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Home Argomenti Etica e Vita Paglia: “Dalla biomedicina spesso anche effetti patologici cronici”

Paglia: “Dalla biomedicina spesso anche effetti patologici cronici”

Le parole della cura, dalla nascita al morire, contro la cultura dello scarto.

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Il presidente dell’Accademia per la vita all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede per una tavola rotonda con i maggiori esperti internazionali di assistenza medica e bioetica

GIACOMO GALEAZZI
ROMA
Le parole della cura, dalla nascita al morire, contro la cultura dello scarto. L’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani, ha riunito a Palazzo Borromeo alcuni tra i maggiori esperti internazionali di assistenza medica e problemi bioetici.

L’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha evidenziato come la questione della cura sia un tema di particolare importanza e interesse, ma per nulla popolare ai nostri giorni: «L’atteggiamento oggi più di moda mette al centro il privilegio del proprio interesse a scapito degli altri, che vengono ignorati ed esclusi», ha detto. E ha sottolineato che: «La capacità della biomedicina di trattare le malattie acute comporta spesso la produzione di situazioni patologiche croniche». Le tecniche di rianimazione, per esempio, «da un lato consentono interventi risolutivi salvavita, dall’altro producono effetti decisamente sconcertanti. Per esempio portano dei malati a restare in quelli che vengono definiti “stati vegetativi”».

«Sempre più quindi allungare la vita può significare allungare il tempo di convivenza con le malattie», ha affermato monsignor Paglia. «La cura riguarda non solo tutto l’arco dell’esistenza, che si estende dalla nascita al passaggio della morte, ma anche va oltre la dimensione della salute o il comparto della sanità: essa dice qualcosa di decisivo nella nostra comprensione delle relazioni umane nel loro complesso. Riguarda, infatti, sia il livello delle relazioni interpersonali, sia quello del loro strutturarsi sul piano sociale», ha proseguito.

«La parola “cura” è molto suggestiva ed evoca diverse dimensioni che toccano radicalmente l’esistenza – ha precisato il presidente della Pontificia Accademia per la Vita -. Anzitutto nella radice del termine troviamo il rinvio a “cor” cioè al cuore, che alcuni studiosi di etimologia collegano all’espressione “quia cor urat”,perché scalda il cuore, ossia lo sollecita e lo coinvolge. La pratica della cura rinvia quindi alla reciprocità di una relazione che implica l’accorgersi, l’accordarsi e il ricordarsi».

Ed è significativo, secondo Paglia, che il luogo principale in cui si svolge la cura sia l’ospedale, cioè «uno spazio definito dalla pratica dell’ospitalità». E già questa suggestione dell’etimologia sollecita a considerare «quale contraddizione si apra in uno spazio dedicato alle pratiche umane della cura, quando esso si risolve nella mera funzionalità dei dispositivi».

La parola “curato” contiene la stessa radice: si tratta di un sacerdote a cui è affidata la cura spirituale di una popolazione. «E d’altra parte da cura non viene curia, che deriva piuttosto da kyrios–signore», ha osservato l’arcivescovo. Quindi: «Meglio essere “curato” che “curiale” (nel senso di frequentare le curie, ndr). E nella cura, non si tratta soltanto di assistenza e di efficienza. La cura chiama in causa intelligenza e sapienza, competenza e sensibilità, esperienza morale e qualità spirituale».

Inoltre la cura trova la sua forma più esplicita nelle situazioni in cui la persona si confronta con la malattia, il dolore e la sofferenza. Per far fronte a queste esperienze, la medicina ha progressivamente sviluppato, ha precisato Paglia, una separazione tra corpo e persona. Il corpo (umano) veniva così relegato in un campo di conoscenza empirica, divenendo sempre più tecnologicamente (e politicamente) controllabile. Le scienze, secondo il loro metodo, utilizzano categorie che inquadrano gli organismi viventi in una logica oggettivante che, di fatto, è portata a mettere tra parentesi l’esperienza vissuta propria della corporeità umana.

Mettere però tra parentesi tali dimensioni significa considerarle di fatto irrilevanti, sino a farle scomparire dall’orizzonte della conoscenza e delle pratiche della cura. «La conseguenza è che l’essere vivente viene studiato e trattato al di sotto del suo vissuto reale», ha rimarcato monsignor Paglia. «E ancora di più, a distanza dal profilo complessivo del suo essere personale e relazionale, il cui senso è irriducibile alla funzionalità dei suoi organi e all’efficienza delle sue prestazioni». E nell’accoglienza della fragilità, anche estrema, evocata dall’atto originario della cura, «si costruisce il legame fondamentale che accomuna gli esseri umani: la nostra origine e la nostra destinazione sono sempre affidate alla cura della vita». Dunque, «a un atto d’amore che resiste alla fragilità della nostra condizione mortale: senza abbandonarci ad essa».

