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“Papa Francesco non nasconde la polvere sotto il tappeto”

Alfonso Sabella, il magistrato anti-mafia che ha catturato i boss stragisti di Cosa Nostra, indica come modello per lo Stato la lotta del Pontefice al malaffare e alla corruzione nella Chiesa

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Alfonso Sabella, il magistrato anti-mafia che ha catturato i boss stragisti di Cosa Nostra, indica come modello per lo Stato la lotta del Pontefice al malaffare e alla corruzione nella Chiesa

ROMA. Alfonso Sabella è simbolo internazionalmente riconosciuto di lotta alla corruzione e al malaffare. È lui il magistrato (alla cui figura è ispirata la serie tv «Il Cacciatore») che ha catturato, tra decine di altri mafiosi, anche Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, i boss di Cosa Nostra che hanno sfidato frontalmente lo Stato durante la sanguinosa stagione stragista degli anni Novanta. Poi da amministratore capitolino è stato il primo a combattere i clan del litorale romano con provvedimenti mai realizzati in precedenza come l’abbattimento degli stabilimenti balneari illegali e degli esercizi abusivi controllati a Ostia dalla criminalità organizzata. Nel radicale risanamento svolto da papa Francesco contro gli scandali finanziari e gli abusi commessi dai preti pedofili sui minori, Sabella ravvisa un modello e un esempio anche per il contrasto dello Stato. «In questo modo il Pontefice delegittima ogni forma di omertà – afferma a Vatican Insider – È la dimostrazione di una ferrea volontà di cambiare, leggi, modalità d’azione, mentalità e prassi di comando all’interno di organizzazioni complesse come la Chiesa cattolica e la Santa Sede».

Papa Francesco ha messo al centro del suo pontificato la lotta agli scandali finanziari e agli abusi nella Chiesa. In base alla sua esperienza in prima linea contro la corruzione e contro il malaffare, servono più nuove leggi o nuove metodologie di azione?

«Io parto sempre dal presupposto che un’ottima legge applicata da un incapace o da un delinquente dia risultati peggiori rispetto a una pessima legge applicata da una persona capace e onesta. Trovo, peraltro, che più si complicano le normative più si creano spazi di elusione per chi le vuole aggirare e si finisce, al contrario, con il penalizzare gli operatori onesti».

Come valuta l’azione di pulizia svolta dal Pontefice all’interno della Chiesa?

«Sono un credente cattolico e non mi permetterei mai di giudicare le azioni del Sommo Pontefice ma se mi avesse fatto la stessa domanda su WhatsApp avrei risposto semplicemente inserendo qualche decina di emoticon con l’applauso».

Come deve procedere secondo lei Papa Bergoglio per raggiungere il suo obiettivo?

«Nemmeno in questo caso mi sento degno di dare consigli a Sua Santità ma trovo che il solo fatto di non aver lasciato la polvere sotto il tappeto e di aver già intrapreso iniziative concrete ed efficaci sul contrasto del malaffare o solo dell’opacità di certi comportamenti passati senza sconti per nessuno, di aver creato organismi permanenti di analisi di quei fenomeni, di contrasto degli stessi e di supporto alle strutture anche periferiche della Chiesa, non possa che essere la strada migliore per impedire definitivamente che si verifichino ancora quegli abusi sessuali e quegli scandali finanziari che, purtroppo, hanno fatto perdere a molti la fiducia nel clero».

L’eccesso di burocrazia favorisce gli insabbiamenta anche nelle istituzioni civili?

«Sul fronte repressivo credo che il nostro Paese abbia una legislazione decisamente adeguata che non necessita certo di interventi ulteriori mentre, a mio giudizio, si potrebbe agire sulla semplificazione delle procedure e sull’eliminazione di quegli innumerevoli adempimenti burocratici che danno garanzie di trasparenza e non discriminazione solo apparenti o poco efficaci. La vera svolta epocale che il nostro Paese dovrebbe compiere riguarda invece la selezione della classe dirigente e ovvero fare in modo che questa non avvenga più sulla base di logiche di nepotismo o di spartizione di poltrone ma che ci si assicuri che i burocrati siano effettivamente individuati tra persone capaci e oneste e che svolgano effettivamente il loro lavoro con disciplina e onore come impone la nostra Costituzione».

È appena stata istituita in Vaticano una task-force di giuristi che aiuterà le Chiese locali e le congregazioni religiose a redigere o ad aggiornare le proprie linee guida per combattere la pedofilia nella Chiesa. Come si sconfigge l’omertà?

