17.1 C
Roma
Sab, 24 Ottobre 2020

ROTATE FOR FULL CONTENT

MOBILE THEME

Home Argomenti Approfondimenti Ospitalità eucaristica: fra «rassegnazione» e dialogo

Ospitalità eucaristica: fra «rassegnazione» e dialogo

- Advertisement -

di: Giuseppe Lorizio

In attesa dell’enciclica sulla fratellanza, diviene urgente la riflessione sulla dimensione ecumenica della fede cristiana, che trova il suo momento culmine nella cena del Signore. Mentre ci sentiamo fratelli in quanto tutti figli dello stesso Padre e in relazione all’umanità intera, dobbiamo ancor più sentirci fratelli in Cristo con quanti condividono lo stesso Battesimo, continuando a sperare che un giorno si possa sedere alla stessa mensa.

Il vivace dibattito che si sta verificando in Germania, a margine dell’assemblea dei vescovi cattolici tedeschi e in relazione al gruppo di lavoro interconfessionale intorno al tema dell’ospitalità eucaristica, con la lettera della Congregazione per la dottrina della fede, che ribadisce l’impossibilità di tale compartecipazione, almeno allo stato attuale della riflessione teologica, forse non entusiasma molto noi italiani, penso soprattutto a causa del carattere estremamente minoritario della presenza protestante nel nostro Paese (per una ricostruzione della vicenda cf. la rivista on line Riforma).

Il collega prof. Fulvio Ferrario, decano e docente della Facoltà Teologica Valdese, nella sua pagina Facebook, invita a mettersi il «cuore» in pace e quindi a rinunziare a questa prospettiva nell’ambito della prassi ecumenica e forse anche del dialogo teologico. La rassegnazione non mi appartiene, in quanto preferisco una «teologia inquieta» come lettore di Fernando Pessoa, ma soprattutto di Agostino. E da questa inquietudine nascono alcune riflessioni, tendenti piuttosto a proseguire il dialogo teologico, che a chiuderlo, anche perché, se posso mettere in pace il cuore, la mente, al contrario, non riesco proprio a metterla a tacere.

Un duplice ricordo

Parto da un duplice ricordo. Il primo attiene a quanto espresso da papa Francesco nella sua visita alla chiesa luterana di Roma, domenica 15 aprile 2015. Riporto solo un passaggio della domanda/risposta, che in quell’occasione mi ha molto colpito e ha fatto molto discutere (qui il testo completo):

La signora: «Mi chiamo Anke de Bernardinis e, come molte persone della nostra comunità, sono sposata con un italiano, che è un cristiano cattolico romano. Viviamo felicemente insieme da molti anni, condividendo gioie e dolori. E quindi ci duole assai l’essere divisi nella fede e non poter partecipare insieme alla Cena del Signore. Che cosa possiamo fare per raggiungere, finalmente, la comunione su questo punto?». Il papa: «Grazie, signora. Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderle, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: “Fate questo in memoria di me”. E, quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono».

Non possiamo lasciare la questione a una disputa fra tedeschi: penso che non dobbiamo più considerare la Germania l’ombelico del mondo teologico, per quanto interessanti siano le problematiche che vi si affrontano, anche perché, quando lo abbiamo fatto, non ci siamo solo procurato del bene. Vorrei sottolineare anche a mia volta che la questione della partecipazione alla mensa eucaristica, intesa come panis viatorum, piuttosto che come panis angelorum ci ha impegnati anche in occasione del passaggio più discusso dell’Amoris laetitia.

L’altro ricordo riguarda il pluriennale lavoro fra un gruppo di teologi della Lateranense, coordinati dal sottoscritto, e i luterani Eilert Herms e Christoph Schwöbel, allora a Tubinga, e Wilfried Härle, di Heidelberg. Spesso i lavori si svolgevano full time nei week end e i colleghi tedeschi chiedevano di partecipare all’eucaristia che presiedevo e presiedo la domenica sera nella parrocchia romana di San Fulgenzio. Con grande dolore loro e mio, al momento della distribuzione della comunione i colleghi si astenevano.

Mi sembra riduttiva e, per certi aspetti fuorviante, l’affermazione di Ferrario, secondo cui sarebbe ora di metterci tutti quanti il cuore in pace, per il semplice fatto che «il Vaticano non vuole spostarsi di un millimetro, perché significherebbe rinunciare al monopolio di Cristo del quale si ritiene detentore. Questo è l’unico problema, non ce ne sono altri». Ferrario sa meglio di me che alcuni nodi teologici permangono, ma al tempo stesso trovano, da una parte e dall’altra, grovigli sempre più profondi.

