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Parrocchia e civiltà urbana

Il modello parrocchiale diventa residuale o rappresenta una opportunità nelle aree metropolitane?

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di: Lorenzo Prezzi (a cura)

Oltre la metà della popolazione mondiale vive nelle città e lo stile urbano sta cambiando il senso dell’abitare e del convivere. Il modello parrocchiale diventa residuale o rappresenta una opportunità nelle aree metropolitane? Dialogo con Vincenzo Rosito a partire dal suo recente volume Dio delle città. Cristianesimo e vita urbana (EDB, 2018), a cui rimandiamo per una più ampia presentazione del tema.

La nostra tradizione parrocchiale tridentina fa forza su un trinomio: un territorio, una parrocchia, un parroco. La crescente difficoltà espressa dai preti è questione di infedeltà o di un processo storico che ridefinisce i territori?
«L’urbanizzazione contemporanea interroga insistentemente la vita e le istituzioni delle Chiese. I cambiamenti che interessano da tempo le grandi città non sono di natura esclusivamente estensiva o territoriale. È una novità infatti il modo con cui la gestione personale del tempo sta ridisegnando il rapporto comunitario con lo spazio. Mobilità, flussi e accelerazione tendono a sconvolgere la composizione spaziale della vita urbana. Tutto questo ha notevoli ricadute sulla percezione del legame personale e comunitario con un territorio.
Gli individui sono costantemente rimandati a un’opera di riconfigurazione e negoziazione degli spazi di appartenenza. Se la “forma parrocchiale” si manifesta principalmente nella prossimità alle case e ai luoghi della vita, occorre prestare la massima attenzione ai tempi e ai ritmi dell’esistenza, riconoscendo ad esempio il valore degli spazi che abitiamo nel corso di una sola giornata. A mutare non è solo la quantità del tempo trascorso a casa, ma il valore che attribuiamo al tempo domestico ovvero alle pretese e alle aspettative di cui lo carichiamo. Occorre pertanto che le istituzioni sociali, civili e religiose lavorino insieme sul ruolo della residenzialità e del domicilio nella costruzione del tessuto urbano, dei rapporti di vicinato o nella tessitura delle reti di prossimità».
Regionalizzazione dell’urbano
Il nuovo urbanesimo va oltre le tradizionali partizioni (centro-periferia, città-campagna, città-paese) verso una nuova cosmopoli?
«L’immagine della città-mondo, insieme a quella complementare del mondo-città, è particolarmente suggestiva perché evidenzia come, nel passaggio dalle metropoli alle cosmopoli, la città pretenda di racchiudere o assorbire il globale. La città-mondo riproduce al suo interno non solo le risorse e i vantaggi, ma anche le diseguaglianze e le ingiustizie dell’ordine planetario.
Credo tuttavia che l’immagine della cosmopoli risulti inefficace o poco adatta a esprimere i reali mutamenti in atto. Essa ad esempio, nella ridefinizione dell’urbano contemporaneo, non tiene conto dei soggetti territoriali intermedi come le regioni geografiche e amministrative o gli stati nazionali. A tal riguardo sono particolarmente utili gli studi sulla regionalizzazione dell’urbano. Le grandi città somigliano sempre più ad agglomerati regionali che si estendono su un territorio vasto e disomogeneo. Città del Messico, Shangai, Pechino e molte altre realtà urbane non sono esattamente delle cosmopoli, ma delle città-regione (mega-city region o polycentric metropolis). La regionalizzazione dell’urbano è un fenomeno che accomuna quasi tutte le grandi aree metropolitane del mondo e che in Italia possiamo rinvenire solo in pochi contesti come ad esempio l’area metropolitana milanese.
Una metropoli regionale non è solo una città più grande e complessa, ma un nuovo orizzonte esistenziale e sociale. L’appartenenza territoriale diventa poli-nucleare dal momento che la città è sempre più dis-locata tra “centri” diversi e integrati. Le trasformazioni dell’urbano diventano comprensibili in quanto metamorfosi del “centro” e delle sue rappresentazioni. L’impalcatura moderna di molte istituzioni politiche, ecclesiali o amministrative è strettamente connessa al ruolo del centralismo e dell’accentramento. È dunque importante che le Chiese si interroghino sulla percezione diffusa della centralità urbana. Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando può essere espresso anche mediante l’idea di età urbana, perché inseguendo le trasformazioni della città siamo in grado di comprendere le migrazioni e le saturazioni del “centro”».
Marginalità implicita
Più che risiedere e occupare l’ambiente urbano contratta e negozia. Spazi, luoghi, appartenenze cedono il passo a flussi, reti, funzioni e processi. Come raccontare il passaggio?
«Credo che si possano spiegare i cambiamenti in atto ricorrendo alla metafora scalare, già ampiamente usata tra gli urbanisti e i sociologi della città. Siamo portati a immaginare la realtà urbana come un continuum sociale o abitativo. Per descrivere ad esempio il rapporto centro-periferia usiamo l’immagine di una scala lineare e univoca che, mediante valori intermedi crescenti o decrescenti, connette due estremi reali o immaginari. La frammentazione dello spazio urbano, simile a quello di un vasto arcipelago, rende sempre più difficile l’applicazione di modelli scalari univoci e duraturi.