«Sulla base della mia esperienza nel contrasto alle mafie l’unico modo per provare a incrinare il muro dell’omertà è quello di creare fiducia nelle istituzioni nel senso di dare alle vittime, ma con fatti concreti e non solo a parole, la ragionevole aspettativa che l’intera pubblica amministrazione e non solo la magistratura e le forze di polizia si muovano con linearità, trasparenza e chiara determinazione».

Si tratta di fare terra bruciata attorno al malaffare?

«Se in un territorio di mafia o di camorra si cominciano ad arrestare e condannare gli estorsori e, al contempo, si supportano le vittime di tali prevaricazioni assicurando la piena correttezza delle procedure amministrative che le riguardano e dando loro concreta tutela anche sul fronte economico, è naturale che più persone offese troveranno il coraggio di denunciare o di raccontare quanto è a loro conoscenza innescando così un meccanismo virtuoso che, se si mantiene alta la guardia, porterà definitivamente a scacciare quella paura e quello stato di assoggettamento posto alla base della stessa esistenza delle associazioni mafiose».

C’è il rischio di trovarsi isolati?

«Se la vittima di una prevaricazione viene lasciata sola, se le sue denunce rimangono inascoltate, se continuerà a doversi confrontare con una burocrazia cieca e arida o che, addirittura, continua a dare l’impressione di favorire i soliti potenti, ogni sforzo per rompere il muro di omertà risulterà vano. È ovvio che il medesimo ragionamento vale per fenomeni quali la pedofilia o l’usura laddove il metus esercitato dal criminale è rivolto verso vittime particolarmente fragili e facilmente vulnerabili».

Quanto incide l’esempio che arriva dall’alto quando si tratta di scalfire condotte inveterate come quelle che hanno portato per decenni a coprire gli scandali finanziari e degli abusi?

«Molto spesso, almeno nel nostro Paese, si è sottovalutato il grande impatto che può avere un chiaro segnale dal vertice di discontinuità con il passato, soprattutto quando questo riguarda i soggetti ritenuti intoccabili, e l’effetto domino che si può determinare. Bisogna aver il coraggio di prendere, laicamente e correttamente, atto dagli errori del passato con tangibili dimostrazioni di presa di distanza dagli stessi e far tesoro di quelle esperienze negative adottando ogni iniziativa utile affinché non si ripetano. Diversamente il negazionismo non porta da nessuna parte perché fin quando si nega l’esistenza di un fenomeno criminale o lo si minimizza non si comincia certo a contrastarlo».

Cosa nostra ne è la dimostrazione?

«Sì, ma non solo. È quello che è avvenuto per decenni con la mafia in Sicilia o quello che sta avvenendo ancora adesso a Roma laddove, fino a quando si continuerà a ripetere che le mafie non esistono o a esultare perché una determinata organizzazione criminale, che aveva indubbiamente condizionato in favore di biechi interessi privati la vita politica, economica e sociale della città, non è stata riconosciuta come mafiosa dalla Cassazione, sarà molto complicato contrastare efficacemente i fenomeni criminali».

Lei ha arrestato i boss stragisti di Cosa Nostra, che cosa invece non ha funzionato a Ostia?

«Molto semplicemente quando lavoravo a Palermo a nessuno veniva in mente di dire che quella città non fosse pervasa e stritolata dalla mafia e, soprattutto, avevo tutte le istituzioni dalla mia parte, a Ostia, dove tra l’altro sono stato solo quattro mesi, si negava e si continua a negare la presenza di mafie su quel territorio, e soprattutto, ho dovuto guadagnarmi con enorme fatica, senza talvolta nemmeno riuscirci, il supporto delle amministrazioni con cui necessariamente dovevo confrontarmi».

Qual è il suo rimpianto?

«Faccio un esempio. Quando, appena arrivato a Ostia, ho chiuso la palestra che abusivamente Roberto Spada gestiva da anni in locali del Comune, non ho certo trovato consensi nella popolazione che ha, anzi, preso parte a manifestazioni di protesta contro quel recupero di legalità e tantomeno ho avuto supporto dalla burocrazia capitolina che si girava dall’altra parte pur di non fare quello che le chiedevo. Poi la storia è nota: io sono andato via da Ostia, la palestra è stata riaperta ancorché in altri locali e Roberto Spada ha colpito con la famosa testata il povero giornalista Rai Daniele Piervincenzi. E mi è rimasta molta amarezza nel constatare che ci voleva quell’insano gesto per far comprendere, e purtroppo nemmeno a tutti, che le mafie erano ben radicate sul litorale romano».

