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Home Argomenti Teologia, Dottrina e Magistero Il Papa: i genitori non rinuncino a perder tempo coi figli per il lavoro

Il Papa: i genitori non rinuncino a perder tempo coi figli per il lavoro

Il Papa visita la parrocchia del Santissimo Sacramento di Roma

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Francesco visita la parrocchia del SS. Sacramento a Tor de’ Schiavi: «no a preti e laici con la faccia funebre», poi la benedizione del centro “Casa della Gioia” dove lascia la sua firma e la cresima ad una bimba malata. «L’amore non è quello dei telefilm ma servire gli altri»
 

SALVATORE CERNUZIO
ROMA

«Scusi!», «Santo Padre!», «Francesco!», «ah Francé!». Urla e cori si incrociano all’arrivo del Papa nella parrocchia del Santissimo Sacramento, nel quartiere popolare di Tor de’ Schiavi. Bergoglio giunge in auto poco prima delle 16, accolto dai cardinali Chavez e Tagle e dal parroco don Maurizio Mirilli che lo scorta in mezzo alla folla gioiosamente rumorosa assiepata nel cortile della chiesa agitando smarphone e cartelloni.  

 
Bergoglio prova a salutare tutti e ad accontentare ogni richiesta: le benedizioni, gli abbracci, le foto (dalla folla si vede qualcuno fare segno al parroco di portare il Papa dal lato suo per scambiare due parole o immortalarlo in un selfie), accarezza i bambini tenuti in braccio dai papà, anche quelli di pochi mesi come Carlotta a cui fa finta di rubare il ciuccio; scherza coi ragazzini dell’oratorio: «Vai bene a scuola?», chiede ad uno. «Insomma», risponde lui facendolo sorridere.   
 
Prima tappa della visita pastorale di Francesco in questa comunità della periferia est, nella zona Centocelle, è il dialogo con quattro rappresentanti dell’oratorio. Il primo è Mauro che si presenta come membro di una «famiglia irregolare», cosa che tuttavia non ha impedito di inserirsi nel tessuto parrocchiale. Anzi Mauro è tra i responsabili dell’oratorio e il suo cruccio è: «Come far capire ai genitori che portano i bambini in parrocchia a non lasciarli soli?». 
 
«Hai toccato una piaga, i bambini», risponde il Pontefice a braccio, «i figli che crescono ma senza la famiglia a casa perché il papà è indaffarato fino a qui (si tocca la fronte, ndr), la mamma pure perché lavora, e i bambini crescono un po’ da soli, a volte c’è la nonna che aiuta tanto, i nonni sono un tesoro» (peccato che spesso siano inseriti nella «lista degli scartati» e interpellati «solo quando hanno la pensione», osserva con amarezza il Papa). 
 
Il mondo purtroppo gira così: «il lavoro è importante». E «questa cultura è schiavista». Il problema però, evidenzia il Papa, è che «quando i bambini crescono soli, senza dialogo coi genitori» rischiano di perdere i «grandi valori della vita», a cominciare dalla fede, che «si trasmettono solo “in dialetto”». Cioè attraverso quel linguaggio tipico di ogni famiglia in cui confluiscono saggezza e amore. «Le cose buone, i valori di base si imparano in dialetto», perciò ogni genitore deve trovare il modo, aiutato anche dai nonni, di essere presente con i figli. Altrimenti «cresceranno deboli, è un problema di vitamina che ti dà la famiglia che ti fa crescere forte», dice il Papa. Va bene anche solo giocare la sera di ritorno dal lavoro: «Ma padre sono stanco, voglio guardare la tv…». «No!», rimarca Bergoglio, è fondamentale «saper perdere tempo con i propri figli» e parlare con loro questo «dialetto dell’amore». Perché «quello che non si impara in famiglia difficilmente si imparerà fuori». 
 
Con la stessa immediatezza il Papa risponde anche a Simona, del gruppo giovani della parrocchia, che denuncia una mancanza, talvolta, di dimostrazione d’amore da parte dei pastori. «Ma davvero ci amano?». «Secondo la tua domanda la mia risposta dovrebbe essere una bastonata a preti e vescovi e anche alle suore», ride Francesco. Che invita tutti – preti, suore, religiosi, vescovi, cardinali e anche Papi – alla «buona testimonianza» e alla «coerenza» perché è questo che dà la «buona aria» ad una parrocchia. Anche è importante avere la «virtù» della «vicinanza»: «Non si predica il Vangelo con le parole, con gli argomenti ma con vicinanza, coerenza, testimonianza». Il rischio è altrimenti di «avere una parrocchia tiepida, funzionale, dove tutto va bene tranne il cuore. Una parrocchia “cardiopata”». 
 