Le periferie diventano sempre più volatili, sacche di disagio economico e sociale si distribuiscono in modo disomogeneo nelle intercapedini del tessuto urbano contribuendo a ridisegnare una nuova periferia che potremmo descrivere mediante l’immagine del “bordo interno”. Gli emarginati non sono più facilmente collocabili lungo il perimetro esterno di una metropoli regionale, organismo complesso e polinucleare. Il margine o la marginalità sociale diventano pieghe intestine, si rinserrano e si nascondono diventando implicite nel senso letterale del termine. Occorre non solo uscire verso le periferie urbane, ma anche esplicitarle, dispiegarle, sottrarle alla morsa demagogica e autoritaria di chi crede di averle identificate una volta per tutte.
Ritengo inoltre che si debba riconoscere e attribuire un valore critico al disagio sociale implicito. C’è un malessere urbano, una sofferenza personale e comunitaria legata alle trasformazioni delle nostre città che va aiutata a esprimersi senza avere la pretesa di rappresentarla o identificarla in maniera totale e definitiva. Uno dei servizi più urgenti e significativi delle comunità di fede alla vita urbana risiede nella capacità di riconoscere e additare la sofferenza sociale senza saccheggiarla o strumentalizzarla, senza farne un oggetto di negoziazione politica».
Consiglio comunale o cabina di pilotaggio?
Una vittoria del modello globale e tecnocratico denunciato da papa Francesco?
«Nel campo dell’urbanizzazione contemporanea si sta affermando un nuovo modello tecnocratico o per meglio dire un risvolto inedito della logica funzional-strumentale applicata alla gestione della vita quotidiana. Questa novità consiste nella frictionless mentality, ovvero nella tendenza all’eliminazione totale dell’attrito e delle frizioni nella vita ordinaria. Più che dalla razionalità tecnica, questa mentalità discende dalla rivoluzione digitale in virtù della quale usiamo indifferentemente l’aggettivo smart per dire che un telefono o una città sono “cose” intelligenti.
Secondo questa logica (smart mentality) ciò che è intelligente deve essere anche facilmente e intuitivamente utilizzabile. Pertanto, la smart city può essere immaginata come una città in cui tutto, dalla mobilità al consumo, dalle attività ludico-ricreative ai provvedimenti politico-amministrativi, avviene senza alcuna frizione, dove tutto scorre liscio come l’olio, senza incorrere nella minima interruzione o anomalia. Secondo questa visione la città non avrebbe bisogno di un consiglio comunale democraticamente eletto, ma di una cabina di pilotaggio dove lavorano tecnici ed esperti che dirigono una città come si guida un aeroplano.

