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Non minimizzare le tue piccole croci, Dio non lo fa

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Solo perché gli altri sono messi peggio di te non significa che il tuo dolore non sia importante

Febbraio me ne ha combinate di tutti colori. Sempre le solite cose: claustrofobia, raffreddori, strade ghiacciate, e una manciata di altri pesi. Tutti fastidi minori che, pur essendo un po’ frustranti, non stavo prendendo sul serio. Pensavo che tutto quello che serviva era tirarmi su e ripetermi: “Fatti coraggio. Dopotutto, ci sono senzatetto che vivono le stesse condizioni. Ci sono persone molto più malate, più sole e più frustrate di te. Hai bisogno di guardare le cose nella giusta prospettiva!”

Ma la faccenda della prospettiva, in realtà, è una trappola. Sembra un argomento convincente, che ci spinge a pensare alle sofferenze degli altri e a mostrare gratitudine per le nostre benedizioni, non prestando attenzione a ciò che stato andando male nella nostra vita. Sofferenze che sono nulla, in confronto al dolore che gli altri stanno vivendo. “Piangevo, perché non avevo delle scarpe“, ha detto Helen Keller, “fino a quando ho incontrato un uomo che non aveva i piedi”. Capisco il suo punto, davvero, ma bisogna fare attenzione all’idea che tutto ciò che serve è avere la giusta prospettiva, e di colpo le lamentele si trasformeranno in gratitudine.

Perché le cose non stanno affatto così. Non funziona così.La citazione di Keller è fantastica, perché ci ricorda che a volte pensiamo che i nostri piccoli inconvenienti siano dei problemi giganteschi. Per qualche motivo, ci dilettiamo nel piangerci addosso, sentendoci prossimi all’eroismo dei martiri. Un proverbio come quello di Keller ci ricorda che non siamo gli unici a cui vanno male le cose, e che l’autocommiserazione è un pendio scivoloso che finisce su delle rocce taglienti.

Ma vi aspettate che basti pensare alle sofferenze degli altri per far scomparire, in qualche modo, quelle vostre? Non funziona così.

Ciò che fa questo modo di pensare, infatti, è dirvi che le vostre sofferenze non contano. Che la sofferenza non è reale. Che, in confronto agli altri, non siete all’altezza. Fa sviluppare la subdola abitudine di paragonarsi agli altri. E così, invece di riconoscere il vostro dolore e presentarlo a Gesù, finite per dire: “Non ha importanza, perché Tizio e Caio sono messi peggio”, ma poi vi sentirete profondamente infelici.

Ecco, cambiare prospettiva va anche bene, ma non è questa la prospettiva di Dio. Dio è un Dio di amore, e anche di Verità. Lui non vuole che gonfiamo ed esageriamo le nostre sofferenze, perché non corrisponderebbero alla realtà. Non faremmo un favore a nessuno agendo in questo modo. Ma, per la stessa ragione, non vuole neanche che allontaniamo la sofferenza, che sia un’inezia o meno. Lui non vuole che noi diciamo: “Questa brutta giornata, in realtà, non era una brutta giornata… perché nessuno è morto”. Se è stata una  giornata negativa, allora ha importanza. Se Dio, il Dio della verità, vede la nostra sofferenza come reale e persino importante, allora anche noi dovremmo farlo.

Dio incontra ognuno di noi, in modo personale. Non elargisce il Suo amore verso di noi in base a quanto soffriamo. Non dice: “Beh, non stai soffrendo così tanto quanto sta facendo lui, quindi non ho intenzione di interessarmene più di tanto”. Non dice nemmeno: “Questo dolore è temporaneo. Tra un po’ interverrò e spazzerò via tutto. Quindi non ha molta importanza”. No, è sempre importante. Dio si prende cura di noi, sempre. Questo è ciò che fa l’amore. Quando Gesù sentì la notizia che il suo amico Lazzaro era morto, Egli pianse, sebbene sapesse perfettamente che in pochi giorni l’avrebbe reso più che nuovo, e che tutti coloro che erano in lutto avrebbero presto gioito di nuovo.

La prospettiva di Dio è l’amore, non il paragone. E l’amore è come il fuoco – all’inizio è piccolo, e poi si diffonde ovunque possa. Sorprendentemente, quando impariamo ad accettare la nostra sofferenza – né esagerandola né ignorandola – diventeremo anche più compassionevoli verso i nostri fratelli e sorelle che soffrono.