Il Vescovo di Roma continua a parlare di «testimonianza» anche con Beatrice, 15enne orfana di padre che, proprio dopo questo grave lutto, si è avvicinata alla Chiesa riscoprendo in essa «un luogo d’amore». «Per tanti miei coetanei non è così. È noiosa, cosa devo fare?», chiede al Papa. Che risponde con umorismo e realismo: «Molte volte i tuoi amici hanno ragione. Alcuni pastori, laici, suore sono davvero noiosi. Hanno una faccia che non sai se è di un pastore o di una veglia funebre». Invece «il Vangelo porta gioia sempre». Non si tratta di avere un «sorriso artificiale», come quello della «gente che lo deve fare perché sennò la mandano via dal lavoro», ma di trasmettere una gioia genuina «che è il dono di Gesù risorto».  
 
Così cresce la Chiesa: «Per attrazione non per proselitismo», ripete ancora una volta il Papa. E questo vale per tutti, anche per i laici «che ho trovato nelle parrocchie più amareggiati, con la faccia di aceto rispetto ai preti o alle suore. Un laico quando non si inserisce bene in una parrocchia incomincia un gioco di potere dentro, una lotta interna… e delle volte trovi gente che, si, è buona, lavora all’Azione Cattolica, alla Caritas ma è sempre tesa non è libera, non so forse cerca qualche promozione. Gente buona ma senza la libertà della gioia del Vangelo», annota il Pontefice. La gioia, insiste, non è dunque un optional ma «una condizione». E «se qualcuno di quelli che lavorano in parrocchia ha l’abitudine di fare colazione con aceto allora cambi abitudine, prenda il caffellatte che farà bene».  
 
L’ultimo scambio avviene tra il Papa e Mattia, bimbo scout di 10 anni che chiede preghiere per la mamma che dovrà affrontare un intervento. «Questo che ha fatto Mattia è una cosa che voi, ragazzi e ragazze, dovete fare sempre: pregare per i genitori. Loro pregano per voi, ma voi pregate per loro? O pregate solo quando avete la speranza che vi facciano quel regalo o quell’altro?», domanda Francesco. «I genitori hanno bisogno della vostra preghiera, e quando hanno un problema, una malattia, dovete pregare di più. Una preghiera al giorno per i genitori!».  
 
Papa Francesco si sposta poi nel salone parrocchiale per abbracciare anziani, ammalati e le realtà parrocchiali legate alla carità. Segue la tappa nel sottotetto della chiesa del Santissimo Sacramento: lì in quello che finora era un magazzino, grazie alla spinta di un gruppo di mamme e ad un progetto sostenuto dal Vicariato di Roma, è stato allestito il centro “Casa della gioia” per l’assistenza ai disabili. Attualmente sono sette i ragazzi malati che con due religiose e una laica saranno ospitati nel centro a partire da oggi; Francesco li saluta, dialoga con loro e le loro famiglie, benedice gli ambienti e lascia anche la sua firma sul pannello esposto all’ingresso. 
 
Poi scende di nuovo in parrocchia a confessare tre fedeli e celebrare la messa, durante la quale impartisce la Cresima a Maya, una bambina di 12 anni affetta da malattia mitocondriale, e alla sua mamma.  
 
Nella sua omelia il Pontefice parla di amore, a partire dalla raccomandazione di Gesù ai discepoli: «Rimanete nel mio amore». Ma di che amore si parla? Non certo quello delle «coppie dei fidanzati» o quello dei «film» e dei «telefilm»; «l’amore è un’altra cosa: è prendersi carico degli altri, non è suonare i violini, è lavoro», dice Bergoglio. «Pensate a voi che siete mamme, come amavate i vostri i figli quando erano piccolini? Col lavoro! Prenderli quando piangono, allattarli, cambiarli… Amore è lavoro per gli altri, l’amore si fa vedere nelle opere non nelle parole. Ricordate quella canzone: “Parole, parole, parole”?». 
 
E l’amore, aggiunge il Papa, non è certo il «chiacchiericcio». «No, sparlare della gente non è amore. “Ma io amo Dio, faccio cinque novene al mese”. Sì, ma com’è la tua lingua? La pietra di paragone per vedere l’amore è domandarsi: come va la mia lingua? Quello da la tua temperatura del tuo amore, ti dirà se è vero amore o è solo vernice di fuori». «Se questa parrocchia riuscisse a non parlare mai male degli altri sarebbe da canonizzare», aggiunge Francesco tra le risate collettive, «almeno fate lo sforzo di non spellare gli altri, di non sparlare… “Ma Padre ci dia un rimedio!”. È facile, alla mano di tutti – risponde il Papa – morditi la lingua, si gonfierà sicuro ma non parlerai più». 