Tutto questo rivela non solo un’esasperata ottimizzazione finalistico-strumentale. Ciò che si manifesta con più forza è infatti la rimozione dell’idea che l’attrito e la frizione siano elementi preziosi nella gestione della vita urbana, come nella scoperta di sofferenze nascoste e inespresse.
Bisogna ricordare che la vita urbana viene condizionata non solo dalle nuove tendenze tecnocratiche, ma anche dalle spinte egemoniche neoliberiste. Il neoliberismo infatti, supportato dalla finanziarizzazione dell’economia mondiale, agisce nella città modificando i rapporti sociali e riconfigurando l’immaginario del “comune urbano”. Il controllo neoliberista della città opera eliminando prima di tutto il ruolo positivo e dialettico del dissenso. La genuina e preziosa polarità dei punti di vista o degli approcci all’esistenza viene pertanto anestetizzata e compromessa, così come vengono compromessi e inibiti i processi di emersione e di manifestazione del conflitto sociale, civile o generazionale.
Il comune urbano, quale luogo di rinvenimento e gestione delle istanze condivise, viene sacrificato in nome degli accordi bilaterali e dei patteggiamenti privatistici. In questo modo la città si espone al rischio di una rifeudalizzazione dei rapporti civili. Questo pericolo fu lucidamente intravisto e denunciato dal cardinal Martini con queste parole: “La città conserva un ruolo visibile di manifestazione dell’umano, se è vero che diventa luogo simbolico privilegiato dove si scarica il conflitto; una cassa di sfogo di scontri ideologici e perfino di disagi comuni.
Ed essa ne paga forti tributi di insicurezza e perfino di sangue. E così può nascere uno spirito di fuga dalla città, verso zone limitrofe protette, verso zone franche, per avere i vantaggi della città come luogo di scambi fruttuosi e l’eliminazione degli svantaggi di un contatto relazionale ingombrante. È allora la città destinata a disperdersi in un nuovo feudalesimo, compensato magari dalle impersonali relazioni mediatiche? È destinata a diventare un accostamento posticcio tra una city, identificata dal censo e dagli affari, e molte diversità a cui si concede di accamparsi in luoghi privilegiati o degradati, a seconda dei casi?”[1]».
Dinamica virtuosa della parrocchia
Quali sono le virtù dei territori (e delle parrocchie)? Sia nella forma della difesa (contro la frammentazione, lo stigma e la segmentazione) sia in quella del bene-vivere: religiosità popolare, partecipazione segmentata, festa da testimoniare. Potrebbe fare qualche esempio?
«È indiscutibile che nel tessuto poroso e segmentato della città contemporanea la parrocchia rappresenti un avamposto di prossimità e un presidio di coesione sociale. Un merito da riconoscere e custodire nel vissuto parrocchiale delle comunità cristiane è la capacità di offrirsi quale riferimento aggregante e orientante, qualitativamente diverso dalla saturazione del “centro” o dalla proliferazione dei “centri” di diversa natura e utilità. La parrocchia non aspira a diventare un centro (spirituale, assistenziale o culturale) tra i molti centri (commerciali, finanziari o ricreativi) di una grande città.
Nell’autentica coralità polifonica di una parrocchia si avverte prima di tutto la spinta progressiva e dinamica al cammino comune. Nel vissuto della Chiesa locale ci si scopre «popolo di Dio fedele» e comunità di sequela che assume una postura popolare e processionale. Bisognerebbe che le comunità parrocchiali sappiano riconoscere le forme e le voci di una religione popolare e urbana allo stesso tempo. Non a caso papa Francesco, parlando del rapporto tra evangelizzazione e città, cita le nuove culture urbane (Evangelii gaudium, 71-75) in cui la creatività del popolo è inseparabile dalla creazione di nuove relazioni sociali. Le processioni, ad esempio, non sono retaggi obsoleti di un ancoramento popolare e tradizionale della fede. Esse parlano al popolo di Dio in quanto pratiche e rappresentazioni progressive della fede stessa. La natura liturgica o devozionale della processione sostiene la riscoperta della progressività, quale criterio spirituale e pastorale, nell’esercizio comunitario della prossimità.

