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Ospitalità eucaristica, un sogno?

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di: Ghislain Lafont

Questo articolo è stato tratto dal libro di Ghislain Lafont Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco, EDB, Bologna 2017. L’edizione italiana è stata curata da Francesco Strazzari. Il brano riportato riguarda la terza parte del libro, in cui l’autore si sofferma in particolare sulla Riforma protestante (nel 2017 cadeva il 500°) e sul rapporto  cattolici-protestanti anche il ordine all’intercomunione.

Dopo il concilio Vaticano II con il decreto Unitatis redintegratio, dopo i numerosi confronti al Consiglio ecumenico delle Chiese (Fede e Costituzione), dopo il recente accordo sulla giustificazione, non si può che puntare a progressi oggi in vista di un riconoscimento reciproco sempre più grande.

Se una partecipazione della Chiesa cattolica, qualunque essa sia, alle celebrazioni protestanti può aiutare a fare progressi lungo questo cammino, non la si deve rifiutare ma determinarne con discernimento (parola cara a papa Francesco) i modi e le forme.

Comunicare insieme?

Un celebre padre del deserto, Evagrio Pontico, dava questo consiglio: «Se hai una difficolta con un fratello, invitalo a mangiare». Così facendo, in effetti, ci si dispone in anticipo in un atteggiamento di perdono che facilita la riconciliazione. Anzitutto, si tratta la persona in modo onorevole, la si “riconosce” perché la si invita; poi, le si offrono dei viveri e quindi, almeno per quel pasto, le si dà la vita, le si dice con il gesto che la sua vita ci e preziosa.

Se il fratello accetta l’invito, vuol dire che egli ha stimato l’incontro come una tappa, per quanto piccola, nella relazione. Un contesto simile aiuterà a scambiarsi parole con qualche mitezza. Ci si accorgerà forse che non è indispensabile essere d’accordo su tutto e che ci si possono reciprocamente concedere divergenze di valutazione o di condotta, restando comunque in comunione.

Non c’è forse in questo consiglio della saggezza dei padri una suggestione utile in vista dell’unità delle Chiese in questo momento?

L’intercomunione è attualmente concepita e applicata come una meta: si comunicherà insieme quando si sarà d’accordo sull’espressione della fede, dei costumi, dell’istituzione della Chiesa e quando si sarà venuti a capo dei contenziosi che ingombrano la memoria delle Chiese e pesano sul loro presente.

Ma si tratta del metodo giusto? Sono più di 50 anni che il patriarca Atenagora e il papa Paolo VI hanno solennemente tolto le scomuniche portate da Michele Cerulario e dal cardinale Umberto. Eppure, non si comunica ancora nella liturgia dell’altra Chiesa se non in casi di urgenza.

Si attende che vengano formulati degli accordi, sull’autorità del papa ad esempio, oppure che situazioni del passato, come la questione delle Chiese uniate, vengano regolate.

Ci si può chiedere se il processo inverso non sarebbe, a medio o lungo termine, più efficace: anzitutto, perche coinvolgerebbe persone reali in comunità concrete; poi, perché creerebbe un clima di comunione capace di favorire dialoghi e gesti di perdono altrimenti impossibili se si rimane sulle proprie posizioni.

Tuttavia, questo tipo di approccio (comunione prima, discussioni dopo) è attualmente impercorribile con le Chiese di Oriente. Esse appartengono a un mondo culturale diverso dal nostro: i padri greci e i padri latini non avevano affatto la stessa mentalità, cosa che si manifesta in particolare nella differenza delle liturgie.

Le discussioni cristologiche dei primi secoli sono state soprattutto greche. Al contrario, le polemiche sull’eucaristia sono latine, sconosciute ai greci.

L’identità stessa delle Chiese orientali è difficilmente separabile dalla storia politica nella quale l’Occidente cristiano appare colpevole (sacco di Costantinopoli nel 1204, mancato soccorso a Costantinopoli contro l’islam nel 1453, processo di latinizzazione o di cattolicizzazione da parte dei “latini” nelle terre d’Oriente nella storia moderna…).

Non è lo stesso però per quanto riguarda le comunità uscite dalla Riforma: esse appartengono allo stesso mondo storico e culturale delle comunità cattoliche che, in sostanza, è quello europeo. I linguaggi e i riferimenti sono gli stessi. Le nostre discussioni sulla grazia si sviluppano sotto l’ombra tutelare di Agostino; le questioni riguardanti il sacramento, l’eucaristia, il ministero ci tengono in fermento fin dall’alto Medioevo; il mondo politico (con i suoi retroscena finanziari) è stato lo stesso: l’imperatore, il papa, i re, i principi, i vescovi e, alla fine, il popolo.