 
 
Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il Papa: i genitori non rinuncino a perder tempo coi figli per il lavoro

Il Papa visita la parrocchia del Santissimo Sacramento di Roma

  

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Francesco visita la parrocchia del SS. Sacramento a Tor de’ Schiavi: «no a preti e laici con la faccia funebre», poi la benedizione del centro “Casa della Gioia” dove lascia la sua firma e la cresima ad una bimba malata. «L’amore non è quello dei telefilm ma servire gli altri»
 

SALVATORE CERNUZIO
ROMA

«Scusi!», «Santo Padre!», «Francesco!», «ah Francé!». Urla e cori si incrociano all’arrivo del Papa nella parrocchia del Santissimo Sacramento, nel quartiere popolare di Tor de’ Schiavi. Bergoglio giunge in auto poco prima delle 16, accolto dai cardinali Chavez e Tagle e dal parroco don Maurizio Mirilli che lo scorta in mezzo alla folla gioiosamente rumorosa assiepata nel cortile della chiesa agitando smarphone e cartelloni.  

 
Bergoglio prova a salutare tutti e ad accontentare ogni richiesta: le benedizioni, gli abbracci, le foto (dalla folla si vede qualcuno fare segno al parroco di portare il Papa dal lato suo per scambiare due parole o immortalarlo in un selfie), accarezza i bambini tenuti in braccio dai papà, anche quelli di pochi mesi come Carlotta a cui fa finta di rubare il ciuccio; scherza coi ragazzini dell’oratorio: «Vai bene a scuola?», chiede ad uno. «Insomma», risponde lui facendolo sorridere.   
 
Prima tappa della visita pastorale di Francesco in questa comunità della periferia est, nella zona Centocelle, è il dialogo con quattro rappresentanti dell’oratorio. Il primo è Mauro che si presenta come membro di una «famiglia irregolare», cosa che tuttavia non ha impedito di inserirsi nel tessuto parrocchiale. Anzi Mauro è tra i responsabili dell’oratorio e il suo cruccio è: «Come far capire ai genitori che portano i bambini in parrocchia a non lasciarli soli?». 
 
«Hai toccato una piaga, i bambini», risponde il Pontefice a braccio, «i figli che crescono ma senza la famiglia a casa perché il papà è indaffarato fino a qui (si tocca la fronte, ndr), la mamma pure perché lavora, e i bambini crescono un po’ da soli, a volte c’è la nonna che aiuta tanto, i nonni sono un tesoro» (peccato che spesso siano inseriti nella «lista degli scartati» e interpellati «solo quando hanno la pensione», osserva con amarezza il Papa). 
 
Il mondo purtroppo gira così: «il lavoro è importante». E «questa cultura è schiavista». Il problema però, evidenzia il Papa, è che «quando i bambini crescono soli, senza dialogo coi genitori» rischiano di perdere i «grandi valori della vita», a cominciare dalla fede, che «si trasmettono solo “in dialetto”». Cioè attraverso quel linguaggio tipico di ogni famiglia in cui confluiscono saggezza e amore. «Le cose buone, i valori di base si imparano in dialetto», perciò ogni genitore deve trovare il modo, aiutato anche dai nonni, di essere presente con i figli. Altrimenti «cresceranno deboli, è un problema di vitamina che ti dà la famiglia che ti fa crescere forte», dice il Papa. Va bene anche solo giocare la sera di ritorno dal lavoro: «Ma padre sono stanco, voglio guardare la tv…». «No!», rimarca Bergoglio, è fondamentale «saper perdere tempo con i propri figli» e parlare con loro questo «dialetto dell’amore». Perché «quello che non si impara in famiglia difficilmente si imparerà fuori». 
 
Con la stessa immediatezza il Papa risponde anche a Simona, del gruppo giovani della parrocchia, che denuncia una mancanza, talvolta, di dimostrazione d’amore da parte dei pastori. «Ma davvero ci amano?». «Secondo la tua domanda la mia risposta dovrebbe essere una bastonata a preti e vescovi e anche alle suore», ride Francesco. Che invita tutti – preti, suore, religiosi, vescovi, cardinali e anche Papi – alla «buona testimonianza» e alla «coerenza» perché è questo che dà la «buona aria» ad una parrocchia. Anche è importante avere la «virtù» della «vicinanza»: «Non si predica il Vangelo con le parole, con gli argomenti ma con vicinanza, coerenza, testimonianza». Il rischio è altrimenti di «avere una parrocchia tiepida, funzionale, dove tutto va bene tranne il cuore. Una parrocchia “cardiopata”». 
 