Progredire toccando i bordi, avanzare e avvicinarsi agli ultimi: sono questi i gesti esercitati dal popolo di Dio che camminando insieme nelle vie di una città, porta il “santo” lì dove non sembra essere di casa. Camminare insieme e farsi prossimo sono declinazioni complementari della medesima gestualità ecclesiale nella città contemporanea».
Il gratuito e il simbolico
I nuovi compiti delle parrocchie (e dei parroci): padroneggiare i nuovi linguaggi, difendere il tempo, vicinanza ai poveri, la festa e il gratuito. Cosa suggerire alle comunità cristiane?
«Oggi, nella vita di una parrocchia, la vicinanza ai poveri dovrebbe esprimersi anche attraverso la capacità di contrastare i processi di stigmatizzazione urbana. Questo significa esercitare un ruolo critico nelle dinamiche sociali in cui si costruisce la fama negativa di un quartiere o si inizia a gettare discredito su una porzione di città o di società. Le comunità cristiane non possono essere inattive davanti alla creazione dei nuovi stigmi sociali. L’edificazione silenziosa e subdola del discredito è il primo incubatore del diniego xenofobico che tanto preoccupa la Chiesa italiana.
Contrastare i processi di stigmatizzazione urbana significa promuovere le riserve di socialità presenti nella vita e nel tessuto comunitario di una città. Queste riserve, distribuite nelle realtà collaborative e associative più disparate, possono diventare occasioni di scoperta, valorizzazione e collaborazione da parte delle singole comunità ecclesiali. C’è un bisogno crescente di “vita all’aperto”, di tempo passato gratuitamente e distesamente nel chiarore degli spazi comuni. La nuova socialità urbana non si esprime probabilmente nelle forme associative e comunitarie del secolo scorso, ma porta in dote desideri inespressi, come quello di un tempo condiviso in semplicità e gratuità.
Nel contesto vitale e sociale di una città, alle Chiese spetta prima di tutto un servizio e un’opera di gratuità. I cristiani potrebbero essere ancor più riconoscibili per la passione con cui promuovono relazioni gratuite e disinteressate, per il modo con cui si spendono a favore delle forme sociali e civili della generosità e del dispendio, in cui si elargisce a piene mani senza chiedere un tornaconto ponderato e immediato. Questo è un compito spirituale, pastorale e culturale del cristianesimo dentro la città che cambia. Lo si potrebbe esprimere con le parole di François Varillon il quale amava ripetere che l’ispirazione propriamente cristiana nell’impegno culturale è “rendere possibile a ogni uomo l’accesso al libero riconoscimento della gratuità assoluta dell’amore”».

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Parrocchia e civiltà urbana

Il modello parrocchiale diventa residuale o rappresenta una opportunità nelle aree metropolitane?

  

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di: Lorenzo Prezzi (a cura)

Oltre la metà della popolazione mondiale vive nelle città e lo stile urbano sta cambiando il senso dell’abitare e del convivere. Il modello parrocchiale diventa residuale o rappresenta una opportunità nelle aree metropolitane? Dialogo con Vincenzo Rosito a partire dal suo recente volume Dio delle città. Cristianesimo e vita urbana (EDB, 2018), a cui rimandiamo per una più ampia presentazione del tema.

