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Papa Francesco: servire la speranza significa gettare ponti tra le civiltà

Il Pontefice dedica la catechesi dell’udienza generale, in piazza San Pietro, al recente viaggio apostolico in Marocco

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Il Pontefice dedica la catechesi dell’udienza generale, in piazza San Pietro, al recente viaggio apostolico in Marocco, il 30 e il 31 marzo scorsi, sul tema: “Servitore di speranza”. E ringrazia il re Mohammed VI e le altre autorità marocchine “per la calorosa accoglienza e per tutta la collaborazione”

Barbara Castelli – Città del Vaticano

Esistono “tante religioni” e tutte “guardano il cielo, guardano Dio”: il Padre Celeste ha “permesso questo” e noi non dobbiamo temere le “differenze”, ma dobbiamo lavorare per la “fratellanza”, soprattutto “con i figli di Abramo come noi, i musulmani”. Con queste parole Papa Francesco spiega il senso del suo viaggio apostolico in Marocco, “un altro passo sulla strada del dialogo e dell’incontro”. Un pellegrinaggio compiuto sulle orme di san Francesco e san Giovanni Paolo II: 800 anni fa, infatti, il Poverello di Assisi portò il messaggio di pace e di fraternità al Sultano al-Malik al-Kamil; mentre nel 1985 Papa Wojtyła compì la sua memorabile visita in Marocco, dopo aver ricevuto in Vaticano il re Hassan II. “Servire la speranza – rimarca il Pontefice nella catechesi – in un tempo come il nostro, significa anzitutto gettare ponti tra le civiltà”. (Ascolta il servizio con la voce del Papa).

Ricordando alcuni importanti vertici internazionali che negli ultimi anni si sono tenuti in quel Paese, con il Re Mohammed VI abbiamo ribadito il ruolo essenziale delle religioni nel difendere la dignità umana e promuovere la pace, la giustizia e la cura del creato, cioè nostra casa comune. In questa prospettiva abbiamo anche sottoscritto insieme con il Re un Appello per Gerusalemme, perché la Città santa sia preservata come patrimonio dell’umanità e luogo di incontro pacifico, specialmente per i fedeli delle tre religioni monoteiste.

Papa Bergoglio ricorda la visita al Mausoleo di Mohammed V, all’Istituto per la formazione degli imam, così come l’attenzione dedicata alla questione migratoria. Proprio a Marrakech, nel dicembre scorso, è stato ratificato il “Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare”: “un passo importante verso l’assunzione di responsabilità della comunità internazionale”.

A me non piace dire migranti; a me piace più dire persone migranti. Sapete perché? Perché migrante è un aggettivo, in cambio persone sono sostantivi. Noi siamo caduti nella cultura dell’aggettivo: usiamo tanti aggettivi e dimentichiamo tante volte i sostantivi, cioè la sostanza. L’aggettivo va attaccato a un sostantivo, a una persona, cioè migrante no: una persona migrante. Così c’è rispetto. Per non cadere in questa cultura dell’aggettivo che è troppo liquida, troppo gassosa.

Il Pontefice richiama anche la proposta della Santa Sede, che si riassume in quattro verbi: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. “Non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali – precisa – ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana”.

L’epifania del Popolo di Dio nel cuore di un Paese islamico

Particolarmente toccante anche l’abbraccio con la comunità cristiana: la visita al Centro rurale di servizi sociali, gestito dalle suore Figlie della Carità; l’incontro con i sacerdoti, le persone consacrate e il Consiglio ecumenico delle Chiese nella cattedrale di Rabat; l’Eucaristia domenicale in un complesso sportivo della capitale.

È un piccolo gregge, in Marocco, e per questo ho ricordato le immagini evangeliche del sale, della luce e del lievito (cfr Mt 5,13-16; 13,33) che abbiamo letto all’inizio di questa udienza. Ciò che conta non è la quantità, ma che il sale abbia sapore, che la luce splenda, e che il lievito abbia la forza di far fermentare tutta la massa. E questo non viene da noi, ma da Dio, dallo Spirito Santo che ci rende testimoni di Cristo là dove siamo, in uno stile di dialogo e di amicizia.

Migliaia di persone, di circa 60 nazionalità diverse, hanno partecipato alla Messa, “una singolare epifania del Popolo di Dio nel cuore di un Paese islamico”. Papa Francesco sottolinea che “Dio vuole che tutti i suoi figli prendano parte alla sua gioia, alla festa del perdono e della riconciliazione”. “Solo chi è rinato e vive nell’abbraccio di questo Padre – conclude – può essere nel mondo servitore di speranza”.

