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Il Papa: “Vergogna per un mondo divorato dalle guerre e dal profitto”

Via Crucis al Colosseo

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Circa 20mila persone alla Via Crucis al Colosseo: «Si tenta di screditare la Chiesa. Alcuni ministri ingannati da ambizione e vana gloria hanno perso la dignità»
 
SALVATORE CERNUZIO
ROMA
 
«Signore Gesù, il nostro sguardo è rivolto a te, pieno di vergogna, di pentimento e di speranza». Mancano pochi minuti alle 22.30 quando la preghiera del Papa risuona lungo via dei Fori Imperiali fino all’Arco di Costantino, dove 20mila fedeli sono riuniti per la tradizionale Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, “pio esercizio” della Chiesa antica recuperato in tempi moderni da Paolo VI e proseguito dai Pontefici suoi successori. 
 
Anziani, uomini, donne, bambini, stranieri, disabili, suore, sacerdoti: ognuno tiene in mano i propri flambeaux cercando di proteggerne la fiammella mentre dal cielo scendono leggere gocce di pioggia che rendono insolitamente autunnale il clima della Capitale.  
 
Dopo le 14 stazioni, accompagnate dalle meditazioni degli studenti ed ex studenti del liceo romano “Pilo Albertelli”, coordinate dal docente di religione Andrea Monda, tocca al Papa prendere la parola e innalzare a Dio una preghiera universale la cui prima parola è «vergogna». 
 
«Dinanzi al tuo supremo amore ci pervada la vergogna per averti lasciato solo a soffrire per i nostri peccati», dice Bergoglio dal palco allestito ai piedi del monte Celio, stretto nel suo cappotto bianco, con alle spalle una enorme croce fiammeggiante. La voce è flebile, ma è potente la «vergogna» che Francesco esprime «perché tante persone, e perfino alcuni tuoi ministri, si sono lasciati ingannare dall’ambizione e dalla vana gloria perdendo la loro dignità e il loro primo amore». La vergogna, «perché le nostre generazioni stanno lasciando ai giovani un mondo fratturato dalle divisioni e dalle guerre; un mondo divorato dall’egoismo ove i giovani, i piccoli, i malati, gli anziani sono emarginati». 
 
Per il Papa c’è anche «la vergogna per essere scappati dinanzi alla prova pur avendoti detto migliaia di volte: “anche se tutti ti lasciano, io non ti lascerò mai”»; la vergogna di aver scelto «il potere e non te, l’apparenza e non te, il dio denaro e non te, la mondanità e non l’eternità». «La vergogna di aver perso la vergogna», chiosa il Pontefice che chiede a Dio di donare a tutti sempre «la grazia della santa vergogna!». 
 
Insieme ad essa il Papa chiede la grazia del «pentimento», quello che «germoglia dalla certezza che solo tu puoi salvarci dal male, solo tu puoi guarirci dalla nostra lebbra di odio, di egoismo, di superbia, di avidità, di vendetta, di cupidigia, di idolatria, solo tu puoi riabbracciarci ridonandoci la dignità filiale e gioire per il nostro rientro a casa, alla vita». È «il pentimento che sboccia dal sentire la nostra piccolezza, il nostro nulla, la nostra vanità e che si lascia accarezzare dal tuo invito soave e potente alla conversione».  

Leggi anche: La Via Crucis dei giovani al Colosseo: “In fondo al tunnel c’è sempre la luce”
 
A questi due sentimenti si accompagna la speranza, «scintilla» che si accende dalla consapevolezza «che la tua unica misura di amarci – dice Papa Francesco a Dio – è quella di amarci senza misura». Dunque la speranza perché «il tuo messaggio continua a ispirare, ancora oggi, tante persone e popoli a che solo il bene può sconfiggere il male e la cattiveria, solo il perdono può abbattere il rancore e la vendetta, solo l’abbraccio fraterno può disperdere l’ostilità e la paura dell’altro».  
 
La speranza che «accarezza i cuori di tanti giovani che continuano a consacrarti le loro vite divenendo esempi vivi di carità e di gratuità in questo nostro mondo divorato dalla logica del profitto e del facile guadagno»; la stessa speranza che anima tanti missionari e missionarie che «continuano, ancora oggi, a sfidare l’addormentata coscienza dell’umanità rischiando la vita per servire te nei poveri, negli scartati, negli immigrati, negli invisibili, negli sfruttati, negli affamati e nei carcerati». 
  
Questa speranza, prosegue Bergoglio, è viva anche nella Chiesa che è «santa e fatta da peccatori» e che, «nonostante tutti i tentativi di screditarla», continua «ad essere una luce che illumina, incoraggia, solleva e testimonia il tuo amore illimitato per l’umanità, un modello di altruismo, un’arca di salvezza e una fonte di certezza e di verità». «La speranza – conclude il Vescovo di Roma – perché dalla tua croce, frutto dell’avidità e codardia di tanti dottori della Legge e ipocriti, è scaturita la Risurrezione trasformando le tenebre della tomba nel fulgore dell’alba della Domenica senza tramonto, insegnandoci che il tuo amore è la nostra speranza». 
  