La nostra tradizione parrocchiale tridentina fa forza su un trinomio: un territorio, una parrocchia, un parroco. La crescente difficoltà espressa dai preti è questione di infedeltà o di un processo storico che ridefinisce i territori?
«L’urbanizzazione contemporanea interroga insistentemente la vita e le istituzioni delle Chiese. I cambiamenti che interessano da tempo le grandi città non sono di natura esclusivamente estensiva o territoriale. È una novità infatti il modo con cui la gestione personale del tempo sta ridisegnando il rapporto comunitario con lo spazio. Mobilità, flussi e accelerazione tendono a sconvolgere la composizione spaziale della vita urbana. Tutto questo ha notevoli ricadute sulla percezione del legame personale e comunitario con un territorio.
Gli individui sono costantemente rimandati a un’opera di riconfigurazione e negoziazione degli spazi di appartenenza. Se la “forma parrocchiale” si manifesta principalmente nella prossimità alle case e ai luoghi della vita, occorre prestare la massima attenzione ai tempi e ai ritmi dell’esistenza, riconoscendo ad esempio il valore degli spazi che abitiamo nel corso di una sola giornata. A mutare non è solo la quantità del tempo trascorso a casa, ma il valore che attribuiamo al tempo domestico ovvero alle pretese e alle aspettative di cui lo carichiamo. Occorre pertanto che le istituzioni sociali, civili e religiose lavorino insieme sul ruolo della residenzialità e del domicilio nella costruzione del tessuto urbano, dei rapporti di vicinato o nella tessitura delle reti di prossimità».
Regionalizzazione dell’urbano
Il nuovo urbanesimo va oltre le tradizionali partizioni (centro-periferia, città-campagna, città-paese) verso una nuova cosmopoli?
«L’immagine della città-mondo, insieme a quella complementare del mondo-città, è particolarmente suggestiva perché evidenzia come, nel passaggio dalle metropoli alle cosmopoli, la città pretenda di racchiudere o assorbire il globale. La città-mondo riproduce al suo interno non solo le risorse e i vantaggi, ma anche le diseguaglianze e le ingiustizie dell’ordine planetario.
Credo tuttavia che l’immagine della cosmopoli risulti inefficace o poco adatta a esprimere i reali mutamenti in atto. Essa ad esempio, nella ridefinizione dell’urbano contemporaneo, non tiene conto dei soggetti territoriali intermedi come le regioni geografiche e amministrative o gli stati nazionali. A tal riguardo sono particolarmente utili gli studi sulla regionalizzazione dell’urbano. Le grandi città somigliano sempre più ad agglomerati regionali che si estendono su un territorio vasto e disomogeneo. Città del Messico, Shangai, Pechino e molte altre realtà urbane non sono esattamente delle cosmopoli, ma delle città-regione (mega-city region o polycentric metropolis). La regionalizzazione dell’urbano è un fenomeno che accomuna quasi tutte le grandi aree metropolitane del mondo e che in Italia possiamo rinvenire solo in pochi contesti come ad esempio l’area metropolitana milanese.
Una metropoli regionale non è solo una città più grande e complessa, ma un nuovo orizzonte esistenziale e sociale. L’appartenenza territoriale diventa poli-nucleare dal momento che la città è sempre più dis-locata tra “centri” diversi e integrati. Le trasformazioni dell’urbano diventano comprensibili in quanto metamorfosi del “centro” e delle sue rappresentazioni. L’impalcatura moderna di molte istituzioni politiche, ecclesiali o amministrative è strettamente connessa al ruolo del centralismo e dell’accentramento. È dunque importante che le Chiese si interroghino sulla percezione diffusa della centralità urbana. Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando può essere espresso anche mediante l’idea di età urbana, perché inseguendo le trasformazioni della città siamo in grado di comprendere le migrazioni e le saturazioni del “centro”».
Marginalità implicita
Più che risiedere e occupare l’ambiente urbano contratta e negozia. Spazi, luoghi, appartenenze cedono il passo a flussi, reti, funzioni e processi. Come raccontare il passaggio?
«Credo che si possano spiegare i cambiamenti in atto ricorrendo alla metafora scalare, già ampiamente usata tra gli urbanisti e i sociologi della città. Siamo portati a immaginare la realtà urbana come un continuum sociale o abitativo. Per descrivere ad esempio il rapporto centro-periferia usiamo l’immagine di una scala lineare e univoca che, mediante valori intermedi crescenti o decrescenti, connette due estremi reali o immaginari. La frammentazione dello spazio urbano, simile a quello di un vasto arcipelago, rende sempre più difficile l’applicazione di modelli scalari univoci e duraturi.

