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Obbligo di confessarsi e comunicarsi a Pasqua: si può rimandare se ci sono gravi cause

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

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Un lettore chiede se la situazione della pandemia può consentire di considerare sospeso il precetto di confessarsi e fare la comunione a Pasqua. La risposta del teologo.

Scrivo per porre un problema che mi affligge molto. Dal momento che tra i precetti della Chiesa cattolica si prevede il precetto di confessarsi e comunicarsi a Pasqua, mi chiedevo se nell’attuale contesto storico che stiamo vivendo con il Covid-19 è possibile considerare questo precetto come non vincolante e quindi se non rispettandolo si rimane comunque in grazia di Dio oppure se si va a commettere un peccato grave.
Da quel che ho capito infatti il precetto di partecipare alla Messa domenicale è «sospeso» fino al superamento dell’emergenza sanitaria dunque spero che la Chiesa abbia in un certo senso sospeso anche il precetto pasquale (confessione obbligatoria ed Eucaristia il giorno di Pasqua) perché nonostante so che si vanno a perdere tantissime grazie non comunicandosi sacramentalmente, almeno si potrebbe avere la consolazione di essere ancora in grazia di Dio e parte delle membra vive di Cristo.
In giro si leggono e si sentono molte cose discordanti quindi mi interessa sapere qual è la posizione della Chiesa sulla questione. In questi giorni sto leggendo che i vescovi esortano a partecipare fisicamente alla Messa ma purtroppo la situazione dei contagi è tutt’altro che buona. Io praticamente sono in lockdown personale, un pò cagionevole di salute ma non ho una patologia specifica e nonostante ciò non esco mai di casa tranne in rarissime occasioni o in macchina. Con la speranza che questa situazione si risolva il prima possibile.
Lettera firmata

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

Penso che, data la situazione, si possano per analogia applicare al «precetto pasquale» i criteri seguiti in questi mesi relativamente al «precetto domenicale». A questo proposito posso riportare quanto scrivevo nell’ambito di questa rubrica lo scorso giugno in risposta a un lettore che chiedeva: «La paura del contagio può costituire “grave causa” per non andare a Messa?». Dicevo, appunto, che: «sì, il rischio di contagio», e aggiungerei anche il timore soggettivamente percepito del contagio, «rientra senza alcun dubbio nella tipologia della “grave causa” che rende “impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica” (Codice di Diritto Canonico, 1248). In effetti, se non riconoscessimo che il contagio da Covid-19, soprattutto per le persone più deboli, è un’eventualità “grave”, mi domando che cosa dovremmo intendere per “grave”. Del resto anche le “Indicazioni per le celebrazioni liturgiche con il popolo”, pubblicate in data 11 maggio 2020 dall’Ufficio liturgico diocesano dell’arcidiocesi di Firenze ai numeri 5-6 non soltanto confermano, in riferimento alla situazione dovuta alla pandemia, che si può essere giustificati dall’obbligo di partecipare all’Eucaristia domenicale da un serio motivo, ma giungono esplicitamente a dare l’indicazione di invitare anziani e malati a restare nelle proprie abitazioni, seguendo magari le celebrazioni attraverso i media di cui si può fruire».
Inoltre, riguardo al cosiddetto precetto pasquale, è bene osservare come il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1389 affermi che: «La Chiesa fa obbligo ai fedeli di partecipare alla divina Liturgia la domenica e le feste [Conc. Ecum. Vat. II, Orientalium ecclesiarum, 15] e di ricevere almeno una volta all’anno l’Eucaristia, possibilmente nel tempo pasquale, [Cf Codice di Diritto Canonico, 920] preparati dal sacramento della Riconciliazione. La Chiesa tuttavia raccomanda vivamente ai fedeli di ricevere la santa Eucaristia la domenica e i giorni festivi, o ancora più spesso, anche tutti i giorni».
Il canone di riferimento del Codice di diritto canonico è il 920 §2 che afferma: «Questo precetto deve essere adempiuto durante il tempo pasquale, a meno che per una giusta causa non venga compiuto in altro tempo entro l’anno». Vi è dunque il precetto di fare la comunione preparati dalla confessione, almeno una volta l’anno, possibilmente ma non necessariamente (se vi è una giusta causa) nel tempo (e, tanto meno, nel giorno) di Pasqua. Quindi la nostra lettrice, se ci si attiene strettamente al diritto, può tranquillamente rimandare la confessione e la comunione a un futuro, si spera non lontano, in cui appaia superato il grave pericolo di contagio attualmente presente. E, aggiungerei, senza essere fiscali se dall’ultima confessione e comunione fossero passati più di 365 giorni. Come ci ha insegnato Gesù, infatti: «Il sabato (ovvero il precetto) è per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).
La mia speranza è che, superata la pandemia, molti cristiani tornino a Messa e si accostino al sacramento della penitenza non con spirito precettistico, ovvero non per dovere, ma per amore del Signore, per un autentico bisogno di conversione e per il desiderio di crescere nella comunione con le sorelle e i fratelli.

