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Paolo Rossi: la fede mi dona la certezza che la morte non è la fine

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“La fede mi ha aiutato molto, soprattutto nei momenti di difficoltà”: aveva raccontato il fuoriclasse in un’intervista.

Ogni volta che mia madre vede in televisione Paolo Rossi ci racconta un episodio comico che accaddeva in casa sua durante i Mondiali di Spagna ’82. Come ricorderete tutti (io no, perché sono nata cinque anni dopo e non sono appassionata di pallone) le prime partite della Nazionale furono un disastro e per questo mio nonno inveiva continuamente contro Rossi dicendo con una certa rabbia: “In galeraaa!!!”. Ovviamente si riferiva alla vicenda che in quel periodo lo aveva visto implicato nello scandalo del calcio scommesse.

I gol di Paolo Rossi al Mondiale ’82

Ma tutto cambiò improvvisamente dopo le prime vittorie e le innumerevoli reti messe a segno dal campione: “Rossi sei un diooo!!!”, urlava felice a squarciagola. Mia nonna gli rispondeva stizzita: “Metti in mezzo Dio per un gioco e fino a poco fa lo volevi in galera. Sei matto!”. E sì, è vero, mio nonno era un po’ matto in effetti, ma soprattutto era un tifoso e si sa, i tifosi, possono essere sguaiati, troppo sanguigni, impazienti e affrettati nei giudizi. Per loro non è solo un gioco, è passione!

Ci ha lasciati Paolo Rossi. È morto a 64 anni, l’ex calciatore campione del mondo con l’Italia nel 1982, era stato colpito da una malattia incurabile. Ne ha dato notizia nella notte (10 dicembre 2020) sul suo profilo Instagram la moglie Federica Cappelletti, pubblicando una foto che li ritrae insieme con scritto: “per sempre”.

Una triste notizia che sconvolge gli italiani e tutto il mondo del calcio. Pablito è stato l’eroe del Mundial ’82: veniva dalla squalifica per calcio scommesse e dopo un inizio malandato spiccò il volo e con lui l’Italia. Paolo Rossi era originario di Prato e lascia tre figli: Alessandro (nato dal primo matrimonio), Maria Vittoria e Sofia Elena.

Il numero di Credere in edicola contiene una bella intervista alla leggenda del calcio italiano a firma di Francesca D’Angelo. Classe 1956, sposato con la giornalista Federica Cappelletti e padre di tre figli, ha parlato della sua fede cattolica, dei traguardi professionali e di quelli della vita privata, ben più preziosi.

Il successo è sempre stato solo un aspetto, pur gratificante, della mia storia. (Credere)

La fede? il mio porto sicuro!

Il Pablito nonostante una carriera strepitosa da vero fuoriclasse è riuscito a non perdere la bussola e a non lasciarsi (s)travolgere dal successo. La fede e la famiglia gli hanno permesso di restare con i piedi dietro al pallone ma ben ancorati a terra.

Sono state decisive l’educazione ricevuta, così come la fede e la mia famiglia, che ho sempre vissuto come un porto sicuro. Inoltre sono sempre stato convinto che il successo fosse una cosa effimera. Per carità, ho raggiunto dei risultati importanti, sono stato molto gratificato dal mio lavoro e ho vinto tutto quello che potevo vincere, ma alla fine trovavo sempre molta più soddisfazione nell’uscire con gli amici, nel vivere il rapporto con la famiglia e con mia moglie. Queste sono le cose salde, solide, che tengono nel tempo: questa è la felicità vera. Il successo e la fama sono cose bellissime, che esplodono in modo fragoroso e si spengono altrettanto velocemente. La strada che ti porta alla felicità è un’altra ed è quotidiana…. (Ibidem)

Non accetto lavori che mi portano troppo tempo lontano dalla mia famiglia

Negare l’importanza del lavoro è da sciocchi ma sarebbe ancora più grave considerare il successo la chiave della felicità.