Le periferie diventano sempre più volatili, sacche di disagio economico e sociale si distribuiscono in modo disomogeneo nelle intercapedini del tessuto urbano contribuendo a ridisegnare una nuova periferia che potremmo descrivere mediante l’immagine del “bordo interno”. Gli emarginati non sono più facilmente collocabili lungo il perimetro esterno di una metropoli regionale, organismo complesso e polinucleare. Il margine o la marginalità sociale diventano pieghe intestine, si rinserrano e si nascondono diventando implicite nel senso letterale del termine. Occorre non solo uscire verso le periferie urbane, ma anche esplicitarle, dispiegarle, sottrarle alla morsa demagogica e autoritaria di chi crede di averle identificate una volta per tutte.
Ritengo inoltre che si debba riconoscere e attribuire un valore critico al disagio sociale implicito. C’è un malessere urbano, una sofferenza personale e comunitaria legata alle trasformazioni delle nostre città che va aiutata a esprimersi senza avere la pretesa di rappresentarla o identificarla in maniera totale e definitiva. Uno dei servizi più urgenti e significativi delle comunità di fede alla vita urbana risiede nella capacità di riconoscere e additare la sofferenza sociale senza saccheggiarla o strumentalizzarla, senza farne un oggetto di negoziazione politica».
Consiglio comunale o cabina di pilotaggio?
Una vittoria del modello globale e tecnocratico denunciato da papa Francesco?
«Nel campo dell’urbanizzazione contemporanea si sta affermando un nuovo modello tecnocratico o per meglio dire un risvolto inedito della logica funzional-strumentale applicata alla gestione della vita quotidiana. Questa novità consiste nella frictionless mentality, ovvero nella tendenza all’eliminazione totale dell’attrito e delle frizioni nella vita ordinaria. Più che dalla razionalità tecnica, questa mentalità discende dalla rivoluzione digitale in virtù della quale usiamo indifferentemente l’aggettivo smart per dire che un telefono o una città sono “cose” intelligenti.
Secondo questa logica (smart mentality) ciò che è intelligente deve essere anche facilmente e intuitivamente utilizzabile. Pertanto, la smart city può essere immaginata come una città in cui tutto, dalla mobilità al consumo, dalle attività ludico-ricreative ai provvedimenti politico-amministrativi, avviene senza alcuna frizione, dove tutto scorre liscio come l’olio, senza incorrere nella minima interruzione o anomalia. Secondo questa visione la città non avrebbe bisogno di un consiglio comunale democraticamente eletto, ma di una cabina di pilotaggio dove lavorano tecnici ed esperti che dirigono una città come si guida un aeroplano.

Tutto questo rivela non solo un’esasperata ottimizzazione finalistico-strumentale. Ciò che si manifesta con più forza è infatti la rimozione dell’idea che l’attrito e la frizione siano elementi preziosi nella gestione della vita urbana, come nella scoperta di sofferenze nascoste e inespresse.
Bisogna ricordare che la vita urbana viene condizionata non solo dalle nuove tendenze tecnocratiche, ma anche dalle spinte egemoniche neoliberiste. Il neoliberismo infatti, supportato dalla finanziarizzazione dell’economia mondiale, agisce nella città modificando i rapporti sociali e riconfigurando l’immaginario del “comune urbano”. Il controllo neoliberista della città opera eliminando prima di tutto il ruolo positivo e dialettico del dissenso. La genuina e preziosa polarità dei punti di vista o degli approcci all’esistenza viene pertanto anestetizzata e compromessa, così come vengono compromessi e inibiti i processi di emersione e di manifestazione del conflitto sociale, civile o generazionale.
Il comune urbano, quale luogo di rinvenimento e gestione delle istanze condivise, viene sacrificato in nome degli accordi bilaterali e dei patteggiamenti privatistici. In questo modo la città si espone al rischio di una rifeudalizzazione dei rapporti civili. Questo pericolo fu lucidamente intravisto e denunciato dal cardinal Martini con queste parole: “La città conserva un ruolo visibile di manifestazione dell’umano, se è vero che diventa luogo simbolico privilegiato dove si scarica il conflitto; una cassa di sfogo di scontri ideologici e perfino di disagi comuni.
Ed essa ne paga forti tributi di insicurezza e perfino di sangue. E così può nascere uno spirito di fuga dalla città, verso zone limitrofe protette, verso zone franche, per avere i vantaggi della città come luogo di scambi fruttuosi e l’eliminazione degli svantaggi di un contatto relazionale ingombrante. È allora la città destinata a disperdersi in un nuovo feudalesimo, compensato magari dalle impersonali relazioni mediatiche? È destinata a diventare un accostamento posticcio tra una city, identificata dal censo e dagli affari, e molte diversità a cui si concede di accamparsi in luoghi privilegiati o degradati, a seconda dei casi?”[1]».
Dinamica virtuosa della parrocchia
Quali sono le virtù dei territori (e delle parrocchie)? Sia nella forma della difesa (contro la frammentazione, lo stigma e la segmentazione) sia in quella del bene-vivere: religiosità popolare, partecipazione segmentata, festa da testimoniare. Potrebbe fare qualche esempio?
«È indiscutibile che nel tessuto poroso e segmentato della città contemporanea la parrocchia rappresenti un avamposto di prossimità e un presidio di coesione sociale. Un merito da riconoscere e custodire nel vissuto parrocchiale delle comunità cristiane è la capacità di offrirsi quale riferimento aggregante e orientante, qualitativamente diverso dalla saturazione del “centro” o dalla proliferazione dei “centri” di diversa natura e utilità. La parrocchia non aspira a diventare un centro (spirituale, assistenziale o culturale) tra i molti centri (commerciali, finanziari o ricreativi) di una grande città.
Nell’autentica coralità polifonica di una parrocchia si avverte prima di tutto la spinta progressiva e dinamica al cammino comune. Nel vissuto della Chiesa locale ci si scopre «popolo di Dio fedele» e comunità di sequela che assume una postura popolare e processionale. Bisognerebbe che le comunità parrocchiali sappiano riconoscere le forme e le voci di una religione popolare e urbana allo stesso tempo. Non a caso papa Francesco, parlando del rapporto tra evangelizzazione e città, cita le nuove culture urbane (Evangelii gaudium, 71-75) in cui la creatività del popolo è inseparabile dalla creazione di nuove relazioni sociali. Le processioni, ad esempio, non sono retaggi obsoleti di un ancoramento popolare e tradizionale della fede. Esse parlano al popolo di Dio in quanto pratiche e rappresentazioni progressive della fede stessa. La natura liturgica o devozionale della processione sostiene la riscoperta della progressività, quale criterio spirituale e pastorale, nell’esercizio comunitario della prossimità.

