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Il Papa: “È un dramma quando non ci si vergogna più di niente”

Il Papa alla Messa della II Domenica di Pasqua.

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Alla messa della Divina Misericordia con 550 Missionari, il Papa esorta a «non barricarsi a porte chiuse» e non vivere più da «discepoli incerti, devoti ma titubanti»

GIACOMO GALEAZZI

CITTÀ DEL VATICANO

«Non abbiamo paura di provare vergogna: il dramma è quando non ci si vergogna più di niente! Passiamo dalla vergogna al perdono!». Francesco esorta i fedeli a non «barricarsi a porte chiuse». Infatti «entrando oggi, attraverso le piaghe, nel mistero di Dio, capiamo che la misericordia non è una sua qualità tra le altre, ma il palpito del suo stesso cuore. E allora non viviamo più da discepoli incerti, devoti ma titubanti; diventiamo anche noi veri innamorati del Signore!». Il Papa entra in processione in piazza San Pietro dove, sul sagrato della Basilica vaticana, celebra la messa nella Domenica della Divina Misericordia e in occasione dell’incontro a Roma con 550 Missionari della Misericordia , figure da lui istituite nel quadro del Giubileo straordinario celebrato due anni fa. Concelebrano cardinali, vescovi e sacerdoti. 

«Che il Signore ci dia la grazia di comprendere la vergogna, di vederla non come una porta chiusa, ma come il primo passo dell’incontro», è l’invocazione del Pontefice durante l’omelia. «Quando proviamo vergogna, dobbiamo essere grati: vuol dire che non accettiamo il male, e questo è buono». La vergogna è «un invito segreto dell’anima che ha bisogno del Signore per vincere il male: il dramma è quando non ci si vergogna più di niente». E «dopo la vergogna e la rassegnazione, c’è un’altra porta chiusa, a volte blindata: il nostro peccato». Infatti, spiega Francesco, «quando commetto un peccato grande, se io, in tutta onestà, non voglio perdonarmi, perché dovrà farlo Dio? Questa porta, però, è serrata solo da una parte, la nostra; per Dio non è mai invalicabile. Egli, come insegna il Vangelo, ama entrare proprio “a porte chiuse”, quando ogni varco sembra sbarrato, lì Dio opera meraviglie». Dio «non decide mai di separarsi da noi, siamo noi che lo lasciamo fuori», ripete Francesco.  
 
Ma «quando ci confessiamo accade l’inaudito: scopriamo che proprio quel peccato, che ci teneva distanti dal Signore, diventa il luogo dell’incontro con Lui». Lì «il Dio ferito d’amore viene incontro alle nostre ferite. E rende le nostre misere piaghe simili alle sue piaghe gloriose perché Egli è misericordia e opera meraviglie nelle nostre miserie». Jorge Mario Bergoglio sottolinea come nel Vangelo odierno ritorni più volte il verbo vedere: «I discepoli gioirono al vedere il Signore», poi dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore». Ma il Vangelo, precisa, non descrive come lo videro, non descrive il Risorto, evidenzia solo un particolare: «Mostrò loro le mani e il fianco».  
 
Secondo il Papa, «sembra volerci dire che i discepoli hanno riconosciuto Gesù così: attraverso le sue piaghe». La stessa cosa è accaduta a Tommaso: anch’egli voleva vedere «nelle sue mani il segno dei chiodi» e dopo aver veduto credette. «Nonostante la sua incredulità, dobbiamo ringraziare Tommaso, perché non si è accontentato di sentir dire dagli altri che Gesù era vivo, e nemmeno di vederlo in carne e ossa, ma ha voluto vedere dentro, toccare con mano le sue piaghe, i segni del suo amore – afferma Francesco-. Il Vangelo chiama Tommaso “Didimo”, cioè gemello, e in questo è veramente nostro fratello gemello. Perché anche a noi non basta sapere che Dio c’è: non ci riempie la vita un Dio risorto ma lontano; non ci attrae un Dio distante, per quanto giusto e santo. No, abbiamo anche noi bisogno di “vedere Dio”, di toccare con mano che è risorto per noi».  
 