«Presenza reale»

Si tratta del primo di tali nodi. Lo scorso anno le edizioni Studium hanno pubblicato, a cura di Antonio Sabetta e per la prima volta nella sua versione integrale nella nostra lingua, la Confessione sulla cena di Cristo (opera di Martin Lutero datata 1528). Qui il padre della Riforma afferma senza mezzi termini che le parole della cena indicano la realtà della presenza del Signore nelle specie eucaristiche contro quanti, nell’ambito dello stesso movimento riformatore, affermavano la valenza meramente simbolica del sacramento. Il documento Dal conflitto alla comunione (della Commissione mista cattolico-romana e evangelico-luterana sull’unità, del 2013) recepisce la dottrina sia di Trento che di Lutero, esprimendosi in questi inequivocabili termini (n. 154):

«La questione della realtà della presenza di Gesù Cristo nella santa Cena non è materia di controversia tra cattolici e luterani. Il dialogo luterano-cattolico sull’eucaristia ha potuto dichiarare: “La tradizione luterana afferma, insieme con la tradizione cattolica, che gli elementi consacrati non rimangono semplicemente pane e vino, ma che, in virtù della parola creatrice, ci vengono donati come corpo e sangue di Cristo. In questo senso potrebbe anch’essa parlare, in un certo senso con la tradizione greca, di una trasformazione” (L’eucaristia, n. 51). Cattolici e luterani “si oppongono insieme a una concezione spaziale o naturale di questa presenza e a una comprensione del sacramento puramente commemorativa o metaforica” (L’eucaristia, n. 16)» [le citazioni interne sono tratte da: Commissione Congiunta Cattolica Romana – Evangelica Luterana, L’eucaristia, 1978; EO 1/1258].

All’interno del protestantesimo è quindi evidente che permangono notevoli differenze di interpretazione della presenza del Signore nel sacramento della cena. Il che non ha impedito la partecipazione delle diverse denominazioni «classiche» alla Concordia di Leuenberg del 1973, con la possibilità dei pastori delle diverse Chiese di presiedere il culto. Una sorta di «consenso differenziato», che non impedisce la comunione, ma la rafforza.

Altro problema le denominazioni evangelicali e pentecostali, che tuttavia risultano prevalenti almeno numericamente nel contesto protestante. Ma un confronto serio non può partire proprio dal testo di Lutero in modo che l’affermazione del documento Dal conflitto alla comunione sopra riportata possa essere realmente condivisa non solo fra luterani e cattolici?

Sacrificio

È il secondo nodo. Il documento sopra citato (n. 157) così si esprime:

«Riguardo alla questione che per i riformatori era della massima importanza – il sacrificio eucaristico – il dialogo luterano-cattolico ha dichiarato come principio basilare: “Cattolici e luterani riconoscono insieme che Gesù Cristo nell’eucaristia è presente come crocifisso, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione, come vittima offerta una volta per sempre per i peccati del mondo”. Questo sacrificio non può essere né continuato né ripetuto né sostituito né completato; ma può e deve diventare operante in modo sempre nuovo in mezzo alla comunità. Sul modo e la misura di questa efficacia esistono fra di noi diverse interpretazioni».

La domanda allora è: possiamo ritenere il conflitto delle interpretazioni come elemento di divisione, che preclude la comunione? Certo, in questo senso la nuova versione italiana del Messale romano, per il rito cattolico latino, non aiuta affatto l’ecumene, col ricorso continuo alla categoria del sacrificio e con una teologia soggiacente a dir poco ambigua e fuorviante, soprattutto allorché si dichiara la «piena identità tra il sacrificio della croce e la sua rinnovazione sacramentale nella Messa» (Proemio, p. XVIII).

Anche se più volte si usa il termine memoriale, questa espressione identificante denota scarsa conoscenza della teologia in chi ha redatto questo testo. Infatti, che fine fa l’«una volta per tutte» (ἐφάπαξ; Eb 7,27) del Nuovo Testamento, se si dà questa presunta «identità» fra il venerdì santo e l’eucaristia?

