.

Il suo carattere “territoriale” la presenta come “luogo” di vita cristiana, per tutti i fedeli, “casa comune” per tutti, che non indulge a criteri elitari di scelte e dedica una cura particolare a chi appare più povero, più emarginato e più lontano. Tuttavia, il carattere “rigorosamente” territoriale della parrocchia è oggi messo in discussione dalle mutate condizioni sociali. La gente oggi vive in una mobilità sociale e in una quantità di situazioni e di ambienti che travalicano il raggio dell’azione pastorale “normale” delle nostre parrocchie. La nascita e i motivi che hanno determinato la costituzione delle Unità pastorali sono da ricercarsi nella necessità di promuovere una pastorale coordinata, cioè una pastorale d’insieme.

Certamente il progetto delle Unità pastorali non può essere riconducibile solo al problema della diminuzione numerica dei presbiteri e, conseguentemente, della loro ridistribuzione sul territorio. La motivazione più profonda è da ricercare nell’ecclesiologia del Vaticano II che ci ha offerto una visione di Chiesa nella quale dev’essere promossa e attuata la partecipazione e la corresponsabilità di tutti i fedeli, secondo il principio dell’unità di missione nella diversità dei ministeri, degli uffici e delle funzioni.

Tutto questo significa riscoprire, da una parte, la vocazione missionaria della Chiesa e, dall’altra, la comunione per una pastorale d’insieme, cioè lavorare insieme riconoscendo i carismi e i ministeri presenti nella comunità cristiana e impostando in una maniera nuova il servizio pastorale, la sua conversione.

Questa rinnovata visione porta necessariamente a ripensare la pastorale parrocchiale e in particolare il suo animatore. Si tratta, in definitiva, di affidare, in solido, la cura pastorale di più parrocchie o comunità cristiane situate in un’area omogenea territoriale ad uno o più presbiteri coadiuvati da diaconi, religiosi e fedeli laici.

In solidum significa che è affidata ad ogni membro del gruppo l’attività pastorale delle comunità parrocchiali interessate, attività da svolgere in comunione con tutti gli altri. Tutta la linea di azione pastorale e l’affidamento dei vari compiti e servizi saranno coordinati da un moderatore, così come viene chiamato dal Codice di diritto canonico (can. 517 § 1) colui che ha la responsabilità e informa stabilmente il vescovo.

È evidente che con le Unità pastorali non si vuole affermare il superamento della parrocchia intesa tradizionalmente come «comunità territoriale», ma si ha il superamento della sua autonomia, passando da una parrocchia chiusa in se stessa ad una comunità parrocchiale aperta, in un contesto di comunione e di coordinamento dell’azione pastorale.

Risulta quindi necessario “riequilibrare” l’azione pastorale, spostando il baricentro della parrocchia intesa in senso “autoreferenziale” (tutta concentrata all’ombra del campanile) verso la prospettiva tipicamente “missionaria”, intesa come normalità quotidiana e dimensione costante della cosiddetta «pastorale ordinaria».

Gli ambiti di azione comune possono essere individuati nei rapporti con la società civile, le iniziative di volontariato, la pastorale d’iniziazione cristiana e sacramentale in genere, la formazione degli operatori pastorali, la pastorale giovanile. Pertanto, una delle condizioni necessarie per dare vita a tale realtà è quella di avere figure ministeriali necessarie per la vita della comunità che, collaborando, mettano a disposizione i propri doni e le proprie risorse spirituali e materiali.

Conseguentemente si pone un problema molto delicato, cioè quello del rapporto tra i presbiteri e i diaconi. Da una parte, i parroci devono avere la possibilità di ripensare al proprium originario del loro ministero: dedicazione alla preghiera e al ministero della Parola. L’esperienza concreta di modelli di comunione e di buon rapporto tra questi due ministeri ordinati può favorire certamente la promozione del diaconato nelle nostre comunità locali.

Mi piace concludere con le parole dei vescovi italiani che, parlando della dimensione missionaria dell’azione educativa, affermano, facendo riferimento ad Atti 1,8, che «è lo Spirito a formare la Chiesa per la missione, la testimonianza e l’annuncio. Grazie alla sua forza, la Chiesa diventa segno e strumento della comunione di tutti gli uomini tra loro e con Dio, manifesta l’amore fraterno da cui ciascuno può riconoscere i discepoli del Signore (cf. Gv 13,35) e proclama in ogni lingua le grandi opere di Dio tra i popoli (cf. At 2,9-11)».

Dunque, l’azione educativa necessita di luoghi credibili: anzitutto la famiglia, con il suo ruolo peculiare e irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là delle opzioni ideologiche; la parrocchia, «fontana del villaggio», luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle relazioni quotidiane.

In ognuno di questi ambiti l’apporto della qualità del ministero dei diaconi diventa una delle vie privilegiate della missione evangelizzatrice della diaconia della Chiesa.

  • Enzo Petrolino è presidente Comunità del diaconato in Italia.

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Originale: Settimana News

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