Ma, domanda il Pontefice, «come possiamo vederlo?». Come i discepoli: «attraverso le sue piaghe». Infatti «guardando lì, essi hanno compreso che non li amava per scherzo e che li perdonava, nonostante tra loro ci fosse chi l’aveva rinnegato e chi l’aveva abbandonato». Quindi, puntualizza Bergoglio, «entrare nelle sue piaghe è contemplare l’amore smisurato che sgorga dal suo cuore». È capire che «il suo cuore batte per me, per te, per ciascuno di noi». Perciò, aggiunge, «possiamo ritenerci e dirci cristiani, e parlare di tanti bei valori della fede, ma, come i discepoli, abbiamo bisogno di vedere Gesù toccando il suo amore. Solo così andiamo al cuore della fede e, come i discepoli, troviamo una pace e una gioia più forti di ogni dubbio».  
 
Infatti, Tommaso, dopo aver visto le piaghe del Signore, esclamò: «Mio Signore e mio Dio!». Francesco attira l’attenzione sull’aggettivo che Tommaso ripete: «mio» È «un aggettivo possessivo e, se ci riflettiamo, potrebbe sembrare fuori luogo riferirlo a Dio: come può Dio essere mio? Come posso fare mio l’Onnipotente?». Secondo il Papa, «in realtà, dicendo mio non profaniamo Dio, ma onoriamo la sua misericordia, perché è Lui che ha voluto farsi nostro». Come in «una storia di amore», gli diciamo: «Ti sei fatto uomo per me, sei morto e risorto per me e allora non sei solo Dio; sei il mio Dio, sei la mia vita. In te ho trovato l’amore che cercavo e molto di più, come non avrei mai immaginato». Perciò «Dio non si offende a essere “nostro”, perché l’amore chiede confidenza, la misericordia domanda fiducia». Già al principio dei dieci comandamenti, evidenzia Francesco, Dio diceva: «Io sono il Signore, tuo Dio» e ribadiva: «Io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso». Ecco, sottolinea Francesco, «la proposta di Dio, amante geloso che si presenta come tuo Dio. E dal cuore commosso di Tommaso sgorga la risposta». E cioè «mio Signore e mio Dio!».  
 
Dunque, «come assaporare questo amore, come toccare oggi con mano la misericordia di Gesù? Ce lo suggerisce ancora il Vangelo, quando sottolinea che la sera stessa di Pasqua, cioè appena risorto, Gesù, per prima cosa, dona lo Spirito per perdonare i peccati». Quindi «per sperimentare l’amore bisogna passare da lì: lasciarsi perdonare». Ma, osserva Francesco, «andare a confessarsi sembra difficile». Di fronte a Dio, «siamo tentati di fare come i discepoli nel Vangelo: barricarci a porte chiuse. Essi lo facevano per timore e noi pure abbiamo timore, vergogna di aprirci e dire i peccati». C’è invece «una porta chiusa davanti al perdono del Signore, quella della rassegnazione» e «l’hanno sperimentata i discepoli, che a Pasqua constatavano amaramente come tutto fosse tornato come prima: erano ancora lì, a Gerusalemme, sfiduciati; il “capitolo Gesù” sembrava finito e dopo tanto tempo con Lui nulla era cambiato». Infatti, puntualizza il Pontefice, anche noi possiamo pensare: «Sono cristiano da tanto, eppure non cambia niente, faccio sempre i soliti peccati». Allora, «sfiduciati, rinunciamo alla misericordia».  
 
