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Il nostro compito è capire bene il papa

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Rimanere vicini alla barca di Pietro impedisce di essere trascinati dalla corrente

Ho provocato un po’ di agitazione al National Catholic Register. In un articolo intitolato How Catholic Opinion Journalists Should Cover Pope Francis, ho reagito ad un fenomeno che ho constatato spesso di recente: i cattolici che criticano insistentemente una citazione o un’azione di papa Francesco.

Ci sono state molte reazioni, come mi aspettavo, e quasi tutte si sono rivelate negative. Capisco il motivo. Nessuno vuole una stampa da “leccapiedi del Vaticano”. Nessuno vuole che la stampa cattolica sia adulatrice. Si vuole che la stampa racconti la storia reale, che offra tutte le implicazioni di ciò che sta avvenendo e soprattutto che sia accurata.

Una stampa che nasconde le azioni di un papa o ribalta ogni sua mossa non è solo inutile – è irrilevante. I lettori dotati di senso del discernimento imparano presto a ignorare una “stampa modello Pravda”, per richiamare la realtà russa durante il periodo della guerra fredda.

Ma c’è un altro estremo: la stampa “bastian contrario”.

Un altro modello per la stampa cattolica è essere il leader dell’opposizione al papa. In questo modello, la stampa passa al setaccio le parole del pontefice per correggerle.

Abbiamo visto due versioni di questo atteggiamento. Una è la stampa cattolica dissidente che non vuole accettare l’insegnamento della Chiesa. Lo abbiamo constatato principalmente sulla questione della contraccezione: alcuni autori cattolici hanno deciso che il loro compito fosse spiegare perché l’insegnamento della Chiesa è una cattiva idea che può essere tranquillamente ignorata.

Oggi abbiamo una seconda versione, una sorta di versione rovesciata con una nuova serie di bastian contrario: gli autori che temono che il papa stesso sia un dissidente.

Come ho sottolineato sul Register, è una posizione pericolosa. Questo tipo di autori dice al mondo che sono i laici cattolici intelligenti, non i vescovi in comunione con il papa, il punto di riferimento a cui guardare per conoscere la verità cattolica.

Ma cosa c’è tra i due estremi?

Risposta breve: è esattamente quello che sto cercando di scoprire.

Presso il Benedictine College di Atchison, nel Kansas, il 18 e il 19 novembre organizzeremo l’America’s Catholic Media Summit per affrontare questioni di questo tipo, alla presenza, tra gli altri, di luminari quali Raymond Arroyo, John Allen Jr. e Kathryn Jean Lopez del National Review (ehi, perché non vi unite a noi?)

La nostra domanda è questa: come fa un cattolico ad essere un buon giornalista? E come fa un giornalista ad essere un buon cattolico? E come farlo nella nuova realtà americana?

Penso che qualche principio possa essere utile.

Primo: i cattolici hanno il dovere di evitare il dissenso pubblico. Va bene dubitare e lottare con un insegnamento della Chiesa come la contraccezione, ma non va bene cercare di convincere altri a dubitarne.

Secondo: i giornalisti cattolici hanno il dovere di capire bene il papa. Il “bersaglio” del mio articolo sul Register non erano tanto quei cattolici che vogliono esplorare la saggezza della strategia di papa Francesco, ma quelli che si chiudono in travisamenti sul papa, diffondendo confusione.

E questo è particolarmente importante perché…

Terzo: nell’epoca dei nuovi media, siamo tutti giornalisti d’opinione cattolici con un pubblico potenziale nazionale (perfino internazionale).

Sono rimasto scioccato da quanto ho visto su Facebook e Twitter da parte di amici cattolici saldi, rispettabili e rispettosi. Quando i media principali riportano qualcosa sul papa, troppi di noi sembrano ancora dare per scontato quello che dicono e fargli da cassa di risonanza, spesso sentendosi liberi di usare forti termini di condanna.

Troppi di noi finiscono per chiudersi in un giro vizioso sul papa che non è garantito dalle sue parole, che non ci siamo neanche disturbati a controllare.

Spero di portare avanti questo dialogo su cosa fare nell’Epoca di Francesco, ma devo dire che una strategia che mi è molto servita nella mia carriera è stata quella di rimanere vicino alla barca di Pietro.

Quando ero l’editore del National Catholic Register, molti lettori hanno criticato aspramente papa Giovanni Paolo II per essersi opposto all’America in entrambe le guerre dell’Iraq, ma noi siamo rimasti vicini al giudizio del pontefice sulla questione, e la storia suggerisce che era la cosa giusta da fare.

Qui ad Aleteia, il nostro progetto giornalistico riguarda il fatto di seguire papa Francesco nel suo appello a costruire una cultura dell’incontro, ad andare nelle periferie e ad evangelizzare. Significa cambiare il nostro modo di pensare e cercare di aderire a ciò che ci sta chiedendo – e spesso questo comporta risultati sorprendenti e bellissimi.