Del resto, come ha opportunamente notato Massimo Naro, al quale non posso certo dire «te l’avevo detto!», perché lo sapeva già: «Ho l’impressione che chi ha curato la nuova edizione italiana del Messale abbia ceduto alla sirena estetizzante che già aveva frastornato i curatori dei nuovi lezionari pubblicati qualche anno fa. Qui la situazione, sotto questo riguardo, appare peggiorata, perché la tendenza estetizzante, che del resto si sposa bene con la tendenza letteralistica (ne è esempio emblematico quella “rugiada dello Spirito Santo” che nella seconda preghiera eucaristica sostituirà la precedente “effusione dello Spirito Santo”), abbia distratto i curatori proprio da quei passaggi importanti in cui la comunitaria (vogliamo dire “agapica”?) soggettualità ecclesiale finisce per pagare un dazio pesante a certe tendenze chiericalizzanti e gerarchizzanti» (qui).

Ministero

Il terzo nodo (da sciogliere con l’aiuto della Madonna che scioglie i nodi) è quello del ministero, connesso col tema della successione apostolica. La questione qui si complica e forse è proprio questo aggancio ecclesiologico/ministeriale che può giustificare la reazione di Ferrario, relativa al «monopolio». Qui si rilevano le principali differenze, anche nel documento Dal conflitto alla comunione (cf. nn. 187-194), non senza ulteriori differenziazioni all’interno del protestantesimo, laddove vi sono Chiese che riconoscono l’episcopato come ministero, altre di fatto lo negano e ne attribuiscono le prerogative ai sinodi.

Se per il tema del “sacrificio” le principali chiusure si rinvengono in espressioni della comunità romano-cattolica, per il ministero dobbiamo rilevare l’abisso creato dalla scelta di molte Chiese di ordinare le donne. Perché girarci intorno? Qui si deve constatare una rottura della tradizione da parte di quelle comunità che hanno optato per il ministero femminile (mi riferisco ovviamente al culto). Né si può pensare che tali scelte, come altre, a mio avviso discutibili, possano incoraggiare l’evangelizzazione.

La foto postata da Ferrario con la pastora protestante seduta sui banchi di una chiesa vuota la dice lunga a questo riguardo (qui). E se Atene piange, Sparta certo non ride. L’irrilevanza è sotto gli occhi di tutti, come il sempre maggior divario fra culto e vita.

Non possiamo rassegnarci

È in gioco il futuro nel cristianesimo, quindi non possiamo semplicemente rassegnarci. Mentre discutiamo di ospitalità eucaristica fra noi, le chiese si svuotano.

Mi permetto di segnalare, come possibili motivi di riflessione e di discussione, due inviti o riferimenti, almeno parzialmente convergenti, che rinvengo nella plenaria della Conferenza episcopale tedesca e nel commento sul tema di Ferrario. Il presidente dei vescovi ha precisato che «il votum del Gruppo di lavoro teologico delle due Chiese riguarda i singoli e si profila come una decisione di coscienza personale – né inter-comunione né concelebrazione, quindi» (come riportato da Settimana News). E fin qui si segue la linea di papa Francesco nella risposta alla signora luterana sopra accennata.

Devo riconoscere al collega teologo il fatto che si spinge oltre, comunque rimandando alla «coscienza», io direi nel frattempo, la questione: «I cattolici “ospitali” vogliono rispettare i diktat vaticani? Lo facciano, nessuno si arrabbierà, sopravviveremo senza ospitalità eucaristica e, possibilmente, senza contorcerci troppo per il mal di pancia. Essi vogliono invece praticarla? Lo facciano, assumendosi le responsabilità del caso nei confronti delle loro gerarchie». E sarei d’accordo con lui, senza tuttavia interpretare gli orientamenti del Vaticano come diktat monopolistici.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Vedi tutti i commenti

Ospitalità eucaristica: fra «rassegnazione» e dialogo

  

- Advertisement -

di: Giuseppe Lorizio

In attesa dell’enciclica sulla fratellanza, diviene urgente la riflessione sulla dimensione ecumenica della fede cristiana, che trova il suo momento culmine nella cena del Signore. Mentre ci sentiamo fratelli in quanto tutti figli dello stesso Padre e in relazione all’umanità intera, dobbiamo ancor più sentirci fratelli in Cristo con quanti condividono lo stesso Battesimo, continuando a sperare che un giorno si possa sedere alla stessa mensa.