(…) Il lavoro ci deve essere, è una parte importante della vita e fa crescere sotto molto aspetti, ma non può assorbire completamente le persone. Bisognerebbe provare a trovare un equilibro tra vita privata e carriera perché gli affetti sono fondamentali: quando torno a casa e mia figlia mi sorride, o mi racconta un aneddoto divertente, provo una gioia indescrivibile. Da qui, per esempio, la mia scelta di non accettare lavori che mi porterebbero, magari per anni, lontano dai miei cari. (Credere)

Da piccolo facevo il chierichetto e pensai di diventare prete

Paolo Rossi era il chierichetto della sua parrocchia e come per tanti calciatori, il suo talento per il pallone si manifestò proprio lì quando aveva 10 anni. La chiesa come una seconda casa e i sacerdoti figure fondamentali della sua crescita tanto da fargli credere per un brevissimo periodo di voler prendere i voti.

Fin da piccolo ho frequentato la chiesa: facevo il chierichetto e all’epoca nel mio paese, Santa Lucia, una frazione di Prato, la parrocchia era il principale luogo di aggregazione. Pensi che ho scoperto la passione per il calcio proprio lì: a 10 anni giocavo nella squadra messa in piedi da don Sandro. Di fatto sono cresciuto in mezzo ai preti ed è stato quasi naturale avere la curiosità di vedere come fosse un seminario: cosa facevano, com’erano le giornate. Non avevo la vocazione al sacerdozio ma ho voluto fare, diciamo così, una piccola prova, dettata dalla simpatia che provavo verso quel mondo. Così ho frequentato il seminario per una settimana, ma mi è stato subito chiaro che non era la mia strada. (Ibidem)

La fede mi aiuta nei momenti difficili e mi dona la certezza che la morte non è la fine

Cresciuto a pane e oratorio, Rossi ha potuto formare la sua fede, gancio solido nei momenti duri che gli ha donato una certezza: la morte non è l’ultima parola.

La mia era una generazione dove i valori cristiani erano ancora importanti: facevano parte integrante della nostra cultura e permeavano i nostri comportamenti. Personalmente la fede mi ha aiutato molto, soprattutto nei momenti di difficoltà. Non sono un bigotto ma credo fermamente che siamo di passaggio su questa Terra e che tutto non si esaurisce dopo la morte. Tra l’altro, dal punto di vista calcistico, ho giocato per quattro anni in una squadra a Firenze, che si chiamava Cattolica Virtus della Comunità giovanile San Michele: era una realtà agonistica molto quotata a livello regionale, gestita da due preti. Uno dei due era don Ajmo Petracchi e con lui sono rimasto in contatto anche in seguito, fino a quando non è morto nel 2001. (Credere)

Il legame con don Ajmo

Con don Ajmo il campione mantiene un prezioso legame epistolare, il sacerdote gli manda anche libri da leggere per approfondire la sua spiritualità:

(…) per esempio le poesie di Rabindranath Tagore. Ancora oggi ricordo con molto affetto gli anni trascorsi alla Comunità giovanile San Michele: lì sono cresciuto non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano. Mi è sempre piaciuto l’ambiente che si respirava in quella squadra…. (Ibidem)

Il calcio oggi? temo non ci sia nemmeno il tempo per stringere legami forti

Dagli anni Novanta, il mondo del calcio è cambiato profondamente. La mia è stata probabilmente la generazione che ha rotto il ghiaccio: in seguito le aziende sono entrate prepotentemente nel business calcistico e il campione è diventato colui che è ricco e famoso. Sinceramente non li invidio: probabilmente noi abbiamo guadagnato meno ma abbiamo vissuto un’epoca dove il calcio aveva ancora qualcosa di romantico ed era inteso anche a livello di amicizia. Con molti giocatori sono rimasto molto legato perché, giocando insieme, siamo diventati amici. Oggi è più difficile che questo accada, anche per via dei frequenti cambi di squadra. Temo non ci sia nemmeno il tempo per stringere legami forti. (Credere)

Quei legami forti che restano il gol più bello di una carriera sotto i riflettori, perché Paolo Rossi il cuore lo ha messo dentro agli scarpini ma soprattutto nella vita.