Il grande evento che ha aperto l’epoca contemporanea è comune a tutti, anche se si chiama rivoluzione «francese». L’ecumenismo è nato anzitutto tra denominazioni protestanti, ma alla fine i cattolici sono entrati in quel movimento: dopo essersi dapprima violentemente opposti, si è cominciato a domandarsi come rimediare alle separazioni ed è stato fatto un buon cammino di riavvicinamento.

Per questo mi domando se la commemorazione del V centenario della Riforma non debba incentrarsi sulla domanda: come comunicare insieme nel 2017?

E la risposta si colloca forse più sul versante cattolico che su quello protestante. Da parte protestante, in effetti, l’invito è fatto. Improvvisamente, la questione cambia: i cattolici, sulla base delle evoluzioni del Vaticano II sulla Chiesa e la liturgia, non potrebbero rivedere il loro doppio rifiuto, ovvero invitare la Riforma alla santa mensa e rispondere all’invito della Riforma alla santa cena?

E le comunità protestanti non potrebbero interrogarsi su quanto presso di loro è di ostacolo a una risposta positiva della parte cattolica al loro aprire il dibattito? Ancora una volta non penso che la risposta alle questioni richieda un accordo completo; soltanto il minimo indispensabile a una comunione liturgica autentica.

Quale sarebbe questo minimo? Siamo tutti d’accordo di obbedire alla Scrittura: questa ci racconta l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli e il suo comando di rifarla (Mc 14,22-25 e paralleli); e, d’altra parte, essa attesta l’obbedienza della prima generazione cristiana a questo comando (1Cor 10,16-17 e 11,17-34).

Pare che si sia anche d’accordo su una certa istituzione mediante una preghiera invocante lo Spirito sulla persona che presiede il culto.

Dunque, celebrando in questo modo, noi ci mettiamo insieme sui passi di Gesù e soprattutto egli si mette sui nostri. Noi ci impegniamo a perseverare nella preghiera, nel dialogo teologico e nell’opera comune per la pace e la giustizia – cosa che facciamo con frutto da oltre 50 anni.

Al termine, si potrebbe pensare a una riconciliazione reciproca dei ministeri, di cui i termini e i gesti risulterebbero da un’esperienza comune di eucaristia condivisa.

Pluralità nelle realizzazioni

L’attuazione di una riforma deve avvenire nello stesso momento e ovunque nella Chiesa? Non sono sicuro. Infatti, nell’affrontare una questione, le cose possono essere più avanzate e più mature in una Chiesa particolare o in un gruppo di Chiese e meno altrove. Il bisogno di riforma per l’una o l’altra istituzione può essere sentito con forza in un luogo e meno in altri. In una prospettiva di sinodalità non tutto forse va proposto per una discussione sinodale universale, ma piuttosto regionale o locale.

Nella Chiesa cattolica siamo abituati al fatto che ogni decisione sia presa in alto e sia valida dovunque. In alcuni casi è necessario; in altri meno. Talvolta l’universalità può avere un effetto dissuasivo.

Dopo il concilio Vaticano II si è compiuto uno sforzo reale per consentire una certa diversità. Penso alla riforma degli istituti religiosi prevista dopo il concilio nel decreto Ecclesiae sanctae. Il processo seguiva in anticipo il principio della piramide rovesciata: si prevedevano larghe consultazioni degli stessi religiosi dentro il loro istituto le quali servivano poi da base per le discussioni nei capitoli generali. Erano previsti dei periodi di sperimentazione ed era solo al termine di diversi anni che le Costituzioni avrebbero avuto forza di legge, dovendo la Santa Sede dare l’approvazione finale. Questo è quanto poi è successo negli anni Settanta.

Un tale lavoro fatto con coscienza e misura negli istituti ha permesso alla vita religiosa di rinnovare il suo impatto nella missione cristiana, anche se circostanze estranee al concilio hanno provocato una diminuzione sensibile degli effettivi. Il metodo, tuttavia, è rimasto lo stesso per un aggiomamento mai concluso.

Stando così le cose, mi chiedo se la questione “comunicare insieme” debba avere un’unica risposta e se non possa essere prima risolta a livello di una sinodalità locale. Come dicevo, non si raggiungeranno mai accordi dottrinali definitivi. Non ci si arriva nemmeno all’intemo di una stessa Chiesa, nella quale coesistono teologie diverse e in fondo poco conciliabili.

Non si potrebbe allora ritenere che, con una particolare Chiesa, appartenente a una precisa denominazione protestante, si possa considerare auspicabile l’accesso alla comunione?