Originale: Vatican News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il Pontefice dedica la catechesi dell’udienza generale, in piazza San Pietro, al recente viaggio apostolico in Marocco

  

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Il Pontefice dedica la catechesi dell’udienza generale, in piazza San Pietro, al recente viaggio apostolico in Marocco, il 30 e il 31 marzo scorsi, sul tema: “Servitore di speranza”. E ringrazia il re Mohammed VI e le altre autorità marocchine “per la calorosa accoglienza e per tutta la collaborazione”

Barbara Castelli – Città del Vaticano

Esistono “tante religioni” e tutte “guardano il cielo, guardano Dio”: il Padre Celeste ha “permesso questo” e noi non dobbiamo temere le “differenze”, ma dobbiamo lavorare per la “fratellanza”, soprattutto “con i figli di Abramo come noi, i musulmani”. Con queste parole Papa Francesco spiega il senso del suo viaggio apostolico in Marocco, “un altro passo sulla strada del dialogo e dell’incontro”. Un pellegrinaggio compiuto sulle orme di san Francesco e san Giovanni Paolo II: 800 anni fa, infatti, il Poverello di Assisi portò il messaggio di pace e di fraternità al Sultano al-Malik al-Kamil; mentre nel 1985 Papa Wojtyła compì la sua memorabile visita in Marocco, dopo aver ricevuto in Vaticano il re Hassan II. “Servire la speranza – rimarca il Pontefice nella catechesi – in un tempo come il nostro, significa anzitutto gettare ponti tra le civiltà”. (Ascolta il servizio con la voce del Papa).

Ricordando alcuni importanti vertici internazionali che negli ultimi anni si sono tenuti in quel Paese, con il Re Mohammed VI abbiamo ribadito il ruolo essenziale delle religioni nel difendere la dignità umana e promuovere la pace, la giustizia e la cura del creato, cioè nostra casa comune. In questa prospettiva abbiamo anche sottoscritto insieme con il Re un Appello per Gerusalemme, perché la Città santa sia preservata come patrimonio dell’umanità e luogo di incontro pacifico, specialmente per i fedeli delle tre religioni monoteiste.

Papa Bergoglio ricorda la visita al Mausoleo di Mohammed V, all’Istituto per la formazione degli imam, così come l’attenzione dedicata alla questione migratoria. Proprio a Marrakech, nel dicembre scorso, è stato ratificato il “Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare”: “un passo importante verso l’assunzione di responsabilità della comunità internazionale”.

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A me non piace dire migranti; a me piace più dire persone migranti. Sapete perché? Perché migrante è un aggettivo, in cambio persone sono sostantivi. Noi siamo caduti nella cultura dell’aggettivo: usiamo tanti aggettivi e dimentichiamo tante volte i sostantivi, cioè la sostanza. L’aggettivo va attaccato a un sostantivo, a una persona, cioè migrante no: una persona migrante. Così c’è rispetto. Per non cadere in questa cultura dell’aggettivo che è troppo liquida, troppo gassosa.

Il Pontefice richiama anche la proposta della Santa Sede, che si riassume in quattro verbi: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. “Non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali – precisa – ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana”.

L’epifania del Popolo di Dio nel cuore di un Paese islamico

Particolarmente toccante anche l’abbraccio con la comunità cristiana: la visita al Centro rurale di servizi sociali, gestito dalle suore Figlie della Carità; l’incontro con i sacerdoti, le persone consacrate e il Consiglio ecumenico delle Chiese nella cattedrale di Rabat; l’Eucaristia domenicale in un complesso sportivo della capitale.

È un piccolo gregge, in Marocco, e per questo ho ricordato le immagini evangeliche del sale, della luce e del lievito (cfr Mt 5,13-16; 13,33) che abbiamo letto all’inizio di questa udienza. Ciò che conta non è la quantità, ma che il sale abbia sapore, che la luce splenda, e che il lievito abbia la forza di far fermentare tutta la massa. E questo non viene da noi, ma da Dio, dallo Spirito Santo che ci rende testimoni di Cristo là dove siamo, in uno stile di dialogo e di amicizia.

Migliaia di persone, di circa 60 nazionalità diverse, hanno partecipato alla Messa, “una singolare epifania del Popolo di Dio nel cuore di un Paese islamico”. Papa Francesco sottolinea che “Dio vuole che tutti i suoi figli prendano parte alla sua gioia, alla festa del perdono e della riconciliazione”. “Solo chi è rinato e vive nell’abbraccio di questo Padre – conclude – può essere nel mondo servitore di speranza”.

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