Il vivace dibattito che si sta verificando in Germania, a margine dell’assemblea dei vescovi cattolici tedeschi e in relazione al gruppo di lavoro interconfessionale intorno al tema dell’ospitalità eucaristica, con la lettera della Congregazione per la dottrina della fede, che ribadisce l’impossibilità di tale compartecipazione, almeno allo stato attuale della riflessione teologica, forse non entusiasma molto noi italiani, penso soprattutto a causa del carattere estremamente minoritario della presenza protestante nel nostro Paese (per una ricostruzione della vicenda cf. la rivista on line Riforma).

Il collega prof. Fulvio Ferrario, decano e docente della Facoltà Teologica Valdese, nella sua pagina Facebook, invita a mettersi il «cuore» in pace e quindi a rinunziare a questa prospettiva nell’ambito della prassi ecumenica e forse anche del dialogo teologico. La rassegnazione non mi appartiene, in quanto preferisco una «teologia inquieta» come lettore di Fernando Pessoa, ma soprattutto di Agostino. E da questa inquietudine nascono alcune riflessioni, tendenti piuttosto a proseguire il dialogo teologico, che a chiuderlo, anche perché, se posso mettere in pace il cuore, la mente, al contrario, non riesco proprio a metterla a tacere.

Un duplice ricordo

- Advertisement -

Parto da un duplice ricordo. Il primo attiene a quanto espresso da papa Francesco nella sua visita alla chiesa luterana di Roma, domenica 15 aprile 2015. Riporto solo un passaggio della domanda/risposta, che in quell’occasione mi ha molto colpito e ha fatto molto discutere (qui il testo completo):

La signora: «Mi chiamo Anke de Bernardinis e, come molte persone della nostra comunità, sono sposata con un italiano, che è un cristiano cattolico romano. Viviamo felicemente insieme da molti anni, condividendo gioie e dolori. E quindi ci duole assai l’essere divisi nella fede e non poter partecipare insieme alla Cena del Signore. Che cosa possiamo fare per raggiungere, finalmente, la comunione su questo punto?». Il papa: «Grazie, signora. Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderle, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: “Fate questo in memoria di me”. E, quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono».

Non possiamo lasciare la questione a una disputa fra tedeschi: penso che non dobbiamo più considerare la Germania l’ombelico del mondo teologico, per quanto interessanti siano le problematiche che vi si affrontano, anche perché, quando lo abbiamo fatto, non ci siamo solo procurato del bene. Vorrei sottolineare anche a mia volta che la questione della partecipazione alla mensa eucaristica, intesa come panis viatorum, piuttosto che come panis angelorum ci ha impegnati anche in occasione del passaggio più discusso dell’Amoris laetitia.

L’altro ricordo riguarda il pluriennale lavoro fra un gruppo di teologi della Lateranense, coordinati dal sottoscritto, e i luterani Eilert Herms e Christoph Schwöbel, allora a Tubinga, e Wilfried Härle, di Heidelberg. Spesso i lavori si svolgevano full time nei week end e i colleghi tedeschi chiedevano di partecipare all’eucaristia che presiedevo e presiedo la domenica sera nella parrocchia romana di San Fulgenzio. Con grande dolore loro e mio, al momento della distribuzione della comunione i colleghi si astenevano.

Mi sembra riduttiva e, per certi aspetti fuorviante, l’affermazione di Ferrario, secondo cui sarebbe ora di metterci tutti quanti il cuore in pace, per il semplice fatto che «il Vaticano non vuole spostarsi di un millimetro, perché significherebbe rinunciare al monopolio di Cristo del quale si ritiene detentore. Questo è l’unico problema, non ce ne sono altri». Ferrario sa meglio di me che alcuni nodi teologici permangono, ma al tempo stesso trovano, da una parte e dall’altra, grovigli sempre più profondi.

«Presenza reale»

Si tratta del primo di tali nodi. Lo scorso anno le edizioni Studium hanno pubblicato, a cura di Antonio Sabetta e per la prima volta nella sua versione integrale nella nostra lingua, la Confessione sulla cena di Cristo (opera di Martin Lutero datata 1528). Qui il padre della Riforma afferma senza mezzi termini che le parole della cena indicano la realtà della presenza del Signore nelle specie eucaristiche contro quanti, nell’ambito dello stesso movimento riformatore, affermavano la valenza meramente simbolica del sacramento. Il documento Dal conflitto alla comunione (della Commissione mista cattolico-romana e evangelico-luterana sull’unità, del 2013) recepisce la dottrina sia di Trento che di Lutero, esprimendosi in questi inequivocabili termini (n. 154):

