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“Non ci indurre in tentazione”. Attenti! Non significa che Dio ci vuole far peccare

Il biblista Jean Carmignac spiega il significato di questa affermazione che da molti viene intesa come una provocazione del Signore. Non è così!

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«E non indurci in tentazione!» ma una tal formulazione suscita immediatamente lo stupore di chiunque vede in Dio un padre infinitamente buono «che non tenta nessuno» e che «non saprebbe tentare per il male» (Giacomo 1, 13-14135).

Secondo il biblista Jean Carmignac (1914-1986), nel libro postumo “Ascoltiamo il Padre Nostro” (edizioni Ares), questa frase – cambiata nella nuova versione del Padre Nostro in “Non abbandonarci alla tentazione” – va spiegata bene perché può generare clamorose ambiguità.

Se si chiede a Dio di non indurci in tentazione, è perché c’è rischio o pericolo ch’egli ci possa indurre. il dilemma è allora inevitabile: se esercita il minimo ruolo positivo nella tentazione, Dio non può essere infinitamente santo, perché contribuisce con la tentazione a incitare al peccato; e non può più essere infinitamente buono, poiché contribuisce a trascinare i suoi figli della terra verso la più grande delle disgrazie.

Il commento più antico

Attenzione. Questa obiezione, secondo il biblista, è talmente naturale che si poneva già, verso l’anno 200, al più antico commentatore del Padre Nostro, Tertulliano: «Che il Cielo ci guardi dal credere che Dio possa tentarci» (De oratione, cap. 8; traduzione a. Hamman, Il Pater spiegato dai Padri, pp. 25-26).

Origene rincara la dose: «È assurdo supporre che dio possa condurre qualcuno in tentazione, come se lo consegnasse alla disfatta… in effetti, se è male cadere in una tentazione, poiché noi preghiamo per non subire questo male, non è fuori luogo immaginare che il Dio buono, che non può portare frutti cattivi, getti qualcuno nel male?» (Sulla Preghiera, cap. 29, n. 11).

Oltraggio alla bontà di Dio

Nel 1883, A.J. Liagre accusa anche di «bestemmia» coloro che vedrebbero in Dio la causa positiva o diretta del peccato. «Chiedere a Dio che non ci tenti, nel senso e con l’intenzione di colui che è chiamato “il tentatore” (Matteo 4, 3136), cioè che non ci inciti al male, sarebbe una bestemmia allo stesso modo che affermare che egli lo faccia realmente» (T. Zahn, nel 1903).

Il problema può quindi riassumersi così: noi facciamo oltraggio alla bontà di Dio e alla sua santità, se supponiamo che gli possa esercitare sulla tentazione una qualsiasi causalità positiva e, se sappiamo che egli non ne esercita alcuna, lo offendiamo in una maniera diversa chiedendogli di astenersi da questa causalità.

Soluzione del teologo J. Heller

In definitiva è questa la sola soluzione completamente scientifica, poiché è la sola a non trascurare la sintassi delle negazioni semitiche. essa ci chiede di intendere: «Fa’ che non entriamo nella tentazione», cioè: «Fa’ che non consentiamo alla tentazione».

In questo modo si esprimerebbe benissimo il contenuto effettivo della sesta richiesta, dicendo: «preservaci dall’entrare nella tentazione», oppure: «preservaci dal consentire alla tentazione», o anche «preservaci dal cedere alla tentazione».

Gli effetti sono due

In primo luogo, Dio esercita un ruolo molto positivo, in quanto agisce impedendoci di consentire alla tentazione, e non invece sottomettendoci alla tentazione stessa: la sua bontà e la sua santità non sono più compromesse, ma al contrario sono pienamente riconosciute e affermate.

Noi gli chiediamo di manifestarle rimediando alla nostra irrimediabile debolezza e abbiamo fiducia nella sua onnipotente saggezza per volgere verso di lui la nostra volontà così spesso ribelle.

In secondo luogo, noi non rischiamo più di offendere dio imputandogli l’intenzione di voler gettare i suoi figli nelle trappole del loro nemico, giacché non gli chiediamo più di rinunciare a questa complicità, che non potrebbe essere che perversa. Tutt’al contrario, noi confessiamo che la sua provvidenza vuole il nostro bene e vuole preservarci dalla più grande disgrazia, il peccato.