Originale: Vatican Insider
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Alfonso Sabella, il magistrato anti-mafia che ha catturato i boss stragisti di Cosa Nostra, indica come modello per lo Stato la lotta del Pontefice al malaffare e alla corruzione nella Chiesa

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Alfonso Sabella, il magistrato anti-mafia che ha catturato i boss stragisti di Cosa Nostra, indica come modello per lo Stato la lotta del Pontefice al malaffare e alla corruzione nella Chiesa

ROMA. Alfonso Sabella è simbolo internazionalmente riconosciuto di lotta alla corruzione e al malaffare. È lui il magistrato (alla cui figura è ispirata la serie tv «Il Cacciatore») che ha catturato, tra decine di altri mafiosi, anche Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, i boss di Cosa Nostra che hanno sfidato frontalmente lo Stato durante la sanguinosa stagione stragista degli anni Novanta. Poi da amministratore capitolino è stato il primo a combattere i clan del litorale romano con provvedimenti mai realizzati in precedenza come l’abbattimento degli stabilimenti balneari illegali e degli esercizi abusivi controllati a Ostia dalla criminalità organizzata. Nel radicale risanamento svolto da papa Francesco contro gli scandali finanziari e gli abusi commessi dai preti pedofili sui minori, Sabella ravvisa un modello e un esempio anche per il contrasto dello Stato. «In questo modo il Pontefice delegittima ogni forma di omertà – afferma a Vatican Insider – È la dimostrazione di una ferrea volontà di cambiare, leggi, modalità d’azione, mentalità e prassi di comando all’interno di organizzazioni complesse come la Chiesa cattolica e la Santa Sede».

Papa Francesco ha messo al centro del suo pontificato la lotta agli scandali finanziari e agli abusi nella Chiesa. In base alla sua esperienza in prima linea contro la corruzione e contro il malaffare, servono più nuove leggi o nuove metodologie di azione?

«Io parto sempre dal presupposto che un’ottima legge applicata da un incapace o da un delinquente dia risultati peggiori rispetto a una pessima legge applicata da una persona capace e onesta. Trovo, peraltro, che più si complicano le normative più si creano spazi di elusione per chi le vuole aggirare e si finisce, al contrario, con il penalizzare gli operatori onesti».

Come valuta l’azione di pulizia svolta dal Pontefice all’interno della Chiesa?

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«Sono un credente cattolico e non mi permetterei mai di giudicare le azioni del Sommo Pontefice ma se mi avesse fatto la stessa domanda su WhatsApp avrei risposto semplicemente inserendo qualche decina di emoticon con l’applauso».

Come deve procedere secondo lei Papa Bergoglio per raggiungere il suo obiettivo?

«Nemmeno in questo caso mi sento degno di dare consigli a Sua Santità ma trovo che il solo fatto di non aver lasciato la polvere sotto il tappeto e di aver già intrapreso iniziative concrete ed efficaci sul contrasto del malaffare o solo dell’opacità di certi comportamenti passati senza sconti per nessuno, di aver creato organismi permanenti di analisi di quei fenomeni, di contrasto degli stessi e di supporto alle strutture anche periferiche della Chiesa, non possa che essere la strada migliore per impedire definitivamente che si verifichino ancora quegli abusi sessuali e quegli scandali finanziari che, purtroppo, hanno fatto perdere a molti la fiducia nel clero».

L’eccesso di burocrazia favorisce gli insabbiamenta anche nelle istituzioni civili?

«Sul fronte repressivo credo che il nostro Paese abbia una legislazione decisamente adeguata che non necessita certo di interventi ulteriori mentre, a mio giudizio, si potrebbe agire sulla semplificazione delle procedure e sull’eliminazione di quegli innumerevoli adempimenti burocratici che danno garanzie di trasparenza e non discriminazione solo apparenti o poco efficaci. La vera svolta epocale che il nostro Paese dovrebbe compiere riguarda invece la selezione della classe dirigente e ovvero fare in modo che questa non avvenga più sulla base di logiche di nepotismo o di spartizione di poltrone ma che ci si assicuri che i burocrati siano effettivamente individuati tra persone capaci e oneste e che svolgano effettivamente il loro lavoro con disciplina e onore come impone la nostra Costituzione».

È appena stata istituita in Vaticano una task-force di giuristi che aiuterà le Chiese locali e le congregazioni religiose a redigere o ad aggiornare le proprie linee guida per combattere la pedofilia nella Chiesa. Come si sconfigge l’omertà?