Secondo il presidente della Pav, «l’umano condiviso, nella radice che ci rende fratelli e sorelle in virtù della cura che ci custodisce dall’inizio alla fine, è proprio questo. Per meno, ogni pretesa e ogni promessa di rimanere umani, è violata irrimediabilmente».

Ad approfondire «le parole della cura» anche Gianpaolo Donzelli, presidente della fondazione Meyer, Luigi Ciavattini dell’associazione Davide Ciavattini Onlus, don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm e Giovanni Raimondi, presidente della fondazione Policlinico universitario Gemelli Irccs.

«Quando sento parlare di umanizzazione delle cure di primo acchito penso che prima ancora che toccare la vita dei nostri ospedali è una questione che tocca anzitutto la vita mia e di ognuno di noi – ha spiegato il professor Raimondi – ognuno di noi infatti ha provato sulla propria pelle, nel momento della sofferenza, propria o dei propri cari, il significato profondo, esistenziale di questa parola».

«Come ospedale cattolico ci preoccupiamo della persona nella sua integralità e del pieno rispetto della sua umanità non per aderire a un cliché confessionale, ma per un moto di prossimità al bisogno dell’altro che non è mai esclusivamente fisico, ma tocca sempre la sfera personale dei sentimenti e delle emozioni», ha aggiunto.

In questa esigenza di accoglienza e di condivisione tutti i fattori entrano in gioco: «L’organizzazione dei processi e dei percorsi assistenziali (come è progettato il luogo fisico della cura, come vengono formati e quindi poi tentativamente si comportano gli operatori), le iniziative che possono aiutare a rendere l’ospedale un luogo nel quale, pur ritrovandosi per uno stato di non normalità, pazienti e famigliari possono condividere momenti della vita normale».

Raimondi ha posto alcuni interrogativi: «Che cosa chiede il paziente quando chiede la salute? Che ne siamo consapevoli o meno dalla risposta a questa domanda dipende il modo di affrontare la malattia e la morte». La malattia, ha risposto, «toglie il tappo al grido strutturalmente presente nel cuore di ogni uomo, a un tempo proiettato all’infinito e legato alla sua finitezza». Perché se è vero che si può dire che arrivati a un certo punto «la medicina non può fare altro», è ancor più vero che non esiste un momento in cui «l’operatore sanitario e la struttura ospedaliera non possa fare altro».

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Paglia: “Dalla biomedicina spesso anche effetti patologici cronici”

Le parole della cura, dalla nascita al morire, contro la cultura dello scarto.

  

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GIACOMO GALEAZZI
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Le parole della cura, dalla nascita al morire, contro la cultura dello scarto. L’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani, ha riunito a Palazzo Borromeo alcuni tra i maggiori esperti internazionali di assistenza medica e problemi bioetici.

L’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha evidenziato come la questione della cura sia un tema di particolare importanza e interesse, ma per nulla popolare ai nostri giorni: «L’atteggiamento oggi più di moda mette al centro il privilegio del proprio interesse a scapito degli altri, che vengono ignorati ed esclusi», ha detto. E ha sottolineato che: «La capacità della biomedicina di trattare le malattie acute comporta spesso la produzione di situazioni patologiche croniche». Le tecniche di rianimazione, per esempio, «da un lato consentono interventi risolutivi salvavita, dall’altro producono effetti decisamente sconcertanti. Per esempio portano dei malati a restare in quelli che vengono definiti “stati vegetativi”».

«Sempre più quindi allungare la vita può significare allungare il tempo di convivenza con le malattie», ha affermato monsignor Paglia. «La cura riguarda non solo tutto l’arco dell’esistenza, che si estende dalla nascita al passaggio della morte, ma anche va oltre la dimensione della salute o il comparto della sanità: essa dice qualcosa di decisivo nella nostra comprensione delle relazioni umane nel loro complesso. Riguarda, infatti, sia il livello delle relazioni interpersonali, sia quello del loro strutturarsi sul piano sociale», ha proseguito.

«La parola “cura” è molto suggestiva ed evoca diverse dimensioni che toccano radicalmente l’esistenza – ha precisato il presidente della Pontificia Accademia per la Vita -. Anzitutto nella radice del termine troviamo il rinvio a “cor” cioè al cuore, che alcuni studiosi di etimologia collegano all’espressione “quia cor urat”,perché scalda il cuore, ossia lo sollecita e lo coinvolge. La pratica della cura rinvia quindi alla reciprocità di una relazione che implica l’accorgersi, l’accordarsi e il ricordarsi».