 

Originale: Toscana Oggi
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Scrivo per porre un problema che mi affligge molto. Dal momento che tra i precetti della Chiesa cattolica si prevede il precetto di confessarsi e comunicarsi a Pasqua, mi chiedevo se nell’attuale contesto storico che stiamo vivendo con il Covid-19 è possibile considerare questo precetto come non vincolante e quindi se non rispettandolo si rimane comunque in grazia di Dio oppure se si va a commettere un peccato grave.
Da quel che ho capito infatti il precetto di partecipare alla Messa domenicale è «sospeso» fino al superamento dell’emergenza sanitaria dunque spero che la Chiesa abbia in un certo senso sospeso anche il precetto pasquale (confessione obbligatoria ed Eucaristia il giorno di Pasqua) perché nonostante so che si vanno a perdere tantissime grazie non comunicandosi sacramentalmente, almeno si potrebbe avere la consolazione di essere ancora in grazia di Dio e parte delle membra vive di Cristo.
In giro si leggono e si sentono molte cose discordanti quindi mi interessa sapere qual è la posizione della Chiesa sulla questione. In questi giorni sto leggendo che i vescovi esortano a partecipare fisicamente alla Messa ma purtroppo la situazione dei contagi è tutt’altro che buona. Io praticamente sono in lockdown personale, un pò cagionevole di salute ma non ho una patologia specifica e nonostante ciò non esco mai di casa tranne in rarissime occasioni o in macchina. Con la speranza che questa situazione si risolva il prima possibile.
Lettera firmata

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

Penso che, data la situazione, si possano per analogia applicare al «precetto pasquale» i criteri seguiti in questi mesi relativamente al «precetto domenicale». A questo proposito posso riportare quanto scrivevo nell’ambito di questa rubrica lo scorso giugno in risposta a un lettore che chiedeva: «La paura del contagio può costituire “grave causa” per non andare a Messa?». Dicevo, appunto, che: «sì, il rischio di contagio», e aggiungerei anche il timore soggettivamente percepito del contagio, «rientra senza alcun dubbio nella tipologia della “grave causa” che rende “impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica” (Codice di Diritto Canonico, 1248). In effetti, se non riconoscessimo che il contagio da Covid-19, soprattutto per le persone più deboli, è un’eventualità “grave”, mi domando che cosa dovremmo intendere per “grave”. Del resto anche le “Indicazioni per le celebrazioni liturgiche con il popolo”, pubblicate in data 11 maggio 2020 dall’Ufficio liturgico diocesano dell’arcidiocesi di Firenze ai numeri 5-6 non soltanto confermano, in riferimento alla situazione dovuta alla pandemia, che si può essere giustificati dall’obbligo di partecipare all’Eucaristia domenicale da un serio motivo, ma giungono esplicitamente a dare l’indicazione di invitare anziani e malati a restare nelle proprie abitazioni, seguendo magari le celebrazioni attraverso i media di cui si può fruire».
Inoltre, riguardo al cosiddetto precetto pasquale, è bene osservare come il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1389 affermi che: «La Chiesa fa obbligo ai fedeli di partecipare alla divina Liturgia la domenica e le feste [Conc. Ecum. Vat. II, Orientalium ecclesiarum, 15] e di ricevere almeno una volta all’anno l’Eucaristia, possibilmente nel tempo pasquale, [Cf Codice di Diritto Canonico, 920] preparati dal sacramento della Riconciliazione. La Chiesa tuttavia raccomanda vivamente ai fedeli di ricevere la santa Eucaristia la domenica e i giorni festivi, o ancora più spesso, anche tutti i giorni».
Il canone di riferimento del Codice di diritto canonico è il 920 §2 che afferma: «Questo precetto deve essere adempiuto durante il tempo pasquale, a meno che per una giusta causa non venga compiuto in altro tempo entro l’anno». Vi è dunque il precetto di fare la comunione preparati dalla confessione, almeno una volta l’anno, possibilmente ma non necessariamente (se vi è una giusta causa) nel tempo (e, tanto meno, nel giorno) di Pasqua. Quindi la nostra lettrice, se ci si attiene strettamente al diritto, può tranquillamente rimandare la confessione e la comunione a un futuro, si spera non lontano, in cui appaia superato il grave pericolo di contagio attualmente presente. E, aggiungerei, senza essere fiscali se dall’ultima confessione e comunione fossero passati più di 365 giorni. Come ci ha insegnato Gesù, infatti: «Il sabato (ovvero il precetto) è per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).
La mia speranza è che, superata la pandemia, molti cristiani tornino a Messa e si accostino al sacramento della penitenza non con spirito precettistico, ovvero non per dovere, ma per amore del Signore, per un autentico bisogno di conversione e per il desiderio di crescere nella comunione con le sorelle e i fratelli.

 

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