Ma il Signore ci interpella: «Non credi che la mia misericordia è più grande della tua miseria? Sei recidivo nel peccare? Sii recidivo nel chiedere misericordia, e vedremo chi avrà la meglio!». Poi, aggiunge il Vescovo di Roma, «chi conosce il Sacramento del perdono lo sa: non è vero che tutto rimane come prima. Ad ogni perdono siamo rinfrancati, incoraggiati, perché ci sentiamo ogni volta più amati». E «quando, da amati, ricadiamo, proviamo più dolore rispetto a prima», è «un dolore benefico, che lentamente ci distacca dal peccato». Scopriamo allora «che la forza della vita è ricevere il perdono di Dio, e andare avanti, di perdono in perdono».  
 
Quindi, conclude Papa Francesco, «come Tommaso chiediamo oggi la grazia di riconoscere il nostro Dio: di trovare nel suo perdono la nostra gioia, nella sua misericordia la nostra speranza». 
 
Al termine della Messa, Francesco guida la recita della preghiera mariana del Regina Cæli, durante la quale invita i fedeli a rivolgersi «in preghiera alla nostra Madre celeste». Prima, però, ringrazia tutti coloro che hanno partecipato alla celebrazione, in particolare i Missionari della Misericordia, convenuti per il loro incontro romano che si concluderà il prossimo 11 aprile: «Grazie per il vostro servizio!», dice.  
 
Poi si rivolge «ai nostri fratelli e sorelle delle Chiese Orientali che oggi, secondo il calendario giuliano, celebrano la Solennità di Pasqua»: «Porgo gli auguri più cordiali: il Signore risorto li ricolmi di luce e di pace, e conforti le comunità che vivono in situazioni particolarmente difficili», è l’augurio del Pontefice. Che saluta anche i Rom e i Sinti presenti in piazza San Pietro, in occasione della loro Giornata Internazionale, il “Romanò Dives ”: «Auguro pace e fratellanza ai membri di questi antichi popoli, e auspico che la giornata odierna favorisca la cultura dell’incontro, con la buona volontà di conoscersi e rispettarsi reciprocamente. È questa la strada che porta a una vera integrazione». Quindi «cari Rom e Sinti, pregate per me e preghiamo insieme per i vostri fratelli rifugiati siriani». 

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il Papa: “È un dramma quando non ci si vergogna più di niente”

Il Papa alla Messa della II Domenica di Pasqua.

  

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GIACOMO GALEAZZI

CITTÀ DEL VATICANO

«Non abbiamo paura di provare vergogna: il dramma è quando non ci si vergogna più di niente! Passiamo dalla vergogna al perdono!». Francesco esorta i fedeli a non «barricarsi a porte chiuse». Infatti «entrando oggi, attraverso le piaghe, nel mistero di Dio, capiamo che la misericordia non è una sua qualità tra le altre, ma il palpito del suo stesso cuore. E allora non viviamo più da discepoli incerti, devoti ma titubanti; diventiamo anche noi veri innamorati del Signore!». Il Papa entra in processione in piazza San Pietro dove, sul sagrato della Basilica vaticana, celebra la messa nella Domenica della Divina Misericordia e in occasione dell’incontro a Roma con 550 Missionari della Misericordia , figure da lui istituite nel quadro del Giubileo straordinario celebrato due anni fa. Concelebrano cardinali, vescovi e sacerdoti. 

«Che il Signore ci dia la grazia di comprendere la vergogna, di vederla non come una porta chiusa, ma come il primo passo dell’incontro», è l’invocazione del Pontefice durante l’omelia. «Quando proviamo vergogna, dobbiamo essere grati: vuol dire che non accettiamo il male, e questo è buono». La vergogna è «un invito segreto dell’anima che ha bisogno del Signore per vincere il male: il dramma è quando non ci si vergogna più di niente». E «dopo la vergogna e la rassegnazione, c’è un’altra porta chiusa, a volte blindata: il nostro peccato». Infatti, spiega Francesco, «quando commetto un peccato grande, se io, in tutta onestà, non voglio perdonarmi, perché dovrà farlo Dio? Questa porta, però, è serrata solo da una parte, la nostra; per Dio non è mai invalicabile. Egli, come insegna il Vangelo, ama entrare proprio “a porte chiuse”, quando ogni varco sembra sbarrato, lì Dio opera meraviglie». Dio «non decide mai di separarsi da noi, siamo noi che lo lasciamo fuori», ripete Francesco.  
 