«Sulla base della mia esperienza nel contrasto alle mafie l’unico modo per provare a incrinare il muro dell’omertà è quello di creare fiducia nelle istituzioni nel senso di dare alle vittime, ma con fatti concreti e non solo a parole, la ragionevole aspettativa che l’intera pubblica amministrazione e non solo la magistratura e le forze di polizia si muovano con linearità, trasparenza e chiara determinazione».

Si tratta di fare terra bruciata attorno al malaffare?

«Se in un territorio di mafia o di camorra si cominciano ad arrestare e condannare gli estorsori e, al contempo, si supportano le vittime di tali prevaricazioni assicurando la piena correttezza delle procedure amministrative che le riguardano e dando loro concreta tutela anche sul fronte economico, è naturale che più persone offese troveranno il coraggio di denunciare o di raccontare quanto è a loro conoscenza innescando così un meccanismo virtuoso che, se si mantiene alta la guardia, porterà definitivamente a scacciare quella paura e quello stato di assoggettamento posto alla base della stessa esistenza delle associazioni mafiose».

C’è il rischio di trovarsi isolati?

«Se la vittima di una prevaricazione viene lasciata sola, se le sue denunce rimangono inascoltate, se continuerà a doversi confrontare con una burocrazia cieca e arida o che, addirittura, continua a dare l’impressione di favorire i soliti potenti, ogni sforzo per rompere il muro di omertà risulterà vano. È ovvio che il medesimo ragionamento vale per fenomeni quali la pedofilia o l’usura laddove il metus esercitato dal criminale è rivolto verso vittime particolarmente fragili e facilmente vulnerabili».

Quanto incide l’esempio che arriva dall’alto quando si tratta di scalfire condotte inveterate come quelle che hanno portato per decenni a coprire gli scandali finanziari e degli abusi?

«Molto spesso, almeno nel nostro Paese, si è sottovalutato il grande impatto che può avere un chiaro segnale dal vertice di discontinuità con il passato, soprattutto quando questo riguarda i soggetti ritenuti intoccabili, e l’effetto domino che si può determinare. Bisogna aver il coraggio di prendere, laicamente e correttamente, atto dagli errori del passato con tangibili dimostrazioni di presa di distanza dagli stessi e far tesoro di quelle esperienze negative adottando ogni iniziativa utile affinché non si ripetano. Diversamente il negazionismo non porta da nessuna parte perché fin quando si nega l’esistenza di un fenomeno criminale o lo si minimizza non si comincia certo a contrastarlo».

Cosa nostra ne è la dimostrazione?

«Sì, ma non solo. È quello che è avvenuto per decenni con la mafia in Sicilia o quello che sta avvenendo ancora adesso a Roma laddove, fino a quando si continuerà a ripetere che le mafie non esistono o a esultare perché una determinata organizzazione criminale, che aveva indubbiamente condizionato in favore di biechi interessi privati la vita politica, economica e sociale della città, non è stata riconosciuta come mafiosa dalla Cassazione, sarà molto complicato contrastare efficacemente i fenomeni criminali».

Lei ha arrestato i boss stragisti di Cosa Nostra, che cosa invece non ha funzionato a Ostia?

«Molto semplicemente quando lavoravo a Palermo a nessuno veniva in mente di dire che quella città non fosse pervasa e stritolata dalla mafia e, soprattutto, avevo tutte le istituzioni dalla mia parte, a Ostia, dove tra l’altro sono stato solo quattro mesi, si negava e si continua a negare la presenza di mafie su quel territorio, e soprattutto, ho dovuto guadagnarmi con enorme fatica, senza talvolta nemmeno riuscirci, il supporto delle amministrazioni con cui necessariamente dovevo confrontarmi».

Qual è il suo rimpianto?

«Faccio un esempio. Quando, appena arrivato a Ostia, ho chiuso la palestra che abusivamente Roberto Spada gestiva da anni in locali del Comune, non ho certo trovato consensi nella popolazione che ha, anzi, preso parte a manifestazioni di protesta contro quel recupero di legalità e tantomeno ho avuto supporto dalla burocrazia capitolina che si girava dall’altra parte pur di non fare quello che le chiedevo. Poi la storia è nota: io sono andato via da Ostia, la palestra è stata riaperta ancorché in altri locali e Roberto Spada ha colpito con la famosa testata il povero giornalista Rai Daniele Piervincenzi. E mi è rimasta molta amarezza nel constatare che ci voleva quell’insano gesto per far comprendere, e purtroppo nemmeno a tutti, che le mafie erano ben radicate sul litorale romano».

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