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“Non fare come gli ipocriti”

Un criterio teologico ed ecclesiologico paolino espresso nel titolo “brutalmente”.

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di: Roberto Mela

 

Un criterio teologico ed ecclesiologico paolino espresso nel titolo “brutalmente”, ma in modo molto indovinato dall’autore per caratterizzare la modalità con la quale l’Apostolo si indirizza alla comunità di Corinto per proporre autorevolmente dei criteri di comportamento che siano in linea con la fede cristiana abbracciata di recente.

Città popolosa, con due porti, Corinto abbracciava una comunità di discepoli di Gesù rifornita di molti carismi ma anche di livello sociale medio basso (schiavi e scaricatori di porto), con un tasso di moralità intaccato non poco dalla trascorsa consuetudine con l’idolatria e i costumi morali e sessuali piuttosto lassi.

Il cinquantenne gesuita venosino, docente di Teologia biblica all’Urbaniana e di Ermeneutica biblica al PIB di Roma, parte dalla reprimenda di Gesù contro l’atteggiamento mostrato dai farisei nel vivere i tre pilastri della spiritualità ebraica (elemosina, preghiera e digiuno, Mt 6,1-18) e dalla parabola del fariseo e del pubblicano di Lc 18,9-14 per analizzare il fenomeno dell’apparire/non essere confrontato con l’essere/la sostanza.

L’ipocrisia, la ricerca della comfort zone, dell’approvazione sociale, del guardarsi narcisisticamente allo specchio segna l’atteggiamento dei farisei, ma può intaccare in profondità anche la comunità cristiana e le sue guide (cf. Mt 23!)

Paolo è un grandissimo teologo e un ottimo pastore. Alle problematiche varie che sorgono nella comunità di Corinto egli dà sempre delle risposte “alte”, mai moralistiche o basate puramente sulla propria autorità apostolica.

Il principio da cui parte (o al quale vuole ricondurre le questioni pratiche, i “fatti” di partenza) è la morte e risurrezione di Cristo, il mistero pasquale. La scelta dei mezzi deboli e paradossali da parte di Dio Padre (nell’AT e nel NT) e da Gesù Cristo (cf. 1Cor 1) deve tradursi concretamente e innervare il comportamento della comunità, non favorendo il culto della personalità, le divisioni in fazioni, l’arroganza tronfia di chi ha la coscienza forte e gode della “scienza” riguardo al comportamento da tenere verso la carne offerta agli idoli e messa in vendita al macello pubblico e agli inviti a mangiarla coram populo in banchetti socialmente appetibili (1Cor 8–10).

Non si deve dimenticare la carità verso i “deboli” di coscienza e il pensiero comunitario che deve sempre essere tenuto in conto per cercare sempre la sostanza, l’essere, non il vacuo apparire, sopravvalutando l’elemento umano quando ci si rapporta ai “deboli” nella fede e nella coscienza.

Lo stesso principio vale per il discorso della glossolalia (cf. 1Cor 12–14), un fenomeno eclatante ma elitario, non “edificante” la comunità (se non accompagnato da un carisma di interpretazione che renda intelligibile i suoni inarticolati del glossolalo). Ad essa (preferita e ricercata da molti corinzi), secondo Paolo va preferita e ricercata la profezia, ma soprattutto la carità (1Cor 13), che è ben più di una carisma, essendo una “via” eccellente.

Interessante è anche la soluzione del presunto problema del “velo” delle donne (1Cor 11,2-16). A chi si deve dare gloria, alla fin fine?

Anche nella cena del Signore (1Cor 11,17-34) occorre cercare la verità di sé e l’attenzione al povero e allo schiavo che arrivano in ritardo alla cena e non alla propria ricchezza che ricerca ostentatamente solo amici “alla pari”. Lo studioso Basta è tranciante: Paolo sottolinea la relazione, non l’ortodossia a tutti i costi…

L’apostolo contiene un tesoro in vasi di creta ed è assimilato al Cristo crocifisso da una “via crucis” che trascrive esistenzialmente la persona di Cristo nella sua umanità, oltreché nel suo spirito.

Il lavoro eccellente di Basta si conclude appunto con la riflessione su 2Cor 4,7-18 e con una breve ma ottima bibliografia (pp. 141-148).

Il linguaggio davvero fluido e avvincente – resta il fatto che personalmente preferisco la dizione “corinzi” a “corinti” –, e che non disdegna neppure pagine di biologia cellulare “in pillole” per ricordare che le cellule interiori vanno riempite di cose buone e positive, prima che si riempiano di realtà che distruggono la persona con la mania del vacuo apparire.