A pregare con il Papa durante le 14 stazioni della Via Crucis – trasmessa in mondovisione – ci sono fedeli di Roma e pellegrini dall’Italia e dal mondo. Ci sono Chiara, Cecilia, Francesco, Flavia, Sofia, Greta, Valerio, gli studenti dell’“Albertelli” che portano a turno la croce in diverse Stazioni, mentre vengono letti i testi da loro redatti in cui il dolore, per gli «egoismi che portano alla solitudine», per il dramma dei migranti e degli emarginati della terra, per una realtà «fatta di giri di parole», di apparenze, di ipocrisie da social network, si intreccia alla speranza e all’entusiasmo, per i gesti di solidarietà, di coraggio e di amore incondizionato, per un futuro che può migliorare grazie ai giovani, per un mondo che può rialzarsi e riprendere il cammino come Gesù sulla strada verso il Golgota.  
 
Ad un passo dai ragazzi c’è il vicario di Roma, monsignor Angelo De Donatis,che ha portato la croce durante la prima stazione. E ci sono alcuni rappresentanti di tutti quei cristiani vittime oggi nel mondo di persecuzione e violenze: due suore irachene, Alkhayat Leya e Hikma E. Hann, dell’ordine delle domenicane di Santa Caterina, scampate alla violenza dello Stato Islamico che ha costretto, nell’agosto del 2014, circa 120mila cristiani a fuggire dalla Piana di Ninive fino ad Erbil, e una famiglia, i Sargi, provenienti dalla Siria. A portare la croce è il papà Riad, direttore esecutivo di Caritas Syria, a fianco ci sono la moglie Rouba Farah, la figlia Leila e i due fratelli Elias e Michael, nati 7/8 anni fa. Che quindi da quando sono nati hanno conosciuto solo la guerra. 
 
Tra i “cruciferi” al Colosseo anche due frati di Terra Santa, Antonio D’Aniello e Elivano Luiz da Silva, padre José Narlaly, ministro generale dei Trinitari, e tre volontari dell’Unitalsi che hanno accompagnato Alicia, bimba sulla sedia a rotelle, in rappresentanza delle centinaia di disabili che ogni anno, da anni, l’associazione assiste. Anche questa sera sono numerosi i volontari e gli operatori dispiegati nella zona del Colosseo per sostenere ed aiutare i pellegrini, specialmente quelli malati. 
 
Massiccia, infine, la presenza delle forze dell’ordine, circa 10mila gli agenti in strada. Per l’occasione sono state assunte misure di sicurezza straordinarie: la città è blindata già dal mattino, il percorso della Via Crucis è stato interdetto al traffico dalle 13, chiusa anche la stazione della metro e create due aree di sicurezza con varchi d’accesso e metal detector. Rafforzati anche i controlli negli stabili occupati da migranti e attivate oltre cento telecamere per monitorare l’area compresa tra il Colosseo e il Vaticano. 

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il Papa: “Vergogna per un mondo divorato dalle guerre e dal profitto”

Via Crucis al Colosseo

  

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SALVATORE CERNUZIO
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«Signore Gesù, il nostro sguardo è rivolto a te, pieno di vergogna, di pentimento e di speranza». Mancano pochi minuti alle 22.30 quando la preghiera del Papa risuona lungo via dei Fori Imperiali fino all’Arco di Costantino, dove 20mila fedeli sono riuniti per la tradizionale Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, “pio esercizio” della Chiesa antica recuperato in tempi moderni da Paolo VI e proseguito dai Pontefici suoi successori. 
 
Anziani, uomini, donne, bambini, stranieri, disabili, suore, sacerdoti: ognuno tiene in mano i propri flambeaux cercando di proteggerne la fiammella mentre dal cielo scendono leggere gocce di pioggia che rendono insolitamente autunnale il clima della Capitale.  
 
Dopo le 14 stazioni, accompagnate dalle meditazioni degli studenti ed ex studenti del liceo romano “Pilo Albertelli”, coordinate dal docente di religione Andrea Monda, tocca al Papa prendere la parola e innalzare a Dio una preghiera universale la cui prima parola è «vergogna». 
 