Ma «quando ci confessiamo accade l’inaudito: scopriamo che proprio quel peccato, che ci teneva distanti dal Signore, diventa il luogo dell’incontro con Lui». Lì «il Dio ferito d’amore viene incontro alle nostre ferite. E rende le nostre misere piaghe simili alle sue piaghe gloriose perché Egli è misericordia e opera meraviglie nelle nostre miserie». Jorge Mario Bergoglio sottolinea come nel Vangelo odierno ritorni più volte il verbo vedere: «I discepoli gioirono al vedere il Signore», poi dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore». Ma il Vangelo, precisa, non descrive come lo videro, non descrive il Risorto, evidenzia solo un particolare: «Mostrò loro le mani e il fianco».  
 
Secondo il Papa, «sembra volerci dire che i discepoli hanno riconosciuto Gesù così: attraverso le sue piaghe». La stessa cosa è accaduta a Tommaso: anch’egli voleva vedere «nelle sue mani il segno dei chiodi» e dopo aver veduto credette. «Nonostante la sua incredulità, dobbiamo ringraziare Tommaso, perché non si è accontentato di sentir dire dagli altri che Gesù era vivo, e nemmeno di vederlo in carne e ossa, ma ha voluto vedere dentro, toccare con mano le sue piaghe, i segni del suo amore – afferma Francesco-. Il Vangelo chiama Tommaso “Didimo”, cioè gemello, e in questo è veramente nostro fratello gemello. Perché anche a noi non basta sapere che Dio c’è: non ci riempie la vita un Dio risorto ma lontano; non ci attrae un Dio distante, per quanto giusto e santo. No, abbiamo anche noi bisogno di “vedere Dio”, di toccare con mano che è risorto per noi».  
 
Ma, domanda il Pontefice, «come possiamo vederlo?». Come i discepoli: «attraverso le sue piaghe». Infatti «guardando lì, essi hanno compreso che non li amava per scherzo e che li perdonava, nonostante tra loro ci fosse chi l’aveva rinnegato e chi l’aveva abbandonato». Quindi, puntualizza Bergoglio, «entrare nelle sue piaghe è contemplare l’amore smisurato che sgorga dal suo cuore». È capire che «il suo cuore batte per me, per te, per ciascuno di noi». Perciò, aggiunge, «possiamo ritenerci e dirci cristiani, e parlare di tanti bei valori della fede, ma, come i discepoli, abbiamo bisogno di vedere Gesù toccando il suo amore. Solo così andiamo al cuore della fede e, come i discepoli, troviamo una pace e una gioia più forti di ogni dubbio».  
 
Infatti, Tommaso, dopo aver visto le piaghe del Signore, esclamò: «Mio Signore e mio Dio!». Francesco attira l’attenzione sull’aggettivo che Tommaso ripete: «mio» È «un aggettivo possessivo e, se ci riflettiamo, potrebbe sembrare fuori luogo riferirlo a Dio: come può Dio essere mio? Come posso fare mio l’Onnipotente?». Secondo il Papa, «in realtà, dicendo mio non profaniamo Dio, ma onoriamo la sua misericordia, perché è Lui che ha voluto farsi nostro». Come in «una storia di amore», gli diciamo: «Ti sei fatto uomo per me, sei morto e risorto per me e allora non sei solo Dio; sei il mio Dio, sei la mia vita. In te ho trovato l’amore che cercavo e molto di più, come non avrei mai immaginato». Perciò «Dio non si offende a essere “nostro”, perché l’amore chiede confidenza, la misericordia domanda fiducia». Già al principio dei dieci comandamenti, evidenzia Francesco, Dio diceva: «Io sono il Signore, tuo Dio» e ribadiva: «Io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso». Ecco, sottolinea Francesco, «la proposta di Dio, amante geloso che si presenta come tuo Dio. E dal cuore commosso di Tommaso sgorga la risposta». E cioè «mio Signore e mio Dio!».  
 