Ed è significativo, secondo Paglia, che il luogo principale in cui si svolge la cura sia l’ospedale, cioè «uno spazio definito dalla pratica dell’ospitalità». E già questa suggestione dell’etimologia sollecita a considerare «quale contraddizione si apra in uno spazio dedicato alle pratiche umane della cura, quando esso si risolve nella mera funzionalità dei dispositivi».

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La parola “curato” contiene la stessa radice: si tratta di un sacerdote a cui è affidata la cura spirituale di una popolazione. «E d’altra parte da cura non viene curia, che deriva piuttosto da kyrios–signore», ha osservato l’arcivescovo. Quindi: «Meglio essere “curato” che “curiale” (nel senso di frequentare le curie, ndr). E nella cura, non si tratta soltanto di assistenza e di efficienza. La cura chiama in causa intelligenza e sapienza, competenza e sensibilità, esperienza morale e qualità spirituale».

Inoltre la cura trova la sua forma più esplicita nelle situazioni in cui la persona si confronta con la malattia, il dolore e la sofferenza. Per far fronte a queste esperienze, la medicina ha progressivamente sviluppato, ha precisato Paglia, una separazione tra corpo e persona. Il corpo (umano) veniva così relegato in un campo di conoscenza empirica, divenendo sempre più tecnologicamente (e politicamente) controllabile. Le scienze, secondo il loro metodo, utilizzano categorie che inquadrano gli organismi viventi in una logica oggettivante che, di fatto, è portata a mettere tra parentesi l’esperienza vissuta propria della corporeità umana.

Mettere però tra parentesi tali dimensioni significa considerarle di fatto irrilevanti, sino a farle scomparire dall’orizzonte della conoscenza e delle pratiche della cura. «La conseguenza è che l’essere vivente viene studiato e trattato al di sotto del suo vissuto reale», ha rimarcato monsignor Paglia. «E ancora di più, a distanza dal profilo complessivo del suo essere personale e relazionale, il cui senso è irriducibile alla funzionalità dei suoi organi e all’efficienza delle sue prestazioni». E nell’accoglienza della fragilità, anche estrema, evocata dall’atto originario della cura, «si costruisce il legame fondamentale che accomuna gli esseri umani: la nostra origine e la nostra destinazione sono sempre affidate alla cura della vita». Dunque, «a un atto d’amore che resiste alla fragilità della nostra condizione mortale: senza abbandonarci ad essa».

Secondo il presidente della Pav, «l’umano condiviso, nella radice che ci rende fratelli e sorelle in virtù della cura che ci custodisce dall’inizio alla fine, è proprio questo. Per meno, ogni pretesa e ogni promessa di rimanere umani, è violata irrimediabilmente».

Ad approfondire «le parole della cura» anche Gianpaolo Donzelli, presidente della fondazione Meyer, Luigi Ciavattini dell’associazione Davide Ciavattini Onlus, don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm e Giovanni Raimondi, presidente della fondazione Policlinico universitario Gemelli Irccs.

«Quando sento parlare di umanizzazione delle cure di primo acchito penso che prima ancora che toccare la vita dei nostri ospedali è una questione che tocca anzitutto la vita mia e di ognuno di noi – ha spiegato il professor Raimondi – ognuno di noi infatti ha provato sulla propria pelle, nel momento della sofferenza, propria o dei propri cari, il significato profondo, esistenziale di questa parola».

«Come ospedale cattolico ci preoccupiamo della persona nella sua integralità e del pieno rispetto della sua umanità non per aderire a un cliché confessionale, ma per un moto di prossimità al bisogno dell’altro che non è mai esclusivamente fisico, ma tocca sempre la sfera personale dei sentimenti e delle emozioni», ha aggiunto.

In questa esigenza di accoglienza e di condivisione tutti i fattori entrano in gioco: «L’organizzazione dei processi e dei percorsi assistenziali (come è progettato il luogo fisico della cura, come vengono formati e quindi poi tentativamente si comportano gli operatori), le iniziative che possono aiutare a rendere l’ospedale un luogo nel quale, pur ritrovandosi per uno stato di non normalità, pazienti e famigliari possono condividere momenti della vita normale».

Raimondi ha posto alcuni interrogativi: «Che cosa chiede il paziente quando chiede la salute? Che ne siamo consapevoli o meno dalla risposta a questa domanda dipende il modo di affrontare la malattia e la morte». La malattia, ha risposto, «toglie il tappo al grido strutturalmente presente nel cuore di ogni uomo, a un tempo proiettato all’infinito e legato alla sua finitezza». Perché se è vero che si può dire che arrivati a un certo punto «la medicina non può fare altro», è ancor più vero che non esiste un momento in cui «l’operatore sanitario e la struttura ospedaliera non possa fare altro».

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