«Dinanzi al tuo supremo amore ci pervada la vergogna per averti lasciato solo a soffrire per i nostri peccati», dice Bergoglio dal palco allestito ai piedi del monte Celio, stretto nel suo cappotto bianco, con alle spalle una enorme croce fiammeggiante. La voce è flebile, ma è potente la «vergogna» che Francesco esprime «perché tante persone, e perfino alcuni tuoi ministri, si sono lasciati ingannare dall’ambizione e dalla vana gloria perdendo la loro dignità e il loro primo amore». La vergogna, «perché le nostre generazioni stanno lasciando ai giovani un mondo fratturato dalle divisioni e dalle guerre; un mondo divorato dall’egoismo ove i giovani, i piccoli, i malati, gli anziani sono emarginati». 
 
Per il Papa c’è anche «la vergogna per essere scappati dinanzi alla prova pur avendoti detto migliaia di volte: “anche se tutti ti lasciano, io non ti lascerò mai”»; la vergogna di aver scelto «il potere e non te, l’apparenza e non te, il dio denaro e non te, la mondanità e non l’eternità». «La vergogna di aver perso la vergogna», chiosa il Pontefice che chiede a Dio di donare a tutti sempre «la grazia della santa vergogna!». 
 
Insieme ad essa il Papa chiede la grazia del «pentimento», quello che «germoglia dalla certezza che solo tu puoi salvarci dal male, solo tu puoi guarirci dalla nostra lebbra di odio, di egoismo, di superbia, di avidità, di vendetta, di cupidigia, di idolatria, solo tu puoi riabbracciarci ridonandoci la dignità filiale e gioire per il nostro rientro a casa, alla vita». È «il pentimento che sboccia dal sentire la nostra piccolezza, il nostro nulla, la nostra vanità e che si lascia accarezzare dal tuo invito soave e potente alla conversione».  

Leggi anche: La Via Crucis dei giovani al Colosseo: “In fondo al tunnel c’è sempre la luce”
 
A questi due sentimenti si accompagna la speranza, «scintilla» che si accende dalla consapevolezza «che la tua unica misura di amarci – dice Papa Francesco a Dio – è quella di amarci senza misura». Dunque la speranza perché «il tuo messaggio continua a ispirare, ancora oggi, tante persone e popoli a che solo il bene può sconfiggere il male e la cattiveria, solo il perdono può abbattere il rancore e la vendetta, solo l’abbraccio fraterno può disperdere l’ostilità e la paura dell’altro».  
 
La speranza che «accarezza i cuori di tanti giovani che continuano a consacrarti le loro vite divenendo esempi vivi di carità e di gratuità in questo nostro mondo divorato dalla logica del profitto e del facile guadagno»; la stessa speranza che anima tanti missionari e missionarie che «continuano, ancora oggi, a sfidare l’addormentata coscienza dell’umanità rischiando la vita per servire te nei poveri, negli scartati, negli immigrati, negli invisibili, negli sfruttati, negli affamati e nei carcerati». 
  
Questa speranza, prosegue Bergoglio, è viva anche nella Chiesa che è «santa e fatta da peccatori» e che, «nonostante tutti i tentativi di screditarla», continua «ad essere una luce che illumina, incoraggia, solleva e testimonia il tuo amore illimitato per l’umanità, un modello di altruismo, un’arca di salvezza e una fonte di certezza e di verità». «La speranza – conclude il Vescovo di Roma – perché dalla tua croce, frutto dell’avidità e codardia di tanti dottori della Legge e ipocriti, è scaturita la Risurrezione trasformando le tenebre della tomba nel fulgore dell’alba della Domenica senza tramonto, insegnandoci che il tuo amore è la nostra speranza». 
  
A pregare con il Papa durante le 14 stazioni della Via Crucis – trasmessa in mondovisione – ci sono fedeli di Roma e pellegrini dall’Italia e dal mondo. Ci sono Chiara, Cecilia, Francesco, Flavia, Sofia, Greta, Valerio, gli studenti dell’“Albertelli” che portano a turno la croce in diverse Stazioni, mentre vengono letti i testi da loro redatti in cui il dolore, per gli «egoismi che portano alla solitudine», per il dramma dei migranti e degli emarginati della terra, per una realtà «fatta di giri di parole», di apparenze, di ipocrisie da social network, si intreccia alla speranza e all’entusiasmo, per i gesti di solidarietà, di coraggio e di amore incondizionato, per un futuro che può migliorare grazie ai giovani, per un mondo che può rialzarsi e riprendere il cammino come Gesù sulla strada verso il Golgota.  
 
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Tra i “cruciferi” al Colosseo anche due frati di Terra Santa, Antonio D’Aniello e Elivano Luiz da Silva, padre José Narlaly, ministro generale dei Trinitari, e tre volontari dell’Unitalsi che hanno accompagnato Alicia, bimba sulla sedia a rotelle, in rappresentanza delle centinaia di disabili che ogni anno, da anni, l’associazione assiste. Anche questa sera sono numerosi i volontari e gli operatori dispiegati nella zona del Colosseo per sostenere ed aiutare i pellegrini, specialmente quelli malati. 
 
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