Ho citato prima il volume Discerner le corps du Christ; mi chiedo sinceramente se il passo da fare in questo momento, in una situazione particolare come quella francese, non sia proprio l’intercomunione. Ci si darebbe il tempo di praticarla e di vedere in che modo la “pratica” aiuta a far convergere la “dottrina”, a migliorare la teoria e l’attuazione delle istituzioni, da entrambe le parti, accettando una diversità non ineluttabile ma benefica fra le tradizioni, che si sono sviluppate per secoli in una reciproca ignoranza.

L’intercomunione non sarebbe ancora la meta, ma un passo in avanti verso una piena riconciliazione. Inoltre, l’esempio di una Chiesa particolare potrebbe spronare altre Chiese a compiere altri passi.

Concludo queste mie suggestioni insistendo ancora su due punti: sono convinto che, quando si prega Dio in uno spirito di carità reciproca per ottenere da lui, attraverso gesti e riti, il perdono dei peccati o il corpo e il sangue di suo Figlio, Dio esaudisca la preghiera e credo che per mezzo di questa grazia gli avvicinamenti dottrinali a poco a poco arriveranno.

Credo inoltre che ciò che importa sia ritrovare la diversità dei doni dello Spirito nel cuore di ogni istituzione ecclesiale, quei carismi che il sacramento conferma, consacra, istituisce – custodendo la memoria dei testi paolini, che raccomandano certo un ordine nei carismi, ma non una “gerarchia”.

Aggiungo un terzo punto: la questione dell’unità delle Chiese non è in definitiva una questione intellettuale. I dialoghi ecumenici possono approfondirsi all’infinito, ma la comunione delle Chiese passa per la celebrazione comune dei misteri: in questo, come in tutti i casi in cui è coinvolto il corpo, si raggiunge un punto di non ritorno, si “passa all’atto”.

Quando parla di ecumenismo o di incontro delle religioni, papa Francesco insiste su ciò che si può fare insieme, cioè pregare e agire per le necessità del mondo. L’ecumenismo può procedere senza dubbio con la preghiera e/o l’azione umana comune, ma non è necessario che esso giunga a quell’azione comune che tutto ricapitola, ovvero all’obbedienza al comando del Signore che ci ha lasciato il suo corpo e il suo sangue?

Originale: Settimana News
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di: Ghislain Lafont

Questo articolo è stato tratto dal libro di Ghislain Lafont Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco, EDB, Bologna 2017. L’edizione italiana è stata curata da Francesco Strazzari. Il brano riportato riguarda la terza parte del libro, in cui l’autore si sofferma in particolare sulla Riforma protestante (nel 2017 cadeva il 500°) e sul rapporto  cattolici-protestanti anche il ordine all’intercomunione.

Dopo il concilio Vaticano II con il decreto Unitatis redintegratio, dopo i numerosi confronti al Consiglio ecumenico delle Chiese (Fede e Costituzione), dopo il recente accordo sulla giustificazione, non si può che puntare a progressi oggi in vista di un riconoscimento reciproco sempre più grande.

Se una partecipazione della Chiesa cattolica, qualunque essa sia, alle celebrazioni protestanti può aiutare a fare progressi lungo questo cammino, non la si deve rifiutare ma determinarne con discernimento (parola cara a papa Francesco) i modi e le forme.

Comunicare insieme?

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Un celebre padre del deserto, Evagrio Pontico, dava questo consiglio: «Se hai una difficolta con un fratello, invitalo a mangiare». Così facendo, in effetti, ci si dispone in anticipo in un atteggiamento di perdono che facilita la riconciliazione. Anzitutto, si tratta la persona in modo onorevole, la si “riconosce” perché la si invita; poi, le si offrono dei viveri e quindi, almeno per quel pasto, le si dà la vita, le si dice con il gesto che la sua vita ci e preziosa.

Se il fratello accetta l’invito, vuol dire che egli ha stimato l’incontro come una tappa, per quanto piccola, nella relazione. Un contesto simile aiuterà a scambiarsi parole con qualche mitezza. Ci si accorgerà forse che non è indispensabile essere d’accordo su tutto e che ci si possono reciprocamente concedere divergenze di valutazione o di condotta, restando comunque in comunione.

Non c’è forse in questo consiglio della saggezza dei padri una suggestione utile in vista dell’unità delle Chiese in questo momento?

L’intercomunione è attualmente concepita e applicata come una meta: si comunicherà insieme quando si sarà d’accordo sull’espressione della fede, dei costumi, dell’istituzione della Chiesa e quando si sarà venuti a capo dei contenziosi che ingombrano la memoria delle Chiese e pesano sul loro presente.