Tom Hoopes è writer in residence presso il Benedictine College di Atchison (Kansas, Stati Uniti) e autore del libro di prossima uscita What Pope Francis Really Said.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Ho provocato un po’ di agitazione al National Catholic Register. In un articolo intitolato How Catholic Opinion Journalists Should Cover Pope Francis, ho reagito ad un fenomeno che ho constatato spesso di recente: i cattolici che criticano insistentemente una citazione o un’azione di papa Francesco.

Ci sono state molte reazioni, come mi aspettavo, e quasi tutte si sono rivelate negative. Capisco il motivo. Nessuno vuole una stampa da “leccapiedi del Vaticano”. Nessuno vuole che la stampa cattolica sia adulatrice. Si vuole che la stampa racconti la storia reale, che offra tutte le implicazioni di ciò che sta avvenendo e soprattutto che sia accurata.

Una stampa che nasconde le azioni di un papa o ribalta ogni sua mossa non è solo inutile – è irrilevante. I lettori dotati di senso del discernimento imparano presto a ignorare una “stampa modello Pravda”, per richiamare la realtà russa durante il periodo della guerra fredda.

Ma c’è un altro estremo: la stampa “bastian contrario”.

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Abbiamo visto due versioni di questo atteggiamento. Una è la stampa cattolica dissidente che non vuole accettare l’insegnamento della Chiesa. Lo abbiamo constatato principalmente sulla questione della contraccezione: alcuni autori cattolici hanno deciso che il loro compito fosse spiegare perché l’insegnamento della Chiesa è una cattiva idea che può essere tranquillamente ignorata.

Oggi abbiamo una seconda versione, una sorta di versione rovesciata con una nuova serie di bastian contrario: gli autori che temono che il papa stesso sia un dissidente.

Come ho sottolineato sul Register, è una posizione pericolosa. Questo tipo di autori dice al mondo che sono i laici cattolici intelligenti, non i vescovi in comunione con il papa, il punto di riferimento a cui guardare per conoscere la verità cattolica.

Ma cosa c’è tra i due estremi?

Risposta breve: è esattamente quello che sto cercando di scoprire.

Presso il Benedictine College di Atchison, nel Kansas, il 18 e il 19 novembre organizzeremo l’America’s Catholic Media Summit per affrontare questioni di questo tipo, alla presenza, tra gli altri, di luminari quali Raymond Arroyo, John Allen Jr. e Kathryn Jean Lopez del National Review (ehi, perché non vi unite a noi?)

La nostra domanda è questa: come fa un cattolico ad essere un buon giornalista? E come fa un giornalista ad essere un buon cattolico? E come farlo nella nuova realtà americana?

Penso che qualche principio possa essere utile.

Primo: i cattolici hanno il dovere di evitare il dissenso pubblico. Va bene dubitare e lottare con un insegnamento della Chiesa come la contraccezione, ma non va bene cercare di convincere altri a dubitarne.

Secondo: i giornalisti cattolici hanno il dovere di capire bene il papa. Il “bersaglio” del mio articolo sul Register non erano tanto quei cattolici che vogliono esplorare la saggezza della strategia di papa Francesco, ma quelli che si chiudono in travisamenti sul papa, diffondendo confusione.

E questo è particolarmente importante perché…

Terzo: nell’epoca dei nuovi media, siamo tutti giornalisti d’opinione cattolici con un pubblico potenziale nazionale (perfino internazionale).

Sono rimasto scioccato da quanto ho visto su Facebook e Twitter da parte di amici cattolici saldi, rispettabili e rispettosi. Quando i media principali riportano qualcosa sul papa, troppi di noi sembrano ancora dare per scontato quello che dicono e fargli da cassa di risonanza, spesso sentendosi liberi di usare forti termini di condanna.

Troppi di noi finiscono per chiudersi in un giro vizioso sul papa che non è garantito dalle sue parole, che non ci siamo neanche disturbati a controllare.

Spero di portare avanti questo dialogo su cosa fare nell’Epoca di Francesco, ma devo dire che una strategia che mi è molto servita nella mia carriera è stata quella di rimanere vicino alla barca di Pietro.

Quando ero l’editore del National Catholic Register, molti lettori hanno criticato aspramente papa Giovanni Paolo II per essersi opposto all’America in entrambe le guerre dell’Iraq, ma noi siamo rimasti vicini al giudizio del pontefice sulla questione, e la storia suggerisce che era la cosa giusta da fare.

Qui ad Aleteia, il nostro progetto giornalistico riguarda il fatto di seguire papa Francesco nel suo appello a costruire una cultura dell’incontro, ad andare nelle periferie e ad evangelizzare. Significa cambiare il nostro modo di pensare e cercare di aderire a ciò che ci sta chiedendo – e spesso questo comporta risultati sorprendenti e bellissimi.

Tom Hoopes è writer in residence presso il Benedictine College di Atchison (Kansas, Stati Uniti) e autore del libro di prossima uscita What Pope Francis Really Said.

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