Sappiamo tutti che, per quanto sia allettante, paragonarsi alle virtù degli altri non porta alcun bene. La madre la cui casa è molto più pulita della tua, l’uomo che è molto più sicuro di sé di quanto tu non sia, l’amico che è tanto più intelligente di te… tutte queste persone hanno le loro virtù, e noi abbiamo le nostre. Dobbiamo cercare di evitare che questo tipo di paragoni ci sminuisca. Impariamo a non mettere a confronto le nostre sofferenze, per lo stesso motivo. Tutte le sofferenze hanno importanza. E ogni dolore, non importa quanto piccolo, può unirsi alla sofferenza di Cristo, per guarire il mondo.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Solo perché gli altri sono messi peggio di te non significa che il tuo dolore non sia importante

Febbraio me ne ha combinate di tutti colori. Sempre le solite cose: claustrofobia, raffreddori, strade ghiacciate, e una manciata di altri pesi. Tutti fastidi minori che, pur essendo un po’ frustranti, non stavo prendendo sul serio. Pensavo che tutto quello che serviva era tirarmi su e ripetermi: “Fatti coraggio. Dopotutto, ci sono senzatetto che vivono le stesse condizioni. Ci sono persone molto più malate, più sole e più frustrate di te. Hai bisogno di guardare le cose nella giusta prospettiva!”

Ma la faccenda della prospettiva, in realtà, è una trappola. Sembra un argomento convincente, che ci spinge a pensare alle sofferenze degli altri e a mostrare gratitudine per le nostre benedizioni, non prestando attenzione a ciò che stato andando male nella nostra vita. Sofferenze che sono nulla, in confronto al dolore che gli altri stanno vivendo. “Piangevo, perché non avevo delle scarpe“, ha detto Helen Keller, “fino a quando ho incontrato un uomo che non aveva i piedi”. Capisco il suo punto, davvero, ma bisogna fare attenzione all’idea che tutto ciò che serve è avere la giusta prospettiva, e di colpo le lamentele si trasformeranno in gratitudine.

Perché le cose non stanno affatto così. Non funziona così.La citazione di Keller è fantastica, perché ci ricorda che a volte pensiamo che i nostri piccoli inconvenienti siano dei problemi giganteschi. Per qualche motivo, ci dilettiamo nel piangerci addosso, sentendoci prossimi all’eroismo dei martiri. Un proverbio come quello di Keller ci ricorda che non siamo gli unici a cui vanno male le cose, e che l’autocommiserazione è un pendio scivoloso che finisce su delle rocce taglienti.

Ma vi aspettate che basti pensare alle sofferenze degli altri per far scomparire, in qualche modo, quelle vostre? Non funziona così.

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Ciò che fa questo modo di pensare, infatti, è dirvi che le vostre sofferenze non contano. Che la sofferenza non è reale. Che, in confronto agli altri, non siete all’altezza. Fa sviluppare la subdola abitudine di paragonarsi agli altri. E così, invece di riconoscere il vostro dolore e presentarlo a Gesù, finite per dire: “Non ha importanza, perché Tizio e Caio sono messi peggio”, ma poi vi sentirete profondamente infelici.

Ecco, cambiare prospettiva va anche bene, ma non è questa la prospettiva di Dio. Dio è un Dio di amore, e anche di Verità. Lui non vuole che gonfiamo ed esageriamo le nostre sofferenze, perché non corrisponderebbero alla realtà. Non faremmo un favore a nessuno agendo in questo modo. Ma, per la stessa ragione, non vuole neanche che allontaniamo la sofferenza, che sia un’inezia o meno. Lui non vuole che noi diciamo: “Questa brutta giornata, in realtà, non era una brutta giornata… perché nessuno è morto”. Se è stata una  giornata negativa, allora ha importanza. Se Dio, il Dio della verità, vede la nostra sofferenza come reale e persino importante, allora anche noi dovremmo farlo.

Dio incontra ognuno di noi, in modo personale. Non elargisce il Suo amore verso di noi in base a quanto soffriamo. Non dice: “Beh, non stai soffrendo così tanto quanto sta facendo lui, quindi non ho intenzione di interessarmene più di tanto”. Non dice nemmeno: “Questo dolore è temporaneo. Tra un po’ interverrò e spazzerò via tutto. Quindi non ha molta importanza”. No, è sempre importante. Dio si prende cura di noi, sempre. Questo è ciò che fa l’amore. Quando Gesù sentì la notizia che il suo amico Lazzaro era morto, Egli pianse, sebbene sapesse perfettamente che in pochi giorni l’avrebbe reso più che nuovo, e che tutti coloro che erano in lutto avrebbero presto gioito di nuovo.

La prospettiva di Dio è l’amore, non il paragone. E l’amore è come il fuoco – all’inizio è piccolo, e poi si diffonde ovunque possa. Sorprendentemente, quando impariamo ad accettare la nostra sofferenza – né esagerandola né ignorandola – diventeremo anche più compassionevoli verso i nostri fratelli e sorelle che soffrono.

Sappiamo tutti che, per quanto sia allettante, paragonarsi alle virtù degli altri non porta alcun bene. La madre la cui casa è molto più pulita della tua, l’uomo che è molto più sicuro di sé di quanto tu non sia, l’amico che è tanto più intelligente di te… tutte queste persone hanno le loro virtù, e noi abbiamo le nostre. Dobbiamo cercare di evitare che questo tipo di paragoni ci sminuisca. Impariamo a non mettere a confronto le nostre sofferenze, per lo stesso motivo. Tutte le sofferenze hanno importanza. E ogni dolore, non importa quanto piccolo, può unirsi alla sofferenza di Cristo, per guarire il mondo.

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