Ma si tratta del metodo giusto? Sono più di 50 anni che il patriarca Atenagora e il papa Paolo VI hanno solennemente tolto le scomuniche portate da Michele Cerulario e dal cardinale Umberto. Eppure, non si comunica ancora nella liturgia dell’altra Chiesa se non in casi di urgenza.

Si attende che vengano formulati degli accordi, sull’autorità del papa ad esempio, oppure che situazioni del passato, come la questione delle Chiese uniate, vengano regolate.

Ci si può chiedere se il processo inverso non sarebbe, a medio o lungo termine, più efficace: anzitutto, perche coinvolgerebbe persone reali in comunità concrete; poi, perché creerebbe un clima di comunione capace di favorire dialoghi e gesti di perdono altrimenti impossibili se si rimane sulle proprie posizioni.

Tuttavia, questo tipo di approccio (comunione prima, discussioni dopo) è attualmente impercorribile con le Chiese di Oriente. Esse appartengono a un mondo culturale diverso dal nostro: i padri greci e i padri latini non avevano affatto la stessa mentalità, cosa che si manifesta in particolare nella differenza delle liturgie.

Le discussioni cristologiche dei primi secoli sono state soprattutto greche. Al contrario, le polemiche sull’eucaristia sono latine, sconosciute ai greci.

L’identità stessa delle Chiese orientali è difficilmente separabile dalla storia politica nella quale l’Occidente cristiano appare colpevole (sacco di Costantinopoli nel 1204, mancato soccorso a Costantinopoli contro l’islam nel 1453, processo di latinizzazione o di cattolicizzazione da parte dei “latini” nelle terre d’Oriente nella storia moderna…).

Non è lo stesso però per quanto riguarda le comunità uscite dalla Riforma: esse appartengono allo stesso mondo storico e culturale delle comunità cattoliche che, in sostanza, è quello europeo. I linguaggi e i riferimenti sono gli stessi. Le nostre discussioni sulla grazia si sviluppano sotto l’ombra tutelare di Agostino; le questioni riguardanti il sacramento, l’eucaristia, il ministero ci tengono in fermento fin dall’alto Medioevo; il mondo politico (con i suoi retroscena finanziari) è stato lo stesso: l’imperatore, il papa, i re, i principi, i vescovi e, alla fine, il popolo.

Il grande evento che ha aperto l’epoca contemporanea è comune a tutti, anche se si chiama rivoluzione «francese». L’ecumenismo è nato anzitutto tra denominazioni protestanti, ma alla fine i cattolici sono entrati in quel movimento: dopo essersi dapprima violentemente opposti, si è cominciato a domandarsi come rimediare alle separazioni ed è stato fatto un buon cammino di riavvicinamento.

Per questo mi domando se la commemorazione del V centenario della Riforma non debba incentrarsi sulla domanda: come comunicare insieme nel 2017?

E la risposta si colloca forse più sul versante cattolico che su quello protestante. Da parte protestante, in effetti, l’invito è fatto. Improvvisamente, la questione cambia: i cattolici, sulla base delle evoluzioni del Vaticano II sulla Chiesa e la liturgia, non potrebbero rivedere il loro doppio rifiuto, ovvero invitare la Riforma alla santa mensa e rispondere all’invito della Riforma alla santa cena?

E le comunità protestanti non potrebbero interrogarsi su quanto presso di loro è di ostacolo a una risposta positiva della parte cattolica al loro aprire il dibattito? Ancora una volta non penso che la risposta alle questioni richieda un accordo completo; soltanto il minimo indispensabile a una comunione liturgica autentica.

Quale sarebbe questo minimo? Siamo tutti d’accordo di obbedire alla Scrittura: questa ci racconta l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli e il suo comando di rifarla (Mc 14,22-25 e paralleli); e, d’altra parte, essa attesta l’obbedienza della prima generazione cristiana a questo comando (1Cor 10,16-17 e 11,17-34).

Pare che si sia anche d’accordo su una certa istituzione mediante una preghiera invocante lo Spirito sulla persona che presiede il culto.

Dunque, celebrando in questo modo, noi ci mettiamo insieme sui passi di Gesù e soprattutto egli si mette sui nostri. Noi ci impegniamo a perseverare nella preghiera, nel dialogo teologico e nell’opera comune per la pace e la giustizia – cosa che facciamo con frutto da oltre 50 anni.

Al termine, si potrebbe pensare a una riconciliazione reciproca dei ministeri, di cui i termini e i gesti risulterebbero da un’esperienza comune di eucaristia condivisa.