«La questione della realtà della presenza di Gesù Cristo nella santa Cena non è materia di controversia tra cattolici e luterani. Il dialogo luterano-cattolico sull’eucaristia ha potuto dichiarare: “La tradizione luterana afferma, insieme con la tradizione cattolica, che gli elementi consacrati non rimangono semplicemente pane e vino, ma che, in virtù della parola creatrice, ci vengono donati come corpo e sangue di Cristo. In questo senso potrebbe anch’essa parlare, in un certo senso con la tradizione greca, di una trasformazione” (L’eucaristia, n. 51). Cattolici e luterani “si oppongono insieme a una concezione spaziale o naturale di questa presenza e a una comprensione del sacramento puramente commemorativa o metaforica” (L’eucaristia, n. 16)» [le citazioni interne sono tratte da: Commissione Congiunta Cattolica Romana – Evangelica Luterana, L’eucaristia, 1978; EO 1/1258].

All’interno del protestantesimo è quindi evidente che permangono notevoli differenze di interpretazione della presenza del Signore nel sacramento della cena. Il che non ha impedito la partecipazione delle diverse denominazioni «classiche» alla Concordia di Leuenberg del 1973, con la possibilità dei pastori delle diverse Chiese di presiedere il culto. Una sorta di «consenso differenziato», che non impedisce la comunione, ma la rafforza.

Altro problema le denominazioni evangelicali e pentecostali, che tuttavia risultano prevalenti almeno numericamente nel contesto protestante. Ma un confronto serio non può partire proprio dal testo di Lutero in modo che l’affermazione del documento Dal conflitto alla comunione sopra riportata possa essere realmente condivisa non solo fra luterani e cattolici?

Sacrificio

È il secondo nodo. Il documento sopra citato (n. 157) così si esprime:

«Riguardo alla questione che per i riformatori era della massima importanza – il sacrificio eucaristico – il dialogo luterano-cattolico ha dichiarato come principio basilare: “Cattolici e luterani riconoscono insieme che Gesù Cristo nell’eucaristia è presente come crocifisso, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione, come vittima offerta una volta per sempre per i peccati del mondo”. Questo sacrificio non può essere né continuato né ripetuto né sostituito né completato; ma può e deve diventare operante in modo sempre nuovo in mezzo alla comunità. Sul modo e la misura di questa efficacia esistono fra di noi diverse interpretazioni».

La domanda allora è: possiamo ritenere il conflitto delle interpretazioni come elemento di divisione, che preclude la comunione? Certo, in questo senso la nuova versione italiana del Messale romano, per il rito cattolico latino, non aiuta affatto l’ecumene, col ricorso continuo alla categoria del sacrificio e con una teologia soggiacente a dir poco ambigua e fuorviante, soprattutto allorché si dichiara la «piena identità tra il sacrificio della croce e la sua rinnovazione sacramentale nella Messa» (Proemio, p. XVIII).

Anche se più volte si usa il termine memoriale, questa espressione identificante denota scarsa conoscenza della teologia in chi ha redatto questo testo. Infatti, che fine fa l’«una volta per tutte» (ἐφάπαξ; Eb 7,27) del Nuovo Testamento, se si dà questa presunta «identità» fra il venerdì santo e l’eucaristia?

Del resto, come ha opportunamente notato Massimo Naro, al quale non posso certo dire «te l’avevo detto!», perché lo sapeva già: «Ho l’impressione che chi ha curato la nuova edizione italiana del Messale abbia ceduto alla sirena estetizzante che già aveva frastornato i curatori dei nuovi lezionari pubblicati qualche anno fa. Qui la situazione, sotto questo riguardo, appare peggiorata, perché la tendenza estetizzante, che del resto si sposa bene con la tendenza letteralistica (ne è esempio emblematico quella “rugiada dello Spirito Santo” che nella seconda preghiera eucaristica sostituirà la precedente “effusione dello Spirito Santo”), abbia distratto i curatori proprio da quei passaggi importanti in cui la comunitaria (vogliamo dire “agapica”?) soggettualità ecclesiale finisce per pagare un dazio pesante a certe tendenze chiericalizzanti e gerarchizzanti» (qui).

