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Notte di Natale, il Papa: la logica del mondo è dare per avere, mentre Dio arriva gratis

La Sua «luce gentile ha vinto le tenebre dell’arroganza umana» 

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Francesco alla Messa in San Pietro: «Scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità e la tenerezza possibile». La Sua «luce gentile ha vinto le tenebre dell’arroganza umana» 

CITTÀ DEL VATICANO. Stanotte «scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile». A Natale – la «grande gioia» – mentre qui «in terra è tutto dare per avere, Dio arriva gratis». E continua «ad amare ogni uomo, anche il peggiore». Papa Francesco lo afferma durante la Messa della Solennità natalizia nella basilica di San Pietro, evidenziando che la Sua «luce gentile ha vinto le tenebre dell’arroganza umana».

Il Vescovo di Roma entra in processione. La Celebrazione eucaristica è preceduta dal canto della Kalenda, al termine del quale si suonano le campane e si accendono le luci. In una Basilica vaticana gremita di fedeli, concelebrano la messa con il Papa, all’«Altare della Confessione», cardinali, vescovi e sacerdoti.

Nell’omelia il Pontefice premette: «Nella notte della terra è apparsa una luce dal cielo. Che cosa significa questa luce apparsa nell’oscurità?». Ecco chi lo suggerisce: «L’Apostolo Paolo, che ci ha detto: “È apparsa la grazia di Dio”. La grazia di Dio, che “porta salvezza a tutti gli uomini”, stanotte ha avvolto il mondo».

Ma che cos’è questa grazia?, si domanda Jorge Mario Bergoglio; è l’amore «divino, che trasforma la vita, rinnova la storia, libera dal male, infonde pace e gioia. Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù». In Cristo «si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi».

Un altro quesito: «Ma, possiamo ancora chiederci, perché San Paolo chiama la venuta nel mondo di Dio “grazia”? Per dirci che è completamente gratuita». Mentre qui «in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo».

Dunque «è apparsa la grazia di Dio», così stanotte «ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi».

Natale ricorda che il Signore «continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate – evidenzia il Papa – puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene».

Quante volte «pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così», afferma il Pontefice. Perché «nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente. Ecco il dono che troviamo a Natale: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. La sua gloria non ci abbaglia, la sua presenza non ci spaventa». Dio nasce povero «di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore».

Grazia è sinonimo «di bellezza. Stanotte, nella bellezza dell’amore di Dio – dice Francesco – riscopriamo pure la nostra bellezza, perché siamo gli amati di Dio». Nel bene e nel male, «nella salute e nella malattia, felici o tristi, ai suoi occhi appariamo belli: non per quel che facciamo, ma per quello che siamo. C’è in noi una bellezza indelebile, intangibile, una bellezza insopprimibile che è il nucleo del nostro essere». Oggi Dio lo rammenta, «prendendo con amore la nostra umanità e facendola sua, “sposandola” per sempre».

Ribadisce il Papa: «Davvero la “grande gioia” annunciata stanotte ai pastori è “di tutto il popolo”. In quei pastori, che non erano certo dei santi, ci siamo anche noi, con le nostre fragilità e debolezze». Come chiama loro, Dio «chiama anche noi, perché ci ama. E, nelle notti della vita, a noi come a loro dice: “Non temete”. Coraggio, non smarrire la fiducia, non perdere la speranza, non pensare che amare sia tempo perso!». Stanotte l’amore ha vinto «il timore, una speranza nuova è apparsa, la luce gentile di Dio ha vinto le tenebre dell’arroganza umana. Umanità, Dio ti ama e per te si è fatto uomo, non sei più sola!».

E il compito degli esseri umani è uno solo: «Accogliere il dono. Prima di andare in cerca di Dio, lasciamoci cercare da Lui». Non bisogna partire «dalle nostre capacità, ma dalla sua grazia, perché è Lui, Gesù, il Salvatore. Posiamo lo sguardo sul Bambino e lasciamoci avvolgere dalla sua tenerezza». Non ci saranno più scuse «per non lasciarci amare da Lui: quello che nella vita va storto, quello che nella Chiesa non funziona, quello che nel mondo non va non sarà più una giustificazione». Passerà in secondo piano, perché «di fronte all’amore folle di Gesù, a un amore tutto mitezza e vicinanza, non ci sono scuse».