Pluralità nelle realizzazioni

L’attuazione di una riforma deve avvenire nello stesso momento e ovunque nella Chiesa? Non sono sicuro. Infatti, nell’affrontare una questione, le cose possono essere più avanzate e più mature in una Chiesa particolare o in un gruppo di Chiese e meno altrove. Il bisogno di riforma per l’una o l’altra istituzione può essere sentito con forza in un luogo e meno in altri. In una prospettiva di sinodalità non tutto forse va proposto per una discussione sinodale universale, ma piuttosto regionale o locale.

Nella Chiesa cattolica siamo abituati al fatto che ogni decisione sia presa in alto e sia valida dovunque. In alcuni casi è necessario; in altri meno. Talvolta l’universalità può avere un effetto dissuasivo.

Dopo il concilio Vaticano II si è compiuto uno sforzo reale per consentire una certa diversità. Penso alla riforma degli istituti religiosi prevista dopo il concilio nel decreto Ecclesiae sanctae. Il processo seguiva in anticipo il principio della piramide rovesciata: si prevedevano larghe consultazioni degli stessi religiosi dentro il loro istituto le quali servivano poi da base per le discussioni nei capitoli generali. Erano previsti dei periodi di sperimentazione ed era solo al termine di diversi anni che le Costituzioni avrebbero avuto forza di legge, dovendo la Santa Sede dare l’approvazione finale. Questo è quanto poi è successo negli anni Settanta.

Un tale lavoro fatto con coscienza e misura negli istituti ha permesso alla vita religiosa di rinnovare il suo impatto nella missione cristiana, anche se circostanze estranee al concilio hanno provocato una diminuzione sensibile degli effettivi. Il metodo, tuttavia, è rimasto lo stesso per un aggiomamento mai concluso.

Stando così le cose, mi chiedo se la questione “comunicare insieme” debba avere un’unica risposta e se non possa essere prima risolta a livello di una sinodalità locale. Come dicevo, non si raggiungeranno mai accordi dottrinali definitivi. Non ci si arriva nemmeno all’intemo di una stessa Chiesa, nella quale coesistono teologie diverse e in fondo poco conciliabili.

Non si potrebbe allora ritenere che, con una particolare Chiesa, appartenente a una precisa denominazione protestante, si possa considerare auspicabile l’accesso alla comunione?

Ho citato prima il volume Discerner le corps du Christ; mi chiedo sinceramente se il passo da fare in questo momento, in una situazione particolare come quella francese, non sia proprio l’intercomunione. Ci si darebbe il tempo di praticarla e di vedere in che modo la “pratica” aiuta a far convergere la “dottrina”, a migliorare la teoria e l’attuazione delle istituzioni, da entrambe le parti, accettando una diversità non ineluttabile ma benefica fra le tradizioni, che si sono sviluppate per secoli in una reciproca ignoranza.

L’intercomunione non sarebbe ancora la meta, ma un passo in avanti verso una piena riconciliazione. Inoltre, l’esempio di una Chiesa particolare potrebbe spronare altre Chiese a compiere altri passi.

Concludo queste mie suggestioni insistendo ancora su due punti: sono convinto che, quando si prega Dio in uno spirito di carità reciproca per ottenere da lui, attraverso gesti e riti, il perdono dei peccati o il corpo e il sangue di suo Figlio, Dio esaudisca la preghiera e credo che per mezzo di questa grazia gli avvicinamenti dottrinali a poco a poco arriveranno.

Credo inoltre che ciò che importa sia ritrovare la diversità dei doni dello Spirito nel cuore di ogni istituzione ecclesiale, quei carismi che il sacramento conferma, consacra, istituisce – custodendo la memoria dei testi paolini, che raccomandano certo un ordine nei carismi, ma non una “gerarchia”.

Aggiungo un terzo punto: la questione dell’unità delle Chiese non è in definitiva una questione intellettuale. I dialoghi ecumenici possono approfondirsi all’infinito, ma la comunione delle Chiese passa per la celebrazione comune dei misteri: in questo, come in tutti i casi in cui è coinvolto il corpo, si raggiunge un punto di non ritorno, si “passa all’atto”.

Quando parla di ecumenismo o di incontro delle religioni, papa Francesco insiste su ciò che si può fare insieme, cioè pregare e agire per le necessità del mondo. L’ecumenismo può procedere senza dubbio con la preghiera e/o l’azione umana comune, ma non è necessario che esso giunga a quell’azione comune che tutto ricapitola, ovvero all’obbedienza al comando del Signore che ci ha lasciato il suo corpo e il suo sangue?

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