Dunque, «come assaporare questo amore, come toccare oggi con mano la misericordia di Gesù? Ce lo suggerisce ancora il Vangelo, quando sottolinea che la sera stessa di Pasqua, cioè appena risorto, Gesù, per prima cosa, dona lo Spirito per perdonare i peccati». Quindi «per sperimentare l’amore bisogna passare da lì: lasciarsi perdonare». Ma, osserva Francesco, «andare a confessarsi sembra difficile». Di fronte a Dio, «siamo tentati di fare come i discepoli nel Vangelo: barricarci a porte chiuse. Essi lo facevano per timore e noi pure abbiamo timore, vergogna di aprirci e dire i peccati». C’è invece «una porta chiusa davanti al perdono del Signore, quella della rassegnazione» e «l’hanno sperimentata i discepoli, che a Pasqua constatavano amaramente come tutto fosse tornato come prima: erano ancora lì, a Gerusalemme, sfiduciati; il “capitolo Gesù” sembrava finito e dopo tanto tempo con Lui nulla era cambiato». Infatti, puntualizza il Pontefice, anche noi possiamo pensare: «Sono cristiano da tanto, eppure non cambia niente, faccio sempre i soliti peccati». Allora, «sfiduciati, rinunciamo alla misericordia».  
 
Ma il Signore ci interpella: «Non credi che la mia misericordia è più grande della tua miseria? Sei recidivo nel peccare? Sii recidivo nel chiedere misericordia, e vedremo chi avrà la meglio!». Poi, aggiunge il Vescovo di Roma, «chi conosce il Sacramento del perdono lo sa: non è vero che tutto rimane come prima. Ad ogni perdono siamo rinfrancati, incoraggiati, perché ci sentiamo ogni volta più amati». E «quando, da amati, ricadiamo, proviamo più dolore rispetto a prima», è «un dolore benefico, che lentamente ci distacca dal peccato». Scopriamo allora «che la forza della vita è ricevere il perdono di Dio, e andare avanti, di perdono in perdono».  
 
Quindi, conclude Papa Francesco, «come Tommaso chiediamo oggi la grazia di riconoscere il nostro Dio: di trovare nel suo perdono la nostra gioia, nella sua misericordia la nostra speranza». 
 
Al termine della Messa, Francesco guida la recita della preghiera mariana del Regina Cæli, durante la quale invita i fedeli a rivolgersi «in preghiera alla nostra Madre celeste». Prima, però, ringrazia tutti coloro che hanno partecipato alla celebrazione, in particolare i Missionari della Misericordia, convenuti per il loro incontro romano che si concluderà il prossimo 11 aprile: «Grazie per il vostro servizio!», dice.  
 
Poi si rivolge «ai nostri fratelli e sorelle delle Chiese Orientali che oggi, secondo il calendario giuliano, celebrano la Solennità di Pasqua»: «Porgo gli auguri più cordiali: il Signore risorto li ricolmi di luce e di pace, e conforti le comunità che vivono in situazioni particolarmente difficili», è l’augurio del Pontefice. Che saluta anche i Rom e i Sinti presenti in piazza San Pietro, in occasione della loro Giornata Internazionale, il “Romanò Dives ”: «Auguro pace e fratellanza ai membri di questi antichi popoli, e auspico che la giornata odierna favorisca la cultura dell’incontro, con la buona volontà di conoscersi e rispettarsi reciprocamente. È questa la strada che porta a una vera integrazione». Quindi «cari Rom e Sinti, pregate per me e preghiamo insieme per i vostri fratelli rifugiati siriani». 

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