Ottima l’interpretazione data da Basta a Paolo, un vero maestro di teologia applicata sensatamente alla pastorale, non con la ricerca di formulette e regole varie, che pur ci vogliono, ma col richiamo a valori alti e alla decisività delle relazioni rispetto alla pura ortodossia (reclamata anche oggi da cerchie altolocate, probabilmente con poche radici nella realtà concreta delle persone).

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Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Città popolosa, con due porti, Corinto abbracciava una comunità di discepoli di Gesù rifornita di molti carismi ma anche di livello sociale medio basso (schiavi e scaricatori di porto), con un tasso di moralità intaccato non poco dalla trascorsa consuetudine con l’idolatria e i costumi morali e sessuali piuttosto lassi.

Il cinquantenne gesuita venosino, docente di Teologia biblica all’Urbaniana e di Ermeneutica biblica al PIB di Roma, parte dalla reprimenda di Gesù contro l’atteggiamento mostrato dai farisei nel vivere i tre pilastri della spiritualità ebraica (elemosina, preghiera e digiuno, Mt 6,1-18) e dalla parabola del fariseo e del pubblicano di Lc 18,9-14 per analizzare il fenomeno dell’apparire/non essere confrontato con l’essere/la sostanza.

L’ipocrisia, la ricerca della comfort zone, dell’approvazione sociale, del guardarsi narcisisticamente allo specchio segna l’atteggiamento dei farisei, ma può intaccare in profondità anche la comunità cristiana e le sue guide (cf. Mt 23!)

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Paolo è un grandissimo teologo e un ottimo pastore. Alle problematiche varie che sorgono nella comunità di Corinto egli dà sempre delle risposte “alte”, mai moralistiche o basate puramente sulla propria autorità apostolica.

Il principio da cui parte (o al quale vuole ricondurre le questioni pratiche, i “fatti” di partenza) è la morte e risurrezione di Cristo, il mistero pasquale. La scelta dei mezzi deboli e paradossali da parte di Dio Padre (nell’AT e nel NT) e da Gesù Cristo (cf. 1Cor 1) deve tradursi concretamente e innervare il comportamento della comunità, non favorendo il culto della personalità, le divisioni in fazioni, l’arroganza tronfia di chi ha la coscienza forte e gode della “scienza” riguardo al comportamento da tenere verso la carne offerta agli idoli e messa in vendita al macello pubblico e agli inviti a mangiarla coram populo in banchetti socialmente appetibili (1Cor 8–10).

Non si deve dimenticare la carità verso i “deboli” di coscienza e il pensiero comunitario che deve sempre essere tenuto in conto per cercare sempre la sostanza, l’essere, non il vacuo apparire, sopravvalutando l’elemento umano quando ci si rapporta ai “deboli” nella fede e nella coscienza.

Lo stesso principio vale per il discorso della glossolalia (cf. 1Cor 12–14), un fenomeno eclatante ma elitario, non “edificante” la comunità (se non accompagnato da un carisma di interpretazione che renda intelligibile i suoni inarticolati del glossolalo). Ad essa (preferita e ricercata da molti corinzi), secondo Paolo va preferita e ricercata la profezia, ma soprattutto la carità (1Cor 13), che è ben più di una carisma, essendo una “via” eccellente.

Interessante è anche la soluzione del presunto problema del “velo” delle donne (1Cor 11,2-16). A chi si deve dare gloria, alla fin fine?

Anche nella cena del Signore (1Cor 11,17-34) occorre cercare la verità di sé e l’attenzione al povero e allo schiavo che arrivano in ritardo alla cena e non alla propria ricchezza che ricerca ostentatamente solo amici “alla pari”. Lo studioso Basta è tranciante: Paolo sottolinea la relazione, non l’ortodossia a tutti i costi…

L’apostolo contiene un tesoro in vasi di creta ed è assimilato al Cristo crocifisso da una “via crucis” che trascrive esistenzialmente la persona di Cristo nella sua umanità, oltreché nel suo spirito.

Il lavoro eccellente di Basta si conclude appunto con la riflessione su 2Cor 4,7-18 e con una breve ma ottima bibliografia (pp. 141-148).

Il linguaggio davvero fluido e avvincente – resta il fatto che personalmente preferisco la dizione “corinzi” a “corinti” –, e che non disdegna neppure pagine di biologia cellulare “in pillole” per ricordare che le cellule interiori vanno riempite di cose buone e positive, prima che si riempiano di realtà che distruggono la persona con la mania del vacuo apparire.

Ottima l’interpretazione data da Basta a Paolo, un vero maestro di teologia applicata sensatamente alla pastorale, non con la ricerca di formulette e regole varie, che pur ci vogliono, ma col richiamo a valori alti e alla decisività delle relazioni rispetto alla pura ortodossia (reclamata anche oggi da cerchie altolocate, probabilmente con poche radici nella realtà concreta delle persone).

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