Un dono così immenso merita «tanta gratitudine. Accogliere la grazia è saper ringraziare. Ma le nostre vite trascorrono spesso lontane dalla gratitudine». Oggi è il giorno «giusto per avvicinarci al tabernacolo, al presepe, alla mangiatoia, per dire grazie».

Il Papa invita ad «accogliere il dono che è Gesù, per poi diventare dono come Gesù. Diventare dono è dare senso alla vita». Ed è il modo migliore «per cambiare il mondo: noi cambiamo, la Chiesa cambia, la storia cambia quando cominciamo non a voler cambiare gli altri, ma noi stessi, facendo della nostra vita un dono».

Gesù lo mostra stanotte: «Non ha cambiato la storia forzando qualcuno o a forza di parole, ma col dono della sua vita. Non ha aspettato che diventassimo buoni per amarci, ma si è donato gratuitamente a noi». Quindi anche «noi, non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci considerino per servirli. Cominciamo noi». Questo è «accogliere il dono della grazia. E la santità non è altro che custodire questa gratuità».

Francesco racconta infine «una graziosa leggenda». Narra che, alla nascita di Gesù, i pastori «accorrevano alla grotta con vari doni. Ciascuno portava quel che aveva, chi i frutti del proprio lavoro, chi qualcosa di prezioso». Ma, mentre tutti «si prodigavano con generosità, c’era un pastore che non aveva nulla. Era poverissimo, non aveva niente da offrire. Mentre tutti gareggiavano nel presentare i loro doni, se ne stava in disparte, con vergogna». A un certo punto «San Giuseppe e la Madonna si trovarono in difficoltà a ricevere tutti i doni, soprattutto Maria, che doveva reggere il Bambino. Allora, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù». Quel pastore, «accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia. Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio». Si sente amato e, superando la vergogna, «cominciò a mostrare agli altri Gesù, perché non poteva tenere per sé il dono dei doni».

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Francesco alla Messa in San Pietro: «Scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità e la tenerezza possibile». La Sua «luce gentile ha vinto le tenebre dell’arroganza umana» 

CITTÀ DEL VATICANO. Stanotte «scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile». A Natale – la «grande gioia» – mentre qui «in terra è tutto dare per avere, Dio arriva gratis». E continua «ad amare ogni uomo, anche il peggiore». Papa Francesco lo afferma durante la Messa della Solennità natalizia nella basilica di San Pietro, evidenziando che la Sua «luce gentile ha vinto le tenebre dell’arroganza umana».

Il Vescovo di Roma entra in processione. La Celebrazione eucaristica è preceduta dal canto della Kalenda, al termine del quale si suonano le campane e si accendono le luci. In una Basilica vaticana gremita di fedeli, concelebrano la messa con il Papa, all’«Altare della Confessione», cardinali, vescovi e sacerdoti.

Nell’omelia il Pontefice premette: «Nella notte della terra è apparsa una luce dal cielo. Che cosa significa questa luce apparsa nell’oscurità?». Ecco chi lo suggerisce: «L’Apostolo Paolo, che ci ha detto: “È apparsa la grazia di Dio”. La grazia di Dio, che “porta salvezza a tutti gli uomini”, stanotte ha avvolto il mondo».

Ma che cos’è questa grazia?, si domanda Jorge Mario Bergoglio; è l’amore «divino, che trasforma la vita, rinnova la storia, libera dal male, infonde pace e gioia. Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù». In Cristo «si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi».

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Un altro quesito: «Ma, possiamo ancora chiederci, perché San Paolo chiama la venuta nel mondo di Dio “grazia”? Per dirci che è completamente gratuita». Mentre qui «in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo».

Dunque «è apparsa la grazia di Dio», così stanotte «ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi».

Natale ricorda che il Signore «continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate – evidenzia il Papa – puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene».

