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“Non siamo eutanasisti”: lo sdegno degli anestesisti italiani

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L’associazione di categoria prende le distanze dalle dichiarazioni dell’ex anestesista Saba che ha denunciato una “pratica consolidata” di “dolce morte”

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Non ci stanno gli anestesisti italiani ad essere coinvolti in una generalizzazione che fa di loro dei medici che non solo praticano l’eutanasia, ma in modo diffuso e quasi sistematico. E affidano la loro decisa contrarietà all’etichetta di “eutanasisti” a un comunicato stampa: “le questioni etiche legate ai delicati temi della ‘fine vita’ – affermano – sono troppo complesse per essere affrontate in questo modo”.

Tutto è nato dalla confessione choc dell’ex ordinario di anestesiologia e rianimazione all’Università di Cagliari e alla Sapienza di Roma che a 87 anni ha raccontato ad un quotidiano sardo di aver aiutato a morire un centinaio di persone in gravi condizioni, andando un “po’ oltre” nell’addormentare i pazienti. Per Saba, questo intervento dei medici anestetisti – effettuato con il consenso più o meno implicito degli stessi pazienti o dei loro familiari – non configura “eutanasia” ma “dolce morte”, cioè un modo per evitare ai pazienti ulteriori sofferenze. Si tratterebbe, inoltre, di una pratica “consolidata in tutta Italia e della quale non si dice per ragioni di conformismo”.

E’ proprio questo assunto che vede la contrarietà dei colleghi di Saba. L’Aaroi-Emac (Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – Emergenza ed Area Critica), in rappresentanza di tutti gli iscritti all’associazione, che quotidianamente “prestano la loro opera professionale specialistica nelle sale operatorie e nelle terapie intensive degli ospedali, nonché in tutte le altre attività di assistenza a tutti i pazienti che per patologia acuta o cronica necessitano del loro operato”, prende le distanze, si legge in una nota, “da ogni interpretazione strumentale di una recente intervista ad un collega”.

L’intervista, secondo gli specialisti, ha avuto come conseguenza “sulla scia di parole gettate a riecheggiare in modo confuso – eutanasia, dolce morte, anestesia letale-, successivi interventi ancor più fuorvianti, che vorrebbero equipararne il significato a quello della ‘desistenza terapeutica’”.

Per desistenza terapeutica, che è un concetto che proviene appunto dall’ambito medico dell’anestesia e rianimazione, si intende l’atteggiamento terapeutico con il quale il medico desiste dalle terapie futili ed inutili nei confronti dei pazienti malati terminali. La desistenza terapeutica ha la sua base nel concetto di accompagnamento alla morte secondo dei criteri bioetici e di deontologia medica stabiliti.

“Le questioni etiche legate ai delicati temi della ‘fine vita’ – afferma nella nota il presidente nazionale Aaroi-Emac, Alessandro Vergallo – sono troppo complesse per essere affrontate in questo modo. Il progresso scientifico e tecnologico è oggi molto più rapido di quello sociale e giuridico, ma proprio per questo motivo non può continuare ad essere terreno di scontro di differenti, e spesso individuali, posizioni culturali o religiose, né tantomeno di interventi contraddittori della magistratura, com’è avvenuto in diverse occasioni, per esempio, di recente, nel ‘caso Stamina’”.

Gli specialisti di anestesia e rianimazione richiamano ognuno alle proprie responsabilità, evitando confusioni e semplificazioni. “Ai politici, ai giuristi, e agli esperti di bioetica – afferma la nota -, se ne sono in grado, spetti e basti l’ònere di affiancare ai mezzi di cui dispone la scienza medica strumenti legislativi ed ordinamentali diversi, e/o migliori, di quelli attuali”.