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Il gratuito e il simbolico
I nuovi compiti delle parrocchie (e dei parroci): padroneggiare i nuovi linguaggi, difendere il tempo, vicinanza ai poveri, la festa e il gratuito. Cosa suggerire alle comunità cristiane?
«Oggi, nella vita di una parrocchia, la vicinanza ai poveri dovrebbe esprimersi anche attraverso la capacità di contrastare i processi di stigmatizzazione urbana. Questo significa esercitare un ruolo critico nelle dinamiche sociali in cui si costruisce la fama negativa di un quartiere o si inizia a gettare discredito su una porzione di città o di società. Le comunità cristiane non possono essere inattive davanti alla creazione dei nuovi stigmi sociali. L’edificazione silenziosa e subdola del discredito è il primo incubatore del diniego xenofobico che tanto preoccupa la Chiesa italiana.
Contrastare i processi di stigmatizzazione urbana significa promuovere le riserve di socialità presenti nella vita e nel tessuto comunitario di una città. Queste riserve, distribuite nelle realtà collaborative e associative più disparate, possono diventare occasioni di scoperta, valorizzazione e collaborazione da parte delle singole comunità ecclesiali. C’è un bisogno crescente di “vita all’aperto”, di tempo passato gratuitamente e distesamente nel chiarore degli spazi comuni. La nuova socialità urbana non si esprime probabilmente nelle forme associative e comunitarie del secolo scorso, ma porta in dote desideri inespressi, come quello di un tempo condiviso in semplicità e gratuità.
Nel contesto vitale e sociale di una città, alle Chiese spetta prima di tutto un servizio e un’opera di gratuità. I cristiani potrebbero essere ancor più riconoscibili per la passione con cui promuovono relazioni gratuite e disinteressate, per il modo con cui si spendono a favore delle forme sociali e civili della generosità e del dispendio, in cui si elargisce a piene mani senza chiedere un tornaconto ponderato e immediato. Questo è un compito spirituale, pastorale e culturale del cristianesimo dentro la città che cambia. Lo si potrebbe esprimere con le parole di François Varillon il quale amava ripetere che l’ispirazione propriamente cristiana nell’impegno culturale è “rendere possibile a ogni uomo l’accesso al libero riconoscimento della gratuità assoluta dell’amore”».

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