Ministero

Il terzo nodo (da sciogliere con l’aiuto della Madonna che scioglie i nodi) è quello del ministero, connesso col tema della successione apostolica. La questione qui si complica e forse è proprio questo aggancio ecclesiologico/ministeriale che può giustificare la reazione di Ferrario, relativa al «monopolio». Qui si rilevano le principali differenze, anche nel documento Dal conflitto alla comunione (cf. nn. 187-194), non senza ulteriori differenziazioni all’interno del protestantesimo, laddove vi sono Chiese che riconoscono l’episcopato come ministero, altre di fatto lo negano e ne attribuiscono le prerogative ai sinodi.

Se per il tema del “sacrificio” le principali chiusure si rinvengono in espressioni della comunità romano-cattolica, per il ministero dobbiamo rilevare l’abisso creato dalla scelta di molte Chiese di ordinare le donne. Perché girarci intorno? Qui si deve constatare una rottura della tradizione da parte di quelle comunità che hanno optato per il ministero femminile (mi riferisco ovviamente al culto). Né si può pensare che tali scelte, come altre, a mio avviso discutibili, possano incoraggiare l’evangelizzazione.

La foto postata da Ferrario con la pastora protestante seduta sui banchi di una chiesa vuota la dice lunga a questo riguardo (qui). E se Atene piange, Sparta certo non ride. L’irrilevanza è sotto gli occhi di tutti, come il sempre maggior divario fra culto e vita.

Non possiamo rassegnarci

È in gioco il futuro nel cristianesimo, quindi non possiamo semplicemente rassegnarci. Mentre discutiamo di ospitalità eucaristica fra noi, le chiese si svuotano.

Mi permetto di segnalare, come possibili motivi di riflessione e di discussione, due inviti o riferimenti, almeno parzialmente convergenti, che rinvengo nella plenaria della Conferenza episcopale tedesca e nel commento sul tema di Ferrario. Il presidente dei vescovi ha precisato che «il votum del Gruppo di lavoro teologico delle due Chiese riguarda i singoli e si profila come una decisione di coscienza personale – né inter-comunione né concelebrazione, quindi» (come riportato da Settimana News). E fin qui si segue la linea di papa Francesco nella risposta alla signora luterana sopra accennata.

Devo riconoscere al collega teologo il fatto che si spinge oltre, comunque rimandando alla «coscienza», io direi nel frattempo, la questione: «I cattolici “ospitali” vogliono rispettare i diktat vaticani? Lo facciano, nessuno si arrabbierà, sopravviveremo senza ospitalità eucaristica e, possibilmente, senza contorcerci troppo per il mal di pancia. Essi vogliono invece praticarla? Lo facciano, assumendosi le responsabilità del caso nei confronti delle loro gerarchie». E sarei d’accordo con lui, senza tuttavia interpretare gli orientamenti del Vaticano come diktat monopolistici.

- Advertisement -
Originale: Settimana News

Leggi qui il disclaimer sul materiale pubblicato da SpeSalvi.it

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Vedi tutti i commenti
286FansMi piace
985FollowerSegui
13,000FollowerSegui
631FollowerSegui
123IscrittiIscriviti

Top News

Top Video

Ultimi Articoli

Articoli Popolari

Che differenza c’è tra “padre” e “don”?

E quale titolo si utilizza per monaci e frati? Gentile direttore, forse la mia le sembrerà una domanda banale. Può però spiegarmi la differenza tra...

X Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 5 giungo 2016

IL VANGELO STRABICO X Domenica del tempo Ordinario   - C A  cura di Benito Giorgetta (1Re 17,17-24; Galati 1,11-19; Luca 7,11-17) Imparare a suonare lo spartito della compassione Ascoltiamo...

Francesco in Armenia, preghiera con Karekin II

Dopo quattro ore di volo comincia il viaggio di Francesco in Armenia. L'aereo con a bordo il Pontefice è partito questa mattina alle 9.20...

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 25 ottobre 2015

La 95° puntata del ciclo “Dalla vita alla Parola viva” – “Costruire comunità vive, aperte e accoglienti”. XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B Colore...

Mamma Natuzza parlava proprio con Gesù. Ecco un suo colloquio con il Re dei...

Io ero inquieta, turbata… Gesù: Alzati e piglia il ritmo dei vecchi tempi. Natuzza: Come parlate, Gesù? Cosa devo fare? Gesù: Ci sono tante cose che puoi...

Libri consigliati

Rut, la moabita

Giovani all’ombra della luce

Il “counseling” pastorale

Le tre lettere di Giovanni

Seguici su Instagram

Seguici su Facebook

Seguici su Twitter

Accessibility
0
Dicci il tuo pensiero, per favore commenta.x
()
x