Per quanto riguarda la propria categoria, i medici di Aaroi-Emac rifutano etichette improprie: “agli anestesisti rianimatori italiani, il cui operato deve attenersi alle norme di legge vigenti e, secondo scienza e coscienza, al codice deontologico, nel rispetto dei pazienti e dei loro familiari – conclude la nota -, non può pertanto, per altrettanto rispetto che è loro dovuto, essere attribuita l’etichetta di ‘eutanasisti’”.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Non ci stanno gli anestesisti italiani ad essere coinvolti in una generalizzazione che fa di loro dei medici che non solo praticano l’eutanasia, ma in modo diffuso e quasi sistematico. E affidano la loro decisa contrarietà all’etichetta di “eutanasisti” a un comunicato stampa: “le questioni etiche legate ai delicati temi della ‘fine vita’ – affermano – sono troppo complesse per essere affrontate in questo modo”.

Tutto è nato dalla confessione choc dell’ex ordinario di anestesiologia e rianimazione all’Università di Cagliari e alla Sapienza di Roma che a 87 anni ha raccontato ad un quotidiano sardo di aver aiutato a morire un centinaio di persone in gravi condizioni, andando un “po’ oltre” nell’addormentare i pazienti. Per Saba, questo intervento dei medici anestetisti – effettuato con il consenso più o meno implicito degli stessi pazienti o dei loro familiari – non configura “eutanasia” ma “dolce morte”, cioè un modo per evitare ai pazienti ulteriori sofferenze. Si tratterebbe, inoltre, di una pratica “consolidata in tutta Italia e della quale non si dice per ragioni di conformismo”.

E’ proprio questo assunto che vede la contrarietà dei colleghi di Saba. L’Aaroi-Emac (Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – Emergenza ed Area Critica), in rappresentanza di tutti gli iscritti all’associazione, che quotidianamente “prestano la loro opera professionale specialistica nelle sale operatorie e nelle terapie intensive degli ospedali, nonché in tutte le altre attività di assistenza a tutti i pazienti che per patologia acuta o cronica necessitano del loro operato”, prende le distanze, si legge in una nota, “da ogni interpretazione strumentale di una recente intervista ad un collega”.

L’intervista, secondo gli specialisti, ha avuto come conseguenza “sulla scia di parole gettate a riecheggiare in modo confuso – eutanasia, dolce morte, anestesia letale-, successivi interventi ancor più fuorvianti, che vorrebbero equipararne il significato a quello della ‘desistenza terapeutica’”.

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Per desistenza terapeutica, che è un concetto che proviene appunto dall’ambito medico dell’anestesia e rianimazione, si intende l’atteggiamento terapeutico con il quale il medico desiste dalle terapie futili ed inutili nei confronti dei pazienti malati terminali. La desistenza terapeutica ha la sua base nel concetto di accompagnamento alla morte secondo dei criteri bioetici e di deontologia medica stabiliti.

“Le questioni etiche legate ai delicati temi della ‘fine vita’ – afferma nella nota il presidente nazionale Aaroi-Emac, Alessandro Vergallo – sono troppo complesse per essere affrontate in questo modo. Il progresso scientifico e tecnologico è oggi molto più rapido di quello sociale e giuridico, ma proprio per questo motivo non può continuare ad essere terreno di scontro di differenti, e spesso individuali, posizioni culturali o religiose, né tantomeno di interventi contraddittori della magistratura, com’è avvenuto in diverse occasioni, per esempio, di recente, nel ‘caso Stamina’”.

Gli specialisti di anestesia e rianimazione richiamano ognuno alle proprie responsabilità, evitando confusioni e semplificazioni. “Ai politici, ai giuristi, e agli esperti di bioetica – afferma la nota -, se ne sono in grado, spetti e basti l’ònere di affiancare ai mezzi di cui dispone la scienza medica strumenti legislativi ed ordinamentali diversi, e/o migliori, di quelli attuali”.

Per quanto riguarda la propria categoria, i medici di Aaroi-Emac rifutano etichette improprie: “agli anestesisti rianimatori italiani, il cui operato deve attenersi alle norme di legge vigenti e, secondo scienza e coscienza, al codice deontologico, nel rispetto dei pazienti e dei loro familiari – conclude la nota -, non può pertanto, per altrettanto rispetto che è loro dovuto, essere attribuita l’etichetta di ‘eutanasisti’”.

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