Il Vescovo di Roma continua a parlare di «testimonianza» anche con Beatrice, 15enne orfana di padre che, proprio dopo questo grave lutto, si è avvicinata alla Chiesa riscoprendo in essa «un luogo d’amore». «Per tanti miei coetanei non è così. È noiosa, cosa devo fare?», chiede al Papa. Che risponde con umorismo e realismo: «Molte volte i tuoi amici hanno ragione. Alcuni pastori, laici, suore sono davvero noiosi. Hanno una faccia che non sai se è di un pastore o di una veglia funebre». Invece «il Vangelo porta gioia sempre». Non si tratta di avere un «sorriso artificiale», come quello della «gente che lo deve fare perché sennò la mandano via dal lavoro», ma di trasmettere una gioia genuina «che è il dono di Gesù risorto».  
 
Così cresce la Chiesa: «Per attrazione non per proselitismo», ripete ancora una volta il Papa. E questo vale per tutti, anche per i laici «che ho trovato nelle parrocchie più amareggiati, con la faccia di aceto rispetto ai preti o alle suore. Un laico quando non si inserisce bene in una parrocchia incomincia un gioco di potere dentro, una lotta interna… e delle volte trovi gente che, si, è buona, lavora all’Azione Cattolica, alla Caritas ma è sempre tesa non è libera, non so forse cerca qualche promozione. Gente buona ma senza la libertà della gioia del Vangelo», annota il Pontefice. La gioia, insiste, non è dunque un optional ma «una condizione». E «se qualcuno di quelli che lavorano in parrocchia ha l’abitudine di fare colazione con aceto allora cambi abitudine, prenda il caffellatte che farà bene».  
 
L’ultimo scambio avviene tra il Papa e Mattia, bimbo scout di 10 anni che chiede preghiere per la mamma che dovrà affrontare un intervento. «Questo che ha fatto Mattia è una cosa che voi, ragazzi e ragazze, dovete fare sempre: pregare per i genitori. Loro pregano per voi, ma voi pregate per loro? O pregate solo quando avete la speranza che vi facciano quel regalo o quell’altro?», domanda Francesco. «I genitori hanno bisogno della vostra preghiera, e quando hanno un problema, una malattia, dovete pregare di più. Una preghiera al giorno per i genitori!».  
 
Papa Francesco si sposta poi nel salone parrocchiale per abbracciare anziani, ammalati e le realtà parrocchiali legate alla carità. Segue la tappa nel sottotetto della chiesa del Santissimo Sacramento: lì in quello che finora era un magazzino, grazie alla spinta di un gruppo di mamme e ad un progetto sostenuto dal Vicariato di Roma, è stato allestito il centro “Casa della gioia” per l’assistenza ai disabili. Attualmente sono sette i ragazzi malati che con due religiose e una laica saranno ospitati nel centro a partire da oggi; Francesco li saluta, dialoga con loro e le loro famiglie, benedice gli ambienti e lascia anche la sua firma sul pannello esposto all’ingresso. 
 
Poi scende di nuovo in parrocchia a confessare tre fedeli e celebrare la messa, durante la quale impartisce la Cresima a Maya, una bambina di 12 anni affetta da malattia mitocondriale, e alla sua mamma.  
 
Nella sua omelia il Pontefice parla di amore, a partire dalla raccomandazione di Gesù ai discepoli: «Rimanete nel mio amore». Ma di che amore si parla? Non certo quello delle «coppie dei fidanzati» o quello dei «film» e dei «telefilm»; «l’amore è un’altra cosa: è prendersi carico degli altri, non è suonare i violini, è lavoro», dice Bergoglio. «Pensate a voi che siete mamme, come amavate i vostri i figli quando erano piccolini? Col lavoro! Prenderli quando piangono, allattarli, cambiarli… Amore è lavoro per gli altri, l’amore si fa vedere nelle opere non nelle parole. Ricordate quella canzone: “Parole, parole, parole”?». 
 
E l’amore, aggiunge il Papa, non è certo il «chiacchiericcio». «No, sparlare della gente non è amore. “Ma io amo Dio, faccio cinque novene al mese”. Sì, ma com’è la tua lingua? La pietra di paragone per vedere l’amore è domandarsi: come va la mia lingua? Quello da la tua temperatura del tuo amore, ti dirà se è vero amore o è solo vernice di fuori». «Se questa parrocchia riuscisse a non parlare mai male degli altri sarebbe da canonizzare», aggiunge Francesco tra le risate collettive, «almeno fate lo sforzo di non spellare gli altri, di non sparlare… “Ma Padre ci dia un rimedio!”. È facile, alla mano di tutti – risponde il Papa – morditi la lingua, si gonfierà sicuro ma non parlerai più». 

 
 
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