Quante volte «pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così», afferma il Pontefice. Perché «nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente. Ecco il dono che troviamo a Natale: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. La sua gloria non ci abbaglia, la sua presenza non ci spaventa». Dio nasce povero «di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore».

Grazia è sinonimo «di bellezza. Stanotte, nella bellezza dell’amore di Dio – dice Francesco – riscopriamo pure la nostra bellezza, perché siamo gli amati di Dio». Nel bene e nel male, «nella salute e nella malattia, felici o tristi, ai suoi occhi appariamo belli: non per quel che facciamo, ma per quello che siamo. C’è in noi una bellezza indelebile, intangibile, una bellezza insopprimibile che è il nucleo del nostro essere». Oggi Dio lo rammenta, «prendendo con amore la nostra umanità e facendola sua, “sposandola” per sempre».

Ribadisce il Papa: «Davvero la “grande gioia” annunciata stanotte ai pastori è “di tutto il popolo”. In quei pastori, che non erano certo dei santi, ci siamo anche noi, con le nostre fragilità e debolezze». Come chiama loro, Dio «chiama anche noi, perché ci ama. E, nelle notti della vita, a noi come a loro dice: “Non temete”. Coraggio, non smarrire la fiducia, non perdere la speranza, non pensare che amare sia tempo perso!». Stanotte l’amore ha vinto «il timore, una speranza nuova è apparsa, la luce gentile di Dio ha vinto le tenebre dell’arroganza umana. Umanità, Dio ti ama e per te si è fatto uomo, non sei più sola!».

E il compito degli esseri umani è uno solo: «Accogliere il dono. Prima di andare in cerca di Dio, lasciamoci cercare da Lui». Non bisogna partire «dalle nostre capacità, ma dalla sua grazia, perché è Lui, Gesù, il Salvatore. Posiamo lo sguardo sul Bambino e lasciamoci avvolgere dalla sua tenerezza». Non ci saranno più scuse «per non lasciarci amare da Lui: quello che nella vita va storto, quello che nella Chiesa non funziona, quello che nel mondo non va non sarà più una giustificazione». Passerà in secondo piano, perché «di fronte all’amore folle di Gesù, a un amore tutto mitezza e vicinanza, non ci sono scuse».

Un dono così immenso merita «tanta gratitudine. Accogliere la grazia è saper ringraziare. Ma le nostre vite trascorrono spesso lontane dalla gratitudine». Oggi è il giorno «giusto per avvicinarci al tabernacolo, al presepe, alla mangiatoia, per dire grazie».

Il Papa invita ad «accogliere il dono che è Gesù, per poi diventare dono come Gesù. Diventare dono è dare senso alla vita». Ed è il modo migliore «per cambiare il mondo: noi cambiamo, la Chiesa cambia, la storia cambia quando cominciamo non a voler cambiare gli altri, ma noi stessi, facendo della nostra vita un dono».

Gesù lo mostra stanotte: «Non ha cambiato la storia forzando qualcuno o a forza di parole, ma col dono della sua vita. Non ha aspettato che diventassimo buoni per amarci, ma si è donato gratuitamente a noi». Quindi anche «noi, non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci considerino per servirli. Cominciamo noi». Questo è «accogliere il dono della grazia. E la santità non è altro che custodire questa gratuità».

Francesco racconta infine «una graziosa leggenda». Narra che, alla nascita di Gesù, i pastori «accorrevano alla grotta con vari doni. Ciascuno portava quel che aveva, chi i frutti del proprio lavoro, chi qualcosa di prezioso». Ma, mentre tutti «si prodigavano con generosità, c’era un pastore che non aveva nulla. Era poverissimo, non aveva niente da offrire. Mentre tutti gareggiavano nel presentare i loro doni, se ne stava in disparte, con vergogna». A un certo punto «San Giuseppe e la Madonna si trovarono in difficoltà a ricevere tutti i doni, soprattutto Maria, che doveva reggere il Bambino. Allora, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù». Quel pastore, «accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia. Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio». Si sente amato e, superando la vergogna, «cominciò a mostrare agli altri Gesù, perché non poteva tenere per sé il dono dei doni».

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