Originale: Aleteia.org
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“Non ci indurre in tentazione”. Attenti! Non significa che Dio ci vuole far peccare

Il biblista Jean Carmignac spiega il significato di questa affermazione che da molti viene intesa come una provocazione del Signore. Non è così!

  

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«E non indurci in tentazione!» ma una tal formulazione suscita immediatamente lo stupore di chiunque vede in Dio un padre infinitamente buono «che non tenta nessuno» e che «non saprebbe tentare per il male» (Giacomo 1, 13-14135).

Secondo il biblista Jean Carmignac (1914-1986), nel libro postumo “Ascoltiamo il Padre Nostro” (edizioni Ares), questa frase – cambiata nella nuova versione del Padre Nostro in “Non abbandonarci alla tentazione” – va spiegata bene perché può generare clamorose ambiguità.

Se si chiede a Dio di non indurci in tentazione, è perché c’è rischio o pericolo ch’egli ci possa indurre. il dilemma è allora inevitabile: se esercita il minimo ruolo positivo nella tentazione, Dio non può essere infinitamente santo, perché contribuisce con la tentazione a incitare al peccato; e non può più essere infinitamente buono, poiché contribuisce a trascinare i suoi figli della terra verso la più grande delle disgrazie.

Il commento più antico

Attenzione. Questa obiezione, secondo il biblista, è talmente naturale che si poneva già, verso l’anno 200, al più antico commentatore del Padre Nostro, Tertulliano: «Che il Cielo ci guardi dal credere che Dio possa tentarci» (De oratione, cap. 8; traduzione a. Hamman, Il Pater spiegato dai Padri, pp. 25-26).

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Origene rincara la dose: «È assurdo supporre che dio possa condurre qualcuno in tentazione, come se lo consegnasse alla disfatta… in effetti, se è male cadere in una tentazione, poiché noi preghiamo per non subire questo male, non è fuori luogo immaginare che il Dio buono, che non può portare frutti cattivi, getti qualcuno nel male?» (Sulla Preghiera, cap. 29, n. 11).

Oltraggio alla bontà di Dio

Nel 1883, A.J. Liagre accusa anche di «bestemmia» coloro che vedrebbero in Dio la causa positiva o diretta del peccato. «Chiedere a Dio che non ci tenti, nel senso e con l’intenzione di colui che è chiamato “il tentatore” (Matteo 4, 3136), cioè che non ci inciti al male, sarebbe una bestemmia allo stesso modo che affermare che egli lo faccia realmente» (T. Zahn, nel 1903).

Il problema può quindi riassumersi così: noi facciamo oltraggio alla bontà di Dio e alla sua santità, se supponiamo che gli possa esercitare sulla tentazione una qualsiasi causalità positiva e, se sappiamo che egli non ne esercita alcuna, lo offendiamo in una maniera diversa chiedendogli di astenersi da questa causalità.

Soluzione del teologo J. Heller

In definitiva è questa la sola soluzione completamente scientifica, poiché è la sola a non trascurare la sintassi delle negazioni semitiche. essa ci chiede di intendere: «Fa’ che non entriamo nella tentazione», cioè: «Fa’ che non consentiamo alla tentazione».

In questo modo si esprimerebbe benissimo il contenuto effettivo della sesta richiesta, dicendo: «preservaci dall’entrare nella tentazione», oppure: «preservaci dal consentire alla tentazione», o anche «preservaci dal cedere alla tentazione».

Gli effetti sono due

In primo luogo, Dio esercita un ruolo molto positivo, in quanto agisce impedendoci di consentire alla tentazione, e non invece sottomettendoci alla tentazione stessa: la sua bontà e la sua santità non sono più compromesse, ma al contrario sono pienamente riconosciute e affermate.

Noi gli chiediamo di manifestarle rimediando alla nostra irrimediabile debolezza e abbiamo fiducia nella sua onnipotente saggezza per volgere verso di lui la nostra volontà così spesso ribelle.

In secondo luogo, noi non rischiamo più di offendere dio imputandogli l’intenzione di voler gettare i suoi figli nelle trappole del loro nemico, giacché non gli chiediamo più di rinunciare a questa complicità, che non potrebbe essere che perversa. Tutt’al contrario, noi confessiamo che la sua provvidenza vuole il nostro bene e vuole preservarci dalla più grande disgrazia, il peccato.

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