Originale: Aleteia.org
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Ogni volta che mia madre vede in televisione Paolo Rossi ci racconta un episodio comico che accaddeva in casa sua durante i Mondiali di Spagna ’82. Come ricorderete tutti (io no, perché sono nata cinque anni dopo e non sono appassionata di pallone) le prime partite della Nazionale furono un disastro e per questo mio nonno inveiva continuamente contro Rossi dicendo con una certa rabbia: “In galeraaa!!!”. Ovviamente si riferiva alla vicenda che in quel periodo lo aveva visto implicato nello scandalo del calcio scommesse.

I gol di Paolo Rossi al Mondiale ’82

Ma tutto cambiò improvvisamente dopo le prime vittorie e le innumerevoli reti messe a segno dal campione: “Rossi sei un diooo!!!”, urlava felice a squarciagola. Mia nonna gli rispondeva stizzita: “Metti in mezzo Dio per un gioco e fino a poco fa lo volevi in galera. Sei matto!”. E sì, è vero, mio nonno era un po’ matto in effetti, ma soprattutto era un tifoso e si sa, i tifosi, possono essere sguaiati, troppo sanguigni, impazienti e affrettati nei giudizi. Per loro non è solo un gioco, è passione!

Ci ha lasciati Paolo Rossi. È morto a 64 anni, l’ex calciatore campione del mondo con l’Italia nel 1982, era stato colpito da una malattia incurabile. Ne ha dato notizia nella notte (10 dicembre 2020) sul suo profilo Instagram la moglie Federica Cappelletti, pubblicando una foto che li ritrae insieme con scritto: “per sempre”.

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Una triste notizia che sconvolge gli italiani e tutto il mondo del calcio. Pablito è stato l’eroe del Mundial ’82: veniva dalla squalifica per calcio scommesse e dopo un inizio malandato spiccò il volo e con lui l’Italia. Paolo Rossi era originario di Prato e lascia tre figli: Alessandro (nato dal primo matrimonio), Maria Vittoria e Sofia Elena.

Il numero di Credere in edicola contiene una bella intervista alla leggenda del calcio italiano a firma di Francesca D’Angelo. Classe 1956, sposato con la giornalista Federica Cappelletti e padre di tre figli, ha parlato della sua fede cattolica, dei traguardi professionali e di quelli della vita privata, ben più preziosi.

Il successo è sempre stato solo un aspetto, pur gratificante, della mia storia. (Credere)

La fede? il mio porto sicuro!

Il Pablito nonostante una carriera strepitosa da vero fuoriclasse è riuscito a non perdere la bussola e a non lasciarsi (s)travolgere dal successo. La fede e la famiglia gli hanno permesso di restare con i piedi dietro al pallone ma ben ancorati a terra.

Sono state decisive l’educazione ricevuta, così come la fede e la mia famiglia, che ho sempre vissuto come un porto sicuro. Inoltre sono sempre stato convinto che il successo fosse una cosa effimera. Per carità, ho raggiunto dei risultati importanti, sono stato molto gratificato dal mio lavoro e ho vinto tutto quello che potevo vincere, ma alla fine trovavo sempre molta più soddisfazione nell’uscire con gli amici, nel vivere il rapporto con la famiglia e con mia moglie. Queste sono le cose salde, solide, che tengono nel tempo: questa è la felicità vera. Il successo e la fama sono cose bellissime, che esplodono in modo fragoroso e si spengono altrettanto velocemente. La strada che ti porta alla felicità è un’altra ed è quotidiana…. (Ibidem)

Non accetto lavori che mi portano troppo tempo lontano dalla mia famiglia

Negare l’importanza del lavoro è da sciocchi ma sarebbe ancora più grave considerare il successo la chiave della felicità.

(…) Il lavoro ci deve essere, è una parte importante della vita e fa crescere sotto molto aspetti, ma non può assorbire completamente le persone. Bisognerebbe provare a trovare un equilibro tra vita privata e carriera perché gli affetti sono fondamentali: quando torno a casa e mia figlia mi sorride, o mi racconta un aneddoto divertente, provo una gioia indescrivibile. Da qui, per esempio, la mia scelta di non accettare lavori che mi porterebbero, magari per anni, lontano dai miei cari. (Credere)

Da piccolo facevo il chierichetto e pensai di diventare prete

Paolo Rossi era il chierichetto della sua parrocchia e come per tanti calciatori, il suo talento per il pallone si manifestò proprio lì quando aveva 10 anni. La chiesa come una seconda casa e i sacerdoti figure fondamentali della sua crescita tanto da fargli credere per un brevissimo periodo di voler prendere i voti.

Fin da piccolo ho frequentato la chiesa: facevo il chierichetto e all’epoca nel mio paese, Santa Lucia, una frazione di Prato, la parrocchia era il principale luogo di aggregazione. Pensi che ho scoperto la passione per il calcio proprio lì: a 10 anni giocavo nella squadra messa in piedi da don Sandro. Di fatto sono cresciuto in mezzo ai preti ed è stato quasi naturale avere la curiosità di vedere come fosse un seminario: cosa facevano, com’erano le giornate. Non avevo la vocazione al sacerdozio ma ho voluto fare, diciamo così, una piccola prova, dettata dalla simpatia che provavo verso quel mondo. Così ho frequentato il seminario per una settimana, ma mi è stato subito chiaro che non era la mia strada. (Ibidem)

La fede mi aiuta nei momenti difficili e mi dona la certezza che la morte non è la fine

Cresciuto a pane e oratorio, Rossi ha potuto formare la sua fede, gancio solido nei momenti duri che gli ha donato una certezza: la morte non è l’ultima parola.

La mia era una generazione dove i valori cristiani erano ancora importanti: facevano parte integrante della nostra cultura e permeavano i nostri comportamenti. Personalmente la fede mi ha aiutato molto, soprattutto nei momenti di difficoltà. Non sono un bigotto ma credo fermamente che siamo di passaggio su questa Terra e che tutto non si esaurisce dopo la morte. Tra l’altro, dal punto di vista calcistico, ho giocato per quattro anni in una squadra a Firenze, che si chiamava Cattolica Virtus della Comunità giovanile San Michele: era una realtà agonistica molto quotata a livello regionale, gestita da due preti. Uno dei due era don Ajmo Petracchi e con lui sono rimasto in contatto anche in seguito, fino a quando non è morto nel 2001. (Credere)

Il legame con don Ajmo

Con don Ajmo il campione mantiene un prezioso legame epistolare, il sacerdote gli manda anche libri da leggere per approfondire la sua spiritualità:

(…) per esempio le poesie di Rabindranath Tagore. Ancora oggi ricordo con molto affetto gli anni trascorsi alla Comunità giovanile San Michele: lì sono cresciuto non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano. Mi è sempre piaciuto l’ambiente che si respirava in quella squadra…. (Ibidem)

Il calcio oggi? temo non ci sia nemmeno il tempo per stringere legami forti

Dagli anni Novanta, il mondo del calcio è cambiato profondamente. La mia è stata probabilmente la generazione che ha rotto il ghiaccio: in seguito le aziende sono entrate prepotentemente nel business calcistico e il campione è diventato colui che è ricco e famoso. Sinceramente non li invidio: probabilmente noi abbiamo guadagnato meno ma abbiamo vissuto un’epoca dove il calcio aveva ancora qualcosa di romantico ed era inteso anche a livello di amicizia. Con molti giocatori sono rimasto molto legato perché, giocando insieme, siamo diventati amici. Oggi è più difficile che questo accada, anche per via dei frequenti cambi di squadra. Temo non ci sia nemmeno il tempo